VALTUR MEMORIES – POLLINA 1986

CHE ESTATE!

La stagione Invernale era appena terminata, qualche clemente scampolo della coda primaverile faceva presagire una buona estate, io ero al solito bar gelateria con i soliti amici, quelli di sempre con cui ero cresciuto e con cui mi confrontavo su ogni cosa, Enrico, Sandro, eravamo tutti li a parlare del più e del meno, loro mi chiedevano com’era andata in montagna, se ero andato a sciare e se avevo incontrato quel personaggio piuttosto che un altro. La storia dei personaggi va un po’ contestualizzata; forse è sempre stata una mia impressione di ragazzo di campagna così come a volte amo definirmi, sopratutto da quando vivo in una metropoli come Milano ma all’epoca dei fatti i veri personaggi erano molto pochi per lo più provenienti dal mondo del cinema o della televisione o campioni dello sport, incontrarli non era scontato, o almeno sembrava a me che abitavo in un operoso paesino del veneto orientale. C’erano personaggi veri e piuttosto inaccessibili, arrivare a loro era quasi un privilegio, non c’erano i social e l’esposizione mediatica di ognuno era relativa a quello che era in effetti il loro lavoro. Conoscevi un calciatore non per il suo profilo Instagram ma per la partita che aveva giocato o se la domenica sportiva ne aveva parlato ed era sicuramente un campione, l’esposizione mediatica era certamente inferiore ad oggi. Un’ attrice quindi era conosciuta per i film che aveva fatto e al limite per qualche love story citata da qualche rivista di gossip, ed è per questi motivi che poi tornando gli amici mi chiedevano chi avessi incontrato, forse come me immaginavano un mondo patinato fatto da vip e affini, ma tutti sappiamo che in fondo non era poi cosi, i veri vip al villaggio eravamo noi, l’Equipe, anzi il più delle volte i veri personaggi si dimostravano essere molto più normali di come ce li volevano far percepire, e a dire il vero in 34 stagioni di personaggi che oggi sono ancora veri vip e non meteore social ne abbiamo conosciuti veramente tanti anzi addirittura capitava di averli a tavola e di non riconoscerli, cosa successa me personalmente nel 94 che al tavolo con la famosissima conduttrice Milly Carlucci non mi resi conto di chi fosse. Ma questa è un’altra storia.

Ogni fine stagione era così, non sapevi quando saresti ripartito, oramai avevo vinto una delle mie molteplici personalissime insicurezze e non pensavo più al : “se fossi partito” piuttosto, al “dove mi avrebbero spedito”? E anche quel maggio con breve preavviso come al solito, arrivò il postino con la busta contenente il telex oramai riconoscibile sopratutto per l’errore di intestazione Valtrù… naturalmente erano scritti gli estremi del viaggio per l’arrivo al villaggio, scoprii quindi che la destinazione era Pollina… Non sapevo nemmeno dove fosse collocata geograficamente quella destinazione, sfogliai un atlante vidi che si trovava vicino a Cefalù, un viaggio lunghissimo, pensai, per altro, da percorrere in treno. Mamma Valtur, nonostante la sua benevolenza, forniva di rado il rimborso per il viaggio in aereo sul territorio nazionale. In poco tempo riuscii ad organizzare sia il viaggio che il bagaglio., cosa non di rilevanza secondaria per chi parte in treno per una stagione di 4 o 5 mesi. A dire il vero quella destinazione metteva una certa ansia. Al tempo, Pollina era il villaggio estivo di punta per Valtur, ovvero quello con una clientela dinamica, giovane, spesso benestante, sicuramente già fidelizzata; di conseguenza le aspettative su ogni cosa erano altissime. io grazie alle mie proverbiali insicurezze da “uomo senza macchia e senza paura” arrivai a Pollina sicuro che sarei andato alla grande, oltretutto non avrei lavorato con Fiorello, e questo non mi metteva molta tranquillità come ho già potuto raccontare in altri memories, Fiorello dava una garanzia, potevi brillare di luce riflessa. Cominciai a conoscere poco dopo il mio nuovo capo animatore, Massimo Galati che aveva un modo di fare animazione completamente differente, basato molto sulla sua ottima presenza scenica sulla capacità di travestirsi vestendo in scena in modo più che dignitoso gli abiti femminili, dai body alle minigonne a quelli da sera.

Non che Fiorello non lo facesse, anzi ai tempi il travestimento era una caricatura che faceva divertire, sopratutto quando gli interpreti erano capaci di interpretare quel ruolo in modo ironico e non volgare. Io ero un animatore “musicista”, che aveva “studiato” alla scuola “Fiorello”, erano pochi i punti in comune con quel modo un po’ club mediterranee fatto di equivoci e drag Queen a cui in seguito mi sarei adattato, ma non mi sono dovuto assolutamente preoccupare, Massimino così lo chiamavamo, mi ha voluto lasciare carta bianca sopratutto come animatore durante il giorno, e devo dire che in quella stagione non me la cavai poi male anzi! A darmi maggiormente coraggio c’era la ormai consolidata amicizia con il grande Enzo Oliveri che mi volle per quella stagione, anche perchè alcune dinamiche di intrattenimento, bisogna dirlo, nascono dall’affiatamento dall’amicizia e dalla conoscenza reciproca degli attori in scena, e il villaggio è scena, palcoscenico, set cinematografico, con un unica variante, il copione non esiste anzi è il verismo della realtà fatto di persone che si confrontano e si stimano e che a volte litigano ma hanno sempre a cuore un piccolo, vitale, fatto:

La soddisfazione del cliente. In Valtur questo si chiamava più semplicemente mentalità, prendere in carico in modo empatico le esigenze del cliente era un must richiesto per lavorare nei villaggi all’epoca dei fatti, non tanto in fase di colloquio o di assunzione ma era fondamentale durante la stagione, in pratica, una vera e propria “Skill” come si dice oggi. Qualcuno potrà leggere tra le righe un po’ di ipocrisia, nel mio caso no, al netto delle mie timidezze e delle mie goffaggini iniziali a me piaceva proprio conoscere ogni giorno gente nuova e se potevo risolvere un piccolo o grande problema cercavo di risolverlo così per il gusto di farlo. Molti sono stati i casi di persone che mal volentieri sposavano questa causa, alcuni compensavano con una grande carica di aziendalismo, oppure di carrierismo, io lo facevo perchè a me era piaciuto subito e continuava a piacermi, con tutti i difetti che in tutti gli anni di questa splendida esperienza mi sono portato dietro, d’altro canto, chi nasce tondo non può morir quadrato dice il vecchio adagio.

Mi accorsi comunque subito che le cose erano cambiate, non ero più sotto l’ala protettiva di Fiorello anzi in quella stagione a dover sostenere quel ruolo ero io, Massimino (così come chiamavamo il capo-animatore) si occupava moltissimo della regia degli spettacoli passando molto tempo a lavorare in cabina suono, col burbero ma bravissimo e dal cuore d’oro Marco Russo, che per altro condivideva la cabina suono all’epoca con Mario Zumpano detto Zumpi un genietto capace di inventare giochi di luce e altre diavolerie al fine di risultare veri e propri effetti speciali nella scena degli spettacoli, Nicoletta Cecchini, instancabile e dolcissima costumista dalle forme prosperose che però passavano letteralmente in secondo piano rispetto al suo carattere mite e amichevole e soprattutto disponibile (lavorativamente parlando) anche lei continua a cucire abiti per spettacoli e scuole di danza ed ha sposato Rudy un ragazzo che lavorava come capo Bar, Valtur love Power, e quando si dice Valtur, palestra di vita, non ci si sbaglia quasi mai. Anche gli scenografi erano una coppia veramente in gamba, disponibili e tecnicamente molto preparati

Per esempio il romano Massimo, esperto di scenotecnica teatrale. Poi la grande coreografa che aveva l’arduo compito di farci ballare la verace sicilianissima Simonetta Vaccara, ancor oggi affermatissima maestra di danza a Padova. Massimino che un po’ per ruolo un po’ per essenza, scherzosamente voleva farsi chiamare “mamma” e li, nasceva il gioco, l’equivoco e tutto quello che una situazione simile può darti, in scena e non… “come ti ho fatto di disfo!” diceva in modo maternalistico, ma al di la dello scherzo, lui mi disse già da subito, – Giulio a me piace poco fare tutte quelle cose di animazione di giorno, per cui pensaci tu, anzi se puoi apri pure le serate in teatro! A me, per quanto sarà possibile, lasciami lavorare agli spettacoli dove sicuramente rendo meglio. – Infatti Massimo sul palco era molto bravo, era capace di reggere il suo personaggio, sia nei musical che nei cabaret in modo esemplare riuscendo ad essere sempre di classe e mai volgare. Massimo mi aveva dato o forse concesso una grande responsabilità ed anche opportunità. Anche questo aveva fatto si che quella diventasse una stagione indimenticabile. Enzino ormai credo si fidasse abbastanza di me, infatti assieme creammo lo stesso tipo di dinamiche di animazione che si erano create con Rosario, (anche se lui era lui ed io ero io, eh, nessun giudizio di valore in questa storia, giochiamo tutti a calcio tranne che Fiore era realmente “ingiocabile”.) Sto facendo paragoni, forse, ma sicuramente non si tratta del caso di Giotto con Cimabue, spero si sia capito. Io capivo comunque qualcosa stava funzionando dagli schiaffi che Enzino distribuiva e a dire il vero, se era ancora valido il postulato che Enzo dava gli schiaffi a chi voleva bene, resto sorpreso che non mi abbia chiesto di sposarmi! C’era solo Fiorello che credo ne abbia presi più di me. (gli schiaffi di Enzo Oliveri erano affettivi, scherzosi, mai violenti. (NDR per chi non conosce i soggetti in questione.)

L’equipe era molto sportiva ed essendo in quel tipo di villaggio c’erano personaggi che lo conoscevano bene anche perchè era uno di quei villaggi dove la gente amava ritornare; la giornata era un insieme continuo di attività, sia diurne che serali e addirittura notturne. Da li a pochi anni il villaggio di Pollina venne chiamato “villaggio Energy” seguendo la nomenclatura commerciale dei tempi, ovvero un posto dove lo sport ed il divertimento la facevano da padrone… L’ospite tipo, partecipava quasi sempre a più attività e a più eventi giornalieri, più ne organizzavi più ne voleva. Anche questa era Valtur. Mi trovai subito bene con tutti, per esempio con l’amica Cristiana Monaco che faceva l’istruttrice di nuoto e che era diventata un’amica e confidente, ora è ancora istruttrice di nuoto, vive a Piombino ed è sposata con Vito Sottile anche lui uomo Valtur ed ex capo materiali, ricordo che facevamo pure i passaggi animazione durante le esibizioni di sci nautico, dove io spesso rovinavo in acqua vestito con le imbarazzanti tutine a righe. In quella stagione ebbi un ottimo rapporto anche con Gianluca Mazzuccato di Padova, all’epoca, ragazzone con il fisico da vero capo degli sport, alto robusto biondo, non palestrato.

Dinamico al punto giusto, elegante la sera, usava spesso ironizzare sul suo abbigliamento, “Hei, fai piano che mi rovini il Tasmania di Armani” una delle sue frasi che usava anche nei cabaret, ma Gianluca era anche molto organizzato ed i suoi lo seguivano in modo pedissequo, oltretutto l’equipe sportiva aveva dei pezzi da 90 sopratutto piazzati in zona mare, dove lo sport principe era lo sci Nautico, per cui molti ragazzi dello sport avevano appena terminato la stagione a Les Paletuvieres il villaggio africano della Costa d’Avorio ma oltre a loro a Pollina arrivavano pure i clienti, di di quel villaggio. Ricordo nell’equipe di sci Nautico personaggi incredibili come Salvatore Arena e Massimo Ciamacco detto Camacho) e la indimenticabile Cristina Cassa di cui parlerò tra poco. La clientela Pollinese era definita come esperta, fidelizzata, che aveva già visto tutto e che conosceva tutti i personaggi e glia aspetti di ogni parte del villaggio; quindi sulla carta: difficile! Uno dei motivi per cui all’epoca la gente sceglieva di passare le vacanze al villaggio bello era che a quell’epoca le persone volevano dimenticare chi fossero e che ruolo occupassero nella società reale, quella del mondo del lavoro e delle rispettive routines quotidiane. Da una parte era si, una clientela complicata dall’altra era anche fatta da persone che volevano realmente rilassarsi e divertirsi, non c’era quindi un reale bisogno di grosse sovrastrutture, bastava essere gentili sorridenti, educati e per quanto si riuscisse ad esserlo: veri. Io credo di esserlo stato sia nel bene che nel male, si può comprendere facilmente la parte del bene poiché la difficile clientela era anche piuttosto giovane e in questa gioventù abbondavano le ragazze.. chiudo l’argomento per decenza, ma Pollina era un Villaggio in cui la parola dormire si pronunciava in genere dopo le 4 di notte. Beh, ogni tanto qualcuno non usava la stessa educazione, cordialità, empatia con cui noi eravamo abituati a trattare, compresa la dovuta deferenza verso gli ospiti, ci fu un giorno nel quale un noto sociologo personaggio piuttosto in voga nelle tv e nei giornali pretendeva di riservare un tavolo al ristorante che gestivo, i suggestivo “Le Rocce” con il menù a base di pesce, romantico, suggestivo. Tuttavia avendo finito di dare i posti (che venivano assegnati tramite un mazzo di carte dove ogni carta era un posto a tavola e dovevano essere assegnati la mattina entro le 11) Il noto sociologo con la sua signora si presentarono poco prima dell’apertura del ristorante e incontrandomi sul vialetto mi chiese se ci fossero ancora posti al ristorante le Rocce, risposi che per quella sera era già tutto al completo, ma lui mi incalzò chiedendomi di favorirlo e liberare qualche posto per lui. Risposi che a quell’ora non potevo assolutamente chiedere a chi si era prenotato alle 10 di mattina di lasciare il posto a chiunque; Il personaggio iniziò a cambiare tono dandomi del maleducato richiamando la mia attenzione su chi fosse lui, ed io ancora educatamente risposi che non sarebbe dipeso da chi fosse ma dal fatto che di posti non ce ne fossero e non avrei potuto a quel punto al cameriere di preparare un altro tavolo (inesistente) o al cuoco di ricucinare il riso ai frutti di mare per due… Iniziò quindi ad improperare sull’organizzazione minacciando di andare dal capovilaggio a dirgli che non l’avevo favorito. Risposi: che poteva andare da chi voleva, ma sopratutto che sarebbe potuto a quel punto andare a… (lo avrete capito senza bisogno di disegnino) Se ne andò improperando. Io chiamai subito Enzino per ragguagliarlo sulla situazione e sull’incidente diplomatico, lui mi disse di non preoccuparmi… la cosa fini li.

Avevo comunque dimenticato di dire che a pollina c’erano diversi ristoranti, il centrale, le Rocce, il Magic Piano, il Pigalle dove si teneva un menù stile elegante con degli spettacoli di ballo e quello dello sport, più spartano, al mare, gestito dall’equipe della vela, insomma una bella varietà per l’epoca.

Durante le esibizioni di sci nautico a me toccava sempre un passaggio cosiddetto d’animazione dove cercavamo di fare una caricatura di quelli che erano i veri professionisti di questo sport gli istruttori, e a Pollina arrivavano fior fiore di Istruttori, gente che praticava circuiti agonistici anche internazionali. Una cosa simpatica era quando per pubblicizzare lo sci nautico in piscina, si prendeva questo o quel cliente e dopo averli fatto indossare gli sci d’acqua lo si trainava a braccia con una corda e il bilancino, spesso il poveretto finiva in acqua rovinosamente,

ma spesso arrivava al villaggio il piccolo (all’epoca era proprio piccolo) Cristiano, fratello di Corrado e Carlo che stavano allo sci Nautico e fratelli della immensa Cristina, i quattro fratelli erano figli di un campione d’Europa di sci nautico e di cognome facevano Cassa. Cristina Cassa divenne presto capo villaggio, un carattere forte e sportivo che nascondeva una dolcezza straordinaria, oltre che una vera lavoratrice instancabile capace di affrontare a viso aperto chiunque e di caricarsi sulle spalle gli “Hobie-cat 18” di cui era dotata l’equipe della vela … Cristina aveva un corpo muscoloso da vera atleta, le si leggeva lo sport negli occhi e sopratutto nel cuore ma esprimeva una femminilità unica. Penso che il mondo e sopratutto il nostro mondo, l’abbia perduta troppo presto e che qualcuno lassù l’abbia voluta vicino per vantarsi di averla vicino. la piangiamo ancora oggi a causa di un maledettissimo, banalissimo, incidente in motorino.

Una volta a Pollina durante dei giochi a squadre mi trovai a sfidarla proprio frontalmente e simulammo una lotta, durai tre secondi finii in piscina vestito tra le risate generali, fu lei stessa a raccogliermi grondante senza il bisogno di sentirsi forte, semplicemente lo era. Energia pura maschile e fragile dolcezza tipicamente femminile (mi scuso per lo stereotipo), queste erano le caratteristiche che voleva far trasparire, sopratutto quando in compagnia , libera da stress lavorativi si rilassava. Che dire, una grande perdita per tutti noi e per Valtur, riposa in pace, grande Cristina. Mario Zumpano detto Zumpi, era il tecnico luci, ma non solo quello, aveva come capo il rude ma eccezionalmente preparato, Marco Russo, che gli chiedeva in base alle esigenze del villaggio tutte le cose che normalmente si usano fare nei villaggi, ” metti le luci di la, sposta il faretto più in qua, metti la montarbo al mare, leva la montarbo dal mare e piazzala al ristorante, scendi alle rocce e recupera il cavetto per attaccare l’impianto al mixer ” ecc ecc. Lui, Zumpi era sempre pronto, oltretutto in un villaggio come Pollina il DJ ovvero la terza figura della cabina suono servizio dell’animazione lavorava fino a tarda notte e per le attività della mattina fino a pranzo era da considerarsi fuori gioco. ZUMPI era sempre pronto, e sopratutto geniale. La sera in teatro alla fine dello spettacolo amavo fare delle chiusure teatro dove improvvisavamo un po di cose e devo dire che in quella stagione questi momenti sono stati parecchio divertenti ed aggreganti, oltretutto al villaggio da poco era Arrivato Piermaria di cui vorrò parlare dopo, di lui e della nostra amicizia, comunque, in quella stagione, quel momento particolare era diventato un appuntamento fisso e molte persone non se ne andavano dal teatro finché non si spegneva tutto e sopratutto non finivamo di “cazzeggiare” . In alcuni momenti anche grazie alla complicità di Enzo il C.V. quel cazzeggio risultava addirittura più divertente di altri momenti più strutturati, poiché si capiva benissimo che era improvvisazione pura, inventavamo sketches, creavamo situazioni con gli ospiti e realmente noi per primi ci facevamo delle grasse risate. Era Pollina o almeno quello che ci si aspettava da un villaggio di quel tipo. Quella sera dopo aver fatto il verso alla pasta Barilla sceneggiando la sua pubblicità con me al microfono e Piermaria che cercava di mimare tutto quello che dicevo, passai ad un altro argomento, da palo in frasca cosi senza canovaccio ne copione mi venne in mente una situazione thrilling, non ricordo neanche perchè mi venne in mente, ma una cosa ricordo benissimo, improvvisando pronunciai una frase: ” signori e signore è arrivato adesso il momento del giallo! (era naturalmente un allusione al tipo di situazione che avrei voluto romanzare assieme al mio socio Piermaria…) Appena pronunciai la parola “GIALLO” nemmeno fosse “Strega comanda colore” tutto il teatro divenne giallo, non so come fece, ma Zumpi era riuscito ad accendere solo i fari gialli del teatro per cui tutto era diventato di quel colore, e il pubblico rispose con un un “ohhhh” stupefatto, seguito da uno scrosciante applauso, mentre io e Piero non riuscivamo a capacitaci del come e come se non fosse bastato a quella scena si unì anche Marco Russo il tecnico del suono che mise subito dopo la musica di Twin Peaks : Apoteosi. Il pubblico per tutta la settimana ci chiedeva se avevamo preparato quella scena…Nulla di tutto ciò, era solo quello che in animazione veniva chiaramente chiamato affiatamento unito all’estro personale. Zumpi divenne un ottimo tecnico del suono e quando abbandono’ la vita di villaggio fece del suo hobby una vera professione, un inventore, che ha avuto anche collaborazioni con programmi televisivi e con artisti famosi. Lui dava una soluzione tecnica con pochi mezzi economici scarsi e se avevi bisogno di un effetto speciale lui lo trovava tra le sue cose, Archimede Pitagorico di Walt Disney… scansati! Tra gli altri ragazzi dell’animazione spiccava il nome di Marco Missinato inviato a Pollina con l’incarico di Pianista e devo dire che sui tasti se la cavava molto bene infatti oltre al classico piano-bar dell’ aperitivo serale, suonava assieme a me durante la chitarra e a lui fu dato da gestire uno dei 5 ristoranti d pollina il “Magic Piano” oltretutto aveva una cosa che a pollina avrebbe fatto un ulteriore differenza : era umile e sopratutto bello, non a caso pure lui arrivava da un mondo particolarissimo, quello dei fotoromanzi.

Il tempo passava abbastanza veloce, gli impegni quotidiani erano molti e c’era poco tempo anche per riposare. Mi chiamò Massimino e mi disse: dai Giulio che finalmente arriva un nuovo animatore villaggio e ti riposi anche tu,” rimasi freddo, in realtà pensavo: – come un altro animatore? non basto io? che cosa ho fatto di male? Mi vorranno già sostituire? Aggiunse Massimino leggendomi nel pensiero: “Tu stai andando benissimo, quindi non ti preoccupare di nulla, piuttosto, vediamo come va sto ragazzo che, ti avviso non è un ragazzino ma un uomo fatto, inoltre non ha esperienza di villaggio, ma fa l’attore. ” quelle frasi mi avevano tranquillizzato parecchio, capivo che avrei dovuto abituare il nuovo arrivato alla non facile vita di villaggio, il fatto che facesse l’attore un po’ mi imbarazzava, poteva essere uno di quei personaggi che ogni tanto capitano nei villaggi per svernare durante un periodo di non lavoro e poco adattabili a quel tipo di ritmi e di vita. “Ciao sono Piermaria ma chiamami pure Piero”. – Certo Piero,- dissi, ma raccontami un po’ di te, così capiamo cosa possiamo fare assieme e quali sono un po’ le tue caratteristiche. – Beh io non ho esperienza di villaggio, però faccio l’attore, se può servire..”. Beh dissi certo che puoi servire, serve fare un po’ tutto qui.! Mi aveva immediatamente fatto un ottima impressione, si era dimostrato una persona concreta, adulta, non uno che stava raccontando le classiche mezze verità sul proprio conto, non si stava auto-lodando, era li per chiedere quello che andava chiesto e fare quello che andava fatto. Diventammo immediatamente amici, lui aveva una conoscenza del teatro incredibile era un attore se si può dire consumato, oltre a farmi da spalla alle “chitarrate” del primo pomeriggio nelle quali avevamo creato delle dinamiche divertentissime lui sapeva intrattenere il pubblico con un momento teatrale unico nel quale impersonificava veri personaggi, una vera “stand up comedy” fatta da un “one man show”. Anche in quei momenti dove lui recitava il suo già vastissimo repertorio mi aveva concesso di invadere il suo programma seguendo un po’ le antiche dinamiche cabarettistiche del “vieni avanti cretino” creando assieme gags sempre nuove. Nacque una vera e duratura amicizia e come in tutte le amicizie ci furono anche dei momenti di crisi, non per il lavoro, lui era troppo bravo e faceva la differenza dal punto di vista teatrale, io ero oramai un animatore lanciato dall’entusiasmo in una ” carriera” che poi è durata ben 17 anni, non ci siamo mai calpestati i piedi a vicenda, anzi ogni giorno collaboravamo, dalle chitarrate fino alla chiusura del teatro eravamo in effetti una coppia e le nostre gag erano oramai diventate irresistibili (quella stagione fu’ così, non pecco in superbia) io a dissacrare le sue pieces teatrali, lui a impreziosire le mie improvvisazioni di animazione. Un fatto però mise a dura prova le tenuta di questo connubio….. Rientrai dalla spiaggia con entusiasmo, una ragazza padovana con cui avevo intrattenuto qualche momento di conversazione approfittando della mia mezza origine veneta mi era rimasta particolarmente a cuore, il suo sguardo accattivante ed il colore dei suoi occhi mi avevano colpito e la sera prima ero pure riuscito ad avere un piccolo appuntamento intimo con lei, niente di che, solo qualche bacetto niente più, mi piaceva molto e non volevo essere troppo insistente per non fare la figura di uno che… In pratica la mattina dopo andai da Piero, e prima del passaggio in spiaggia gli dissi: ” Piè, lo sai che mi sono innamorato, ho conosciuto ieri una ragazza bellissima e credo pure intelligente e nemmeno giovanissima, insomma una donna vera! ” lui si congratulò con me, poi indossati i costumi per il passaggio in spiaggia ci avviammo assieme agli altri per andare a “tormentare ” i poveri ospiti che spaparanzati in spiaggia cercavano di godersi il caldo sole della Sicilia; all’improvviso scorsi Patrizia (nome di fantasia) e dissi a Piero sottovoce: ” Piero guarda è quella ragazza di cui ti avevo parlato vieni te la faccio conoscere poi mi dici cosa ne pensi. Non so se questa cosa del condividere con gli amici le sensazioni o le cose che succedono sia tipica solo dei maschi o lo è pure delle femmine, oppure è caratteristica del genere umano, Ecco sarà colpa di quella sindrome di condivisione, su cui credo si fondi la odierna cultura social che avvenne questo. “Ciao Patrizia!” dissi, lei alzò la testa dall’asciugamano e mi fece un gran sorriso salutandomi a sua volta. Dissi: – Ehm, volevo presentarti il mio collega e amico fraterno: Piero -. Lei si spostò su un fianco come per guardare meglio e togliendosi lentamente gli occhiali sorridendo disse con accento Veneto: – Ciao Piero, io sono Patrizia! – Anche Piero si tolse gli occhiali e io assistetti a quello che mi era da subito parso un colpo di fulmine. Non vidi la saetta, credo perchè era giorno ma ero certo che qualcosa di chiarissimo era successo tra di loro malgrado me. Furono istanti interminabili, ci allontanammo di qualche metro e io in modo molto naturale dissi: – Piero, No! Lui in modo ancor più naturale, imbarazzatissimo rispose :” Giù, ti giuro non so cosa sia successo, ma questa ragazza mi piace veramente tanto.” – ho capito, ma ero già io con lei- ” si lo so, infatti non voglio fare e dire nulla ma ti ho detto quello che è successo” – non serviva, avevo visto e capito al volo, quello a cui avevo assistito era palese. Rimasi in silenzio quasi tutta la mattinata, poi dopo pranzo, prima della chitarrata andai dall’imbarazzatissimo Piero e dissi, ” Ascolta, ho visto benissimo come vi siete guardati e come tra voi due sia scoppiato qualcosa, io tengo molto alla nostra amicizia e in ogni caso non sono finito dentro al vortice di emozioni che ho visto mentre vi guardavate, io mi ritiro, non intendo intraprendere una lotta per una storia che magari per me potrebbe essere passeggera, mi conosco e magari tra una settimana può darsi che io sia già invaghito di un’altra, quindi, Piero, hai la mia benedizione, per quanto conti. ” La storia racconta che Piero è Patrizia continuarono a sentirsi e rimasero assieme anche dopo la fine della stagione, anzi rimasero assieme per qualche anno ancora, poi purtroppo anche la loro travolgente storia finì. Fortunatamente a Pollina era facile dimenticare e le possibili delusioni potevano diventare opportunità, e ne ebbi più di quante ne meritassi, almeno credo.tra le cose strane che possono capitare al villaggio ne devo raccontare un ‘altra, In quella stagione mi prese una strana e pericolosa abitudine, mi arrampicavo dappertutto, sulle rocce, sugli alberi sui tralicci dei farti del teatro, insomma era facile trovarmi a fare quello pseudo-freeclimbing, per altro senza basi per poterlo fare in sicurezza. Un giorno durante un torneo di calcio dopo la partita mi avventurai ad una quarantina di metri nella macchia mediterranea dove avevo scorto da qualche tempo uno strano obelisco di roccia che si stagliava per tre o quattro metri spuntando tra altre rocce più basse e meno importanti, era da tempo che lo avevo notato ma quel giorno volli arrampicarmi anche perché avevo notato alla base un insolito muretto secco che lo faceva sembrare quasi un omaggio monumentale alla natura locale. riuscii quasi ad arrivare in cima ma… All’improvviso avvertii come una forza che mi spinse via da quella roccia facendomi precipitare. Fortunatamente per me, riuscii a mettere i piedi in pari per evitare di finire sopra un pericolosissimo spuntone, ma questo significò che l’altezza era aumentata, caddi quasi a peso morto con i piedi appena allargati, ma ciò non bastò ad attutire il colpo, provai una fitta fortissima all’altezza della tibia destra, mi rimisi comunque in piedi ma dopo un passo mi accorsi che qualcosa non quadrava anzi il dolore lancinante che provavo me lo dava per certo, mi ero forse rotto una gamba, rotto qualche legamento? Una cosa solo potevo capire, la mia gamba destra sembrava storta, iniziai a camminare con il lato destro del piede, credo mi fossi lussato la tibia che sembrava essere uscita dal suo assetto… Arrivai zoppicando notevolmente dalle parti del teatro , mi venne incontro Piero.: “cosa è successo Giulio?” disse vedendomi sofferente, gli spiegai l’accaduto, mi rimproverò ma poi mise a frutto una delle sue abilità apprese negli anni di pratica di arti marziali che lo avevano portato ad un altissimo livello nell’arte del “Kung Fu” Mi disse di stendermi sul piano di cemento che delimitava il teatro poi con sapiente gestualità mi prese la gamba all’altezza del ginocchio la tirò energicamente verso di se e con un colpo secco la rimise in asse, stentai a crederlo li per li ma mi resi subito conto che il mio arto era tornato magicamente a posto, certo, ancora per qualche giorno ebbi qualche dolorino ma nulla di paragonabile al dolore provato subito dopo la caduta e sopratutto camminavo normalmente; pensate sia finita qui la storia? Eh no, altrimenti la domanda non l’avrei posta, Due giorni dopo di mattina volli capire cosa fosse capitato e come poteva essere successo tra quello rocce. Mentre mi avvicino di nuovo sento una voce, mi volto di scatto e noto una signora anziana che mi dice con tono di rimprovero: “Ragazzo stai lontano da quella roccia , è maledetta! ” Con la mia solita dose di ironia le risposi: “certo che è maledetta, ha già saputo che sono precipitato da li sopra? ” si avvicinò e con tono di rimprovero mi disse “ha visto che non doveva avvicinarsi?” ” signora ” dissi “Mi può spiegare come mai non dovrei avvicinarmi a quell’obelisco? Se lo avessi saputo non lo avrei fatto, stia sicura!” iniziò il suo racconto strano e fantastico allo stesso tempo. ” vede, quella roccia è maledetta perchè tanto tempo fa, un dignitario fece seppellire un tesoro proprio li sotto e per essere sicuro che nessuno lo trovasse e rivelasse dove fosse, fece uccidere tutti gli uomini che avevano partecipato e anche ogni animale che aveva seguito la carovana, da quello quella roccia è considerata maledetta e nessuno è mai potuto avvicinarsi senza che gli fosse successo qualcosa di brutto”. La leggenda della signora mi lasciò sconvolto, ma trovai solo il coraggio di dire solo: ” e non poteva dirmelo prima? “

LA stagione proseguiva comunque in modo fluido e contemporaneamente inesorabile, io mi ero ritagliato altri spazi con la gestione degli adolescenti infatti memore dell’esperienza della stagione estiva precedente ad El Kebir, mi ripresi la briga di coinvolgere per quanto fosse possibile il gruppo di ragazzi che come si sa sono soliti vagare e produrre anche danni per eccesso di goliardia , fu così che creai sopratutto nelle settimane dei giochi del villaggio il “Gruppo selvaggio” ovvero una squadra di ragazzi che avrebbe partecipato ai giochi e che contemporaneamente riuscivo in qualche modo a gestire , anche se poi in un villaggio come Pollina le difficoltà erano maggiori in quanto l’età dei ragazzi era notevolmente più alta e meno gestibile da un punto di vista del controllo, in ogni caso ci prendemmo le nostre soddisfazioni e lo spazio dedicato ai ragazzi mi portò ancora più in alto nella popolarità al villaggio.

Di momenti memorabili ce ne furono molti in quello scorcio di vita che in Valtur chiamavamo stagione, ed alcuni furono irresistibili, infatti con la collaborazione di Peppuccio Cinquegrani allora Vice capo bar prima della chitarrata usavamo fare il verso a Fiorello che si divertiva nel lanciare la tazzina vuota di caffè per poi riprenderla facendola appoggiare sul piattino sperando non si rompesse, Peppuccio avrebbe potuto mandarmi a quel paese facilmente in quanto il numero di tazzine che rompevamo con quel gioco sciocco era di almeno due a settimana oltretutto noi avevamo fatto la variante, la tazzina partiva dal suo piattino ed io dovevo riprenderla facendola appoggiare nel mio o viceversa ad agosto ci proibirono di giocare così. ma la gente ci stava dietro e si divertiva per cui per noi finché l’economo Il grande Scipione non intervenne proseguimmo.

Ma Peppuccio era ed è un uomo di scena e partecipava pure agli spettacoli serali un po’ come il suo Capo Bar, Pino Ranzino anche lui, buon anima, il quale si faceva convincere da Enzo e Fiorello a fare la parte della ballerina in tutù, lui che era di dimensioni pantagrueliche con un cuore pari alla sua mole.

credits: img tratte da #Vrt e #siamogentevaltur, #Trip advisor.

un grazie All’Equipe.

Se qualcosa è omessa probabilmente è voluto, se è dimenticata, aiutatemi a ricordarla. nei commenti.

Enzo Oliveri, Nicola Minervini, Gianluca Mazzuccato, Cristiano Cassa Alessandro Cassa, Marco Russo, Nicoletta Cecchini, Mario Zumpano, Marco Missinato, Piermaria Cecchini, Peppuccio Cinquegrani, Salvatore Arena, Massimo Galati, Simonetta Vaccara, Sabrina Olivari, Alessandra Tatti, Paola Ferrari, Cristiana Monaco, le sorelline Katia e Aura Blasco figlie del grandissimo capo materiali Giacomo Blasco, Antonio Carribba. Giancarlo Del Fonte ( santiddio) il Parrucchiere del Villaggio: il mitico Stefano Sindici. Michela del tennis.

Sicuramente qualche nome l’ho scordato, non me ne vogliate, aggiungetelo nei commenti e lo inserirò più presto.

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VALTUR Memories: PILA 85/86

la storia continua…

Le stagioni in montagna si somigliano po’ tutte, sopratutto d’inverno le costanti rimangono gli spazi chiusi e la difficoltà di appoggiare le proprie cose che già di loro erano voluminose: tuta da sci, scarponi da sci, etc… Fu quella la mia prima sensazione riapprodando a Pila. Avevamo concluso da poco la stagione in Tunisia e ci trovavamo di colpo catapultati in un clima completamente differente, dai 40° di Biserta ai -10° delle mattine alpine della Val D’Aosta, dismesso il pareo per una non certo comoda benché calda tuta sciatica. Ho parlato al plurale poiché un gruppo di reduci dalla stagione Tunisina non era stato smembrato e in pratica potevamo contare ancora su qualche amico o almeno su alcune routine lavorative già ben consolidate da non dover riadattare. Lo scenografo Daniele di Termini Imerese, il capo animazione Fiorello, erano gli stessi, il chitarrista pure, eccomi qui, La capo hostess era Elisabetta Borrello, che era stata la capo hostess di Nicotera 85 quindi una garanzia da bollino blu, le sue ragazze filavano come orologi svizzeri, non a caso alcune diventarono in seguito capo hostess di storica fama come la biondissima e dolcissima Chicco Trombello che adesso addirittura è un’affermata pittrice. Anche ai ragazzi del mini baby club non era andata affatto male, erano diretti da Gaetano Dall’ara in arte Zucchero chiamato così proprio per la sua particolare dolcezza nel gestire le piccole creature che venivano in vacanza affidate ai ragazzi del mini dai genitori. Con Gaetano non ci si sbagliava e non ci si poteva sbagliare, Abruzzese rigido quando serviva con i suoi ragazzi e sopratutto morbido anzi dolce come lo zucchero con i bambini che in teatro lo adoravano, diciamo tanto quasi gli adulti adorassero Fiorello, e per di più non era solo poiché era coadiuvato Al baby club da personaggi come Cristina D’Ottavio e dalla compianta Enrica Tarquini che avevo già avuto modo di conoscere al villaggio di Nicotera nel1984 alla mia prima stagione, così come Stefano Ciorba grande animatore sportivo dedicato completamente ai bimbi… Un altra nazionale, un altro Real Madrid per dirla in termini calcistici.

Pila la conoscevo già, era stata la sede del mio stage nel marzo 1984, per certi versi mi sentivo a casa, ma ogni stagione è sempre diversa, nuova gente, nuove persone nuovi spettacoli da montare, nuove esperienze da fare, e poi era la stagione, i ruoli erano ben stabiliti e nulla aveva a che fare con lo stage, del 1994. Approdai dopo l’ormai noto interminabile viaggio in treno che da Santo stino di Livenza in veneto, mi portava attraverso vari snodi ferroviari fino ad Aosta, quella famosa stazione dove avevo preso il pullman che mi avrebbe portato al paese dei balocchi che mi era dalla prima volta sembrato il villaggio Valtur. Era cominciata qui quest’avventura, doveva essere un’esperienza, era diventata invece il mio lavoro, ero ufficialmente entrato nel tunnel…

La questione è In effetti letterale, quando arrivi al villaggio di Pila ti trovi dentro un tunnel scavato nella montagna dal quale si accede ai vari residence, hotel e non solo, eh si, infatti da li sul versante est della montagna si accedeva ad un corridoio che dava direttamente nelle camere del personale, le camere equipe di cui prima o poi racconterò qualcosa in più, cero è che il tunnel di Pila nonostante fosse quasi a 1800 metri s.l.m. non era uno dei posti più salubri del pianeta, sopratutto il giorno degli arrivi e partenze quando da tutta Italia dalle 7.30 di mattina in poi iniziavano ad arrivare frotte di turisti con auto che ancora non avevano montato ne filtro anti-particolato ne motori elettrici, unite alle auto che si recavano parcheggiare oltre il tunnel per poi recarsi a sciare. Le procedure di scarico o carico delle autovetture erano da svolgere in tempi rapidi per non intasare il piccolo piazzale interno e per consentire il normale traffico che portava ai parcheggi di superficie che lambivano le piste da sci proprio a due passi dalla Funivia Grimod. Uno dei momenti più difficili infatti era quando gli arrivi degli ospiti auto-muniti coincidevano esattamente con l’arrivo dei vari pullman di linea, o peggio provenienti dai vari aeroporti con la clientela in arrivo al villaggio. In quei momenti il tunnel di Pila o meglio il microclima di quel piccolo lembo di terra riusciva ad accumulare un numero di micro-particelle inquinanti e polveri sottili pari solo a grandi metropoli tipo Hong Kong o Tokio.

Poveri noi, in quelle ore a parte lo smog che riuscivamo a contrastare muniti spesso di mascherine, avevamo anche l’onere di tenere a bada le intemperanze di ospiti stanchi da viaggi passati incolonnati a causa del traffico delle varie italiche tangenziali o alle varie stazioni ferroviarie e aeroportuali. Una cosa positiva era che dal tunnel si passava immediatamente all hall che era molto grande e se vogliamo accogliente, ma che in quei frangenti era intasata di bagagli di ospiti in partenza oltre che in arrivo e l’effetto rilassante si perdeva fino alla conquista di un posto su qualche divanetto in attesa di compilare l’ennesima schedina di polizia ed avere poi la fortuna di accedere velocemente al bancone del ricevimento dove venivano assegnate le camere e consegnate le chiavi. Da adulto ho riprovato l’esperienza come ospite a Pila per due o tre volte e le sensazioni che ho provato erano esattamente simili a quelle che provavano gli ospiti quando ero di turno in uno degli accueil al villaggio di Pila.

Giunto all’interno del villaggio ogni cliente si sente rincuorato perchè anche se il cemento armato la fa da padrone è anche vero che è ricoperto in molti punti da assi di legno e che gli spazi interni di colpo diventano spaziosi e luminosi, e passando dal 5 piano dove erano situati il ricevimento e gli accessi alle varie ski room nonché l’accesso alle piste da sci, si poteva accedere al sesto piano dove si trovano il teatro il bar centrale e il ristorante, in pratica, un grandissimo spazio, che generalmente non si trova negli alberghi di montagna ma a Pila grazie a questi spazi si potevano fare molte cose: servire cocktail alla fine o prima di uno spettacolo, organizzare buffet al di fuori del ristorante con splendidi ingressi al ristorante o addirittura organizzare una cena proprio negli spazi comuni, traportando i tavoli dal ristorante alla zona teatro boutique e bar; In questo era un vero specialista il capo-villaggio di quella stagione, ovvero uno dei più famosi e grandi capi -villaggio che “mamma” Valtur aveva avuto la fortuna di annoverare tra i suoi dipendenti. Alessandro Montuorii!.. Uno dei pochi capi-villaggio che provenivano dal settore dell’animazione, per il suo stile e per la sua eleganza nel vestire e nell’uso della lingua italiana veniva soprannominato “il Principe”, La sua voce era inconfondibile con una tonalità di bassi che avrebbe fatto invidia al cantante Mario Biondi addirittura alla voce estremamente soul del mitico Barry White, portava i capelli corti con un caratteristico codino, sempre gentile ma autorevole coltivava una passione per la risoluzione facile dei problemi, noi su questa sua skill un po’ ci ridevamo su immaginandoci scene fantasiose su questa sua particolare predilezione all’arredamento del villaggio ed al suo design. Ale viveva veramente il villaggio come casa, lui faceva rinnovare la cartellonistica e le informazioni ogni stagione, il colore dei muri del villaggio in alcune parti comuni (naturalmente) in determinate occasioni doveva essere del colore che in quel momento a lui sembrava adatto, o magari decideva che in quella particolare occasione il ristorante andava trasportato in un altra zona, compresi buffet o altri elementi con piani di cottura per varie specialità gastronomiche. Il bello era che ci prendeva sempre, riusciva ad abbellire il villaggio, e a creare il clima che desiderava intervenendo sul contesto fisico del villaggio così da far brillare le sue idee che esaltavano quei particolari momenti. Non Vorrei ridurre il commento su Alessandro ad un semplice descrizione sulla sua bravura di “urban and hotel designer”, lui era (intendo nel villaggio) una persona carismatica, misurata e sapeva come gestire in modo educatissimo i momenti di tensione che potevano capitare nelle stagioni, con qualche personaggio dello staff, con qualche elemento esterno oppure con qualche ospite che non sempre si presentava in modo educato ad esporre una possibile problematica. Nella sua equipe a cui lui teneva quasi come alla famiglia non si dovevano usare Jeans almeno quelli di moda all’epoca scoloriti o strappati, e gli occhiali da sole erano banditi, Infatti Ale era sicuramente una tra le persone più eleganti con cui abbiamo lavorato nelle mie 34 stagioni in Valtur, ricordo ancora gl smoking e i doppiopetto che vestiva con estrema naturalezza, lui era uno stilista un architetto un motivatore, insomma un Capo villaggio in alcune cose ricordava sicuramente Enzo Oliveri con cui condivideva una grande passione per questo lavoro , diventata poi anche passione per il golf. In quella stagione ebbi la fortuna di incontrare molti altri personaggi e di ritrovarmi con molti altri con cui avevo già avuto occasione di lavorare. una delle cose che ricordo comunque fu la creazione degli spettacoli che anche grazie ad Alessandro iniziavano per Valtur ad essere scenograficamente più complicati sia nella costruzione che nel suo utilizzo.

Se prima eravamo abituati a vedere in scena dei fondali e delle quinte molto ben dipinte con al massimo qualche elemento scenico utile allo spettacolo, adesso si apriva una nuova era ed il pioniere di questo nuovo modo di intendere gli spettacoli e le scene era proprio lui, il principe. Fu una stagione dove la parola riposo era pressoché inesistente, il tempo era scandito da prove, prove, eventi, prove, ingressi al ristorante, prove, chitarrata, prove, uscite sulla neve, prove. Eh si le prove erano fondamentali, il livello degli spettacoli si stava alzando. A quei tempi si potevano fare operazioni che potevano sforare il budget per cui non si badava a spese sia per le scenografie che per i costumi. Alessandro Montuori era un perfezionista e ci teneva che gli spettacoli riuscissero nel migliore dei modi, per cui il lavoro per l’equipe tecnica e non solo di Animazione era veramente tanto, ma doveva anche essere di qualità.

“Le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni” Cita così un vecchio proverbio. Iniziammo a preparare con gli spettacoli di Natale che essendo a ridosso dell’apertura del villaggio venivano preparati per primi, tra l’altro uno di quelli era la rappresentazione della natività che questa volta doveva essere effettuata di fronte al villaggio nel piazzale adibito a solarium. Naturalmente il tutto doveva avere una sua specifica dinamicità i pastori dovevano avere le pecore e vicino ad una capanna che rappresentava la sacra grotta di Betlemme ci dovevano essere pure degli animali da cortile, durante le prove erano stai scelti i personaggi che come stavo ormai iniziando a scoprire erano definiti in senso estetico La Madonna doveva essere carina ma semplice Giuseppe doveva essere credibile il bambinesco era naturalmente un bambolotto, infatti chiedere il permesso di portare sulla neve in fasce un neonato sarebbe stato troppo , e nemmeno con la tutina di Moncler ed il cicciotto sembravano essere strade percorribili per cui il classico Cicciobello sarebbe stato perfetto per l’occasione. Il Mago Furio Al secolo Furio Noceto Tecnico del suono, aveva messo i fari dentro la capanna in modo da illuminare il momento della nascita, Lo scenografo Daniele aveva costruito la capanna… Vennero così letti dei passi del vangelo con delle musiche d’effetto, giusto per alzare il tono emozionale del momento, la notte di natale al di la del mero consumismo è sempre un momento molto particolare, anche intimo, dove magari ti senti anche tu diverso, dove ti sforzi nonostante tutto di sembrare migliore, o forse addirittura buono, e se il contesto lo consente tutto può veramente diventare magico, ma siamo al villaggio e anche la magia ha suoi risvolti emotivi, poi, dipende quali! Ad un tratto le galline uscirono dal recinto e iniziarono a beccare la neve in cerca di briciole che trovavano per altro facilmente visto che in quello spazio si tenevano a pranzo anche dei sontuosi buffet, oppure la gente sulle sedie A sdraio sgranocchiava qualcosa. in poco tempo le galline erano riuscite ad invadere mezzo campo, ma il belo fu che anche le pecore iniziarono a fuggire dal posticcio recinto costruito un po’ frettolosamente dallo scenografo che aveva giustamente pensato ad un elemento scenografico più che ad una struttura contenitivo per bestiame, così in mezzo a quel parapiglia anche l’asino si mise a ragliare ed il bue gli andò dietro. insomma il momento magico si era autodistrutto, ma le risate che ci siamo fatti mentre recuperavamo i poveri animali, incontrastati padroni del solarium, sono memorabili, Anche Alessandro non sapeva se arrabbiarsi o ridere la situazione era veramente comica.

La prima di ogni spettacolo nasconde sempre delle incognite, e come in ogni diretta il problema è sempre dietro l’angolo Tra gli spettacoli di quell’anno ce ne furono almeno un paio nei quali come corpo di ballo si esagerava con la goliardia, La splendida coreografa, Paola Posa, di Cremona, grande professionista nella danza, ce la metteva veramente tutta per insegnarci i movimenti di scena e i passi di danza per ogni balletto ma purtroppo per lei il materiale umano che aveva a disposizione non le rendeva certo merito rispetto al tempo passato per montare uno spettacolo. West Side Story e Starlight Express, erano gli spettacoli di punta, uniti ad un musical di metà settimana che comprendeva vari pezzi musicali internazionali. Molti conosceranno già la trama di West Side Story, ovvero una storia d’amore ambientata nel West Side, quartiere di New York tra Tony Miglior amico del capo degli Jets e Maria, la sorella del capo degli Sharks ovvero le due bande rivali che si scontrano per questioni razziali e territoriali nel West Side di New York. Nel nostro spettacolo i personaggi erano interpretati da Fiorello che era Tony e da Paola che era Maria, sorella in scena di Alessandro. I ragazzi delle gangs invece erano presi dalla crema dei goliardi presenti al villaggio. Finché si doveva ballare non c’erano problemi in quanto, pur goffamente ed a suo modo, ognuno di noi cercava di fare bella figura; Il problema nasceva nei momenti nei quali erano importanti i movimenti di scena, e nella fattispecie gli stessi coincidevano con le risse tra bande rivali, che avrebbero dovuto solo essere simulazioni ma che ben presto si trasformavano in vere proprie scaramucce tra simpatici amici che a turno riservavano a questo o a quel personaggio un trattamento speciale e personalizzato nel quale partivano dei colpi proibiti, non violenti ma abbastanza da sembrarlo per intensità e per intenzione. Tra i personaggi presi di mira in quella stagione c’erano Pino Ragno animatore sui generis che aveva fatto della lingua barese il suo biglietto di presentazione ufficiale, bravo ragazzo ma capace di attirarsi pure qualche piccola antipatia da parte di qualche collega un po’ più malizioso, infatti sopratutto per goliardia, a volte anche un po’ in eccesso, durante la simulazione delle risse si facevano le gare per malmenare i soliti personaggi uno era proprio Pino Ragno che prendeva nonostante tutto la cosa in maniera scherzosa ma non sempre, qualche colpo proibito probabilmente glielo inflissi pure io, Il risultato fu che Alessandro dovette intervenire in riunione per evitare faide interne e rese dei conti durante le varie scene dell’opera musicale di Bernstein.

In quella famosa stagione e sopratutto in quel periodo storico per i villaggi turistici, l’asticella delle cose strane o meglio delle cose che dovevano stupire gli ospiti si stava notevolmente alzando, la cosa valeva per gli spettacoli, per la ristorazione, e un po’ per tutti i servizi agli ospiti del villaggio naturalmente escluse le strutture fisse, fossero esse in muratura o no ma questo a causa del budget che seppur alto non era infinito. Naturalmente ad una mente fertile come quella di Alessandro questo particolare non sfuggiva cosi: – Ragazzi ho avuto un idea, disse Alessandro alla consueta riunione di inizio settimana, per il buffet di pasqua, dobbiamo organizzare una cosa straordinaria- tutti ci guardammo aspettando l’ordine di lavoro, e già immaginavamo il ventri santo passato a dipingere che so, la neve di giallo con le strisce azzurre oppure dipingere il tunnel con un murales… nulla di tutto questo. L’idea era quella di creare un buffet vivente, cosa che era già stata fatta qualche volta in qualche ingresso al ristorante ma si limitava a piazzare dei figuranti in costume vicini ai tavoli imbanditi in modo spettacolare dagli Chef e che servivano anche e sopratutto a contenere gli attacchi di orde di ospiti che sembravano in quel momento un gruppo di tigri e coccodrilli tenuti in gabbia a pane ed acqua per almeno un mese e che davanti al prezioso buffet impazzivano letteralmente e caricavano nei piatti di tutto unendo per risparmiare spazio e viaggi pietanze completamente diverse tra loro ed è così che di fianco ai cannoli ci trovavi i gamberoni oppure il riso in bianco per il bimbo. L’idea del buffet umano andava oltre la semplice rappresentazione un po’ teatrale di personaggi travestiti da varie pietanze… nel buffet di pila 95/96 i figuranti non solo rappresentavano, ma erano le pietanze. Qualcuno direbbe, – si ok ma in che senso?- Mi spiego meglio: venivano allestiti dei grandi banchi come quelli del buffet, poi il figurante doveva assumere una particolare posa in modo da consentire agli ospiti di poter prendere le pietanze, -ok quindi?- partiamo dai personaggi, io dovetti essere gli spaghetti, Fiorello il dolce, La buon anima(r.i.p.) del grande responsabile traffico ed escursioni Ninni Bertorotta, il maialino, la hostess il pesce con un costume da sirena, altri mi sfuggono, ma proviamo ad immaginare, ricostruiamo la scena… Fiorello in costume da bagno con una cuffia da nuoto in testa veniva cosparso a pennellate di cioccolato vero interamente, e mentre assumeva quella posa plastica venivano inserite sul tavolo: torte budini meringhe e cioccolato fuso assieme a frutta da intingere, nemmeno sotto tortura rivelerò le frasi irripetibili che ho ascoltato durante la preparazione di quel bellissimo buffet, naturalmente anche le mie, perchè la mia sorte non fu migliore, mi fecero sdraiare sul banchetto con la testa appoggiata ad un cuscino, e fin li anche cin costumino da bagno nulla di particolarmente fastidioso ma la sensazione quando mi versarono a coprirmi non so quanti chili di spaghetti all’astice e ai gamberoni pronti per essere consumati non è descrivibile, certo l’ilarità che suscitavano queste pratiche era incredibile, il Maialetto Ninni invece stava in ginocchio, chinato in avanti sui gomiti pure lui conciato e truccato ma l’onta più grande la subì con la mela in bocca, anche li la carne di maiale era a guarnirlo. Vi assicuro che più di qualche persona prese la cioccolata direttamente dal corpo di Fiorello, più di una persona mi punse con la forchetta nel maldestro tentativo di accaparrarsi un gamberone assieme a degli spaghetti, e più di una persona punse il Povero Ninni prendendo qualche pezzo di porceddu, alla Hostess che già rappresentava il pesce furono fatte solo le foto poiché i vari cocktail di gamberi erano posti in dei bicchieri. Naturalmente quel buffet fu un successo, al giorno d’oggi sarebbe impensabile replicare il buffet vivente che sebbene fosse divertente ed era stata persino replicata in altri in altri villaggi, avrebbe avuto oggi contro tutte le norme sanitarie e i ristoranti sarebbero stati chiusi dai NAS a tempo di record. Purtroppo non ho documentazione fotografica dell’evento ma nessuno dei presenti potrebbe smentire in ogni caso quella situazione. Venne così il giorno in cui Ale decise assieme alla coreografa di montare lo spettacolo che sarebbe stato la chiusura della settimana, quindi lo spettacolo di punta. Startlight Express, è un musical scritto da Sir. Andrew Lloyd Webber lo stesso musicista e drammaturgo che avevan quel Moment scritto il più famoso Jesus Christ Superstar, e che Alessandro con l’equipe di Pollina avevano portato in scena l’estate precedente. Il montaggio di quello spettacolo era veramente importante, la struttura era quella del contenitore dove in una scenografia si avvicendavano vari personaggi che davano vita a movimenti di scena e balletti. La scenografia di Starlight Express era unica nel suo genere, il palco era una struttura futuristica, ed i costumi ancor di più, variopinti, scintillanti, metallici. ma la particolarità più evidente era una pista rialzata fatta costruire in legno attorno al teatro che partiva da un lato di una quinta e dopo un percorso che passava dietro i pubblico, rientrava sul palco dal lato opposto della scena. la storia dello spettacolo parlava di treni ed Alessandro aveva voluto costruire una ferrovia o almeno una struttura analoga per rappresentare gare che i vari treni personificati da questo o quel personaggio avrebbero dovuto vincere per aggiudicarsi il titolo di Starlight Express, il miglior treno dell’anno. A Pollina all’aperto la stagione precedente anche grazie all’equipe, Ale era riuscito a far competere i treni (umani) cercando di imitare nel modo più fedele il musical Londinese nella fattispecie i ballerini erano tutti su pattini a rotelle rendendo più verosimile la scena ferroviaria. A Pila a causa della scarsa attitudine al pattinaggio di molti e alla difficoltà di reperire materiale per le pedane abbastanza resistente oltre che sicuro per gli ospiti non si erano potuti usare i pattini, quindi le gare erano gare di corsa. E meno male, poiché anche a piedi era successo più di una volta che qualcuno sbandasse eccessivamente o scivolasse sulla pedana di legno deragliando rovinosamente per fortuna senza conseguenze.

In quello spettacolo si iniziavano ad intravvedere i primi segnali di quello che in seguito sarebbe diventato il nuovo mood degli spettacoli Valtur ovvero scenografie super, costumi bellissimi movimenti di scena teatrali puntando ad una qualità che per l’epoca era considerata altissima, infatti più avanti seguirono altri musical quali “Cats” “Il Fantasma dell’opera” Sempre di Weber “Se il tempo fosse un gambero” Del regista Garinei scritto da Jaia FIastri e da Zapponi, in pratica spettacoli con la S maiuscola in cui contava tantissimo la recitazione ma vi era una particolarissima attenzione ai dettagli, scenografici, di costumi e trucchi oltre che del suono e luci. Il tutto al netto naturalmente degli show improvvisati di Fiorello che la facevano in ogni caso da padrone facendo divertire l’equipe e non solo gli ospiti ma questa è un’altra storia di cui ho già parlato e di cui magari ritornerò a parlare.

Alessandro in questa parte recitava, pure lui truccatissimo, la parte del grande vecchio Lo Starlight Express che grazie alla sua forza d’animo sapeva infondere fiducia nel più giovane talentuoso ma insicuro Rusty interpretato a Pila da Andrea Asti, (futuro Capo Villaggio) che avrebbe dovuto competere con degli avversari molto più forti di Lui ma che alla fine sarebbe stato il treno vincitore. Direi che questa è un po’ una metafora di vita, e anche la storia del leggendario Alessandro Montuori, un altro tra i grandi capo-villaggio che Valtur ha avuto alle proprie dipendenze. Più avanti e parlando di altre stagioni racconterò altro su di lui, magari parlando della sua splendida e dolcissima moglie Carol e della bellissima figlia Giulia che in molti di noi hanno tenuto in braccio da bambina piccola ma che al momento non era ancora nata. In quella Stagione a Pila incontrai tra i tanti, anche un personaggio che in seguito sarebbe diventato pure lui capo-villaggio, ma che all’epoca si occupava di organizzare il centro sci di Pila Valtur mantenendo i contatti con tutto il comprensorio sciistico di Pila, le scuole di sci e le varie amministrazioni Valdostane.

Mario dal Santo è ed era una persona un po’ riservata, maestro di sci e guida alpina, molto seria nel suo lavoro ,anche dal punto di vista dell’organizzazione; di poche ma schiette parole, non badava a fronzoli ma come ogni uomo di montagna che si rispetti era un grande pragmatico e lavoratore, sin qui nulla di particolare, oddio, se vogliamo proprio aggiungere qualche notizia su di lui possiamo aggiungere che era sposato con una splendida donna che lavorava con noi, maestra di sci ed istruttrice di educazione fisica, Luisa Gualazzi, Insegnante di educazione fisica e maestra di sci e che con lei condivide l’amore per la splendida Alisee, un ‘altra figlia dei villaggi che ora dopo aver passato un infanzia tra un villaggio ad un altro è diventata allenatrice della nazionale francese di ginnastica artistica, che dire, una famiglia di fenomeni.

La figlia di Alessandro e Carol Giulia Montuori e Alisee figlia di Mario Dal santo e Luisa Gualazzi. Due tra le molte incredibili figlie del villaggio. foto storica.

Non poteva essere da meno il loro animale di famiglia al secolo: Rambo un cane pastore tedesco. In molti villaggi la simbiosi tra servizi o tra persone è importante ed ha creato grandi successi, ma quando questo rapporto si crea tra uomo e animale, assume dei connotati ancor più importanti. Un giorno Mario ed il suo pastore tedesco addestrato a Sona vicino Verona dove si trova un’importante scuola di addestramento per cani da valanga e cani guida, stavano percorrendo un tratto di pista di non ricordo quale parte del comprensorio sciistico valdostano, forse proprio Pila,

la giornata era bella ed il clima cominciava ad essere primaverile, cosa che in montagna d’inverno non è per forza una buona notizia, la coppia stava per tornare verso casa quando ad un tratto dal versante della montagna si staccò una grande massa di neve, la valanga dopo poco investì la coppia e l’umano, Mario, rimase nonostante fosse uno sciatore provetto rimase sepolto da più di un metro di neve, dovette richiamare tutte le forze e concentrarsi , la massa di neve che lo ricopriva non faceva passare l’ossigeno, la situazione era veramente critica, la sua vita era in pericolo e se ne rendeva completamente conto, non sapeva se fosse a testa in giù o in su o di fianco o a quanti metri sotto la neve fosse. si era ricavato grazie ad un po’ di esperienza una piccola nicchia facendo scudo con il corpo ma la respirazione era problematica, e poi l’ipotermia era in agguato i muscoli avevano cominciato a rattrappirsi, e in cuor suo temeva il peggio… Rambo invece era riuscito a scampare da quella massa di neve e con l’agilità del giovane pastore tedesco era riuscito a rimanere in superficie. l’intelligenza e l’affetto simbiotico del giovane quadrupede lo portò immediatamente a cercare di capire dove fosse il suo padrone, il suo umano a cui teneva moltissimo, e si mise a scavare con una tenacia ed una forza che solo un grande amore e motivazione possono darti. Mario sepolto dalla neve e stordito non poteva parlare e stava per abbandonarsi all’oblio, quando un rumore lo fece trasecolare e risvegliare dal torpore in cui era caduto, e quel rumore di qualcosa o qualcuno che scava gli diede immediatamente forza e sopratutto speranza, in poco tempo il rumore si manifestò sotto forma di zampe che con vigore toglievano la neve che lo stava ricoprendo e la felicità fu immensa quando sentì la lingua della bestiola leccargli le guance, e guaire in segno di affetto, Rambo aveva ritrovato l’amico perduto e Mario aveva ritrovato la vita che stava sfuggendogli causa di quel brutto evento inaspettato. Tutti capiranno che storia d’amore si celi tra queste righe e in seguito, conoscendoli, tutti fummo invidiosi dell’incredibile rapporto tra Il capocentro Mario dal santo ed il suo Amico Rambo. La bestiola era presentata alla stregua di un umano alle presentazione dell’equipe e diveniva la mascotte del villaggio ogni settimana, nonostante portasse la pettorina del salvataggio che gli dava quella certa autorevolezza, un eroe buono, così lo aveva battezzato il TG3 in un servizio sull’evento.

Quella Stagione fu anche travagliata, ricordo che ai tempi la discoteca del villaggio viveva piuttosto bene e questo era diventato meta di richieste di persone varie che cercavano chiedendo e non di poter accedere a quel locale che fondamentalmente era privato ma che qualcuno non voleva accettare. Capitava spesso che qualcuno chiamasse il villaggio chiedendo di entrare, alcune persone prenotavano addirittura la cena o per le feste, anche il veglione, per il villaggio era un modo di incassare infatti qualche extra, gli avventori pagavano il pranzo o la cena e poi consumavano al Bar, un’organizzazione che permetteva di guadagnare con il minimo sforzo, tuttavia dopo cena apriva la discoteca e allora come dicevo qualcuno chiamava per accreditarsi, spesso erano maestri di sci con ospiti oppure allenatori con atleti che avevano disputato qualche gara di coppa Europa di sci, insomma nulla da dire, ma approfittando di alcuni ingressi qualcuno cercava di unirsi ai gruppi senza autorizzazione. Una delle peculiarità di quelli con un minimo di esperienza del villaggio era quella di saper riconoscere i cosidetti “imbucati” e nella grande maggioranza dei casi capaci di chiamare il servizio di guardiania o avvisare il capo villaggio oppure di chiudere un occhio e monitorare una situazione che poteva essere nel suo divenire o tranquillissima, qualche ragazzo che vuol fare un giro solo per bere qualcosa in genere non da problemi, oppure esplosiva. Ciò succedeva quando alcuni personaggi che magari non erano molto pratici di diplomazia e sicuramente con qualche bicchiere in più sulle spalle cercavano di entrare e infastidire ragazze o inservienti. I ricordi di quegli eventi mi fanno sorridere orche se il senso della parola equipe voleva dire mille cose, in genere non si allude certo a un gruppo di persone che partono a difendere un territorio privato. Appena succedeva qualche screzio non partiva una persona a discutere, ne partivano dieci e poi venti. Ricordo L’amico Gianluca Bartoni, che poi era anche il mio compagno di stanza che in presenza di quelle situazioni mi guardava e sfilatosi il Rolex e tolta la giacca me le consegnava e andava dove c’era da menar le mani. – Giu’, tiemme la giacca e me raccomanno, l’orologgio! – diceva con il suo accento Romano, e li si univa al gruppo degli altri più grossi che come Opliti dell’antica Grecia partivano a difendere la loro terra. Nessuno si fece mai male veramente anche perchè la forza dell’equipe giocando in casa era soverchiante, e in ogni caso c’erano sempre dei pacieri che conoscevano questo o quel personaggio riuscendo applicare gli istinti.in ogni caso erano tutto sommato screzi leali e a nessuno sarebbe saltato in mente di usare armi o cose che potessero fare veramente male. in genere il tutto finiva con l’arrivo della locale pattuglia dei Carabinieri o nella migliore delle ipotesi con un chiarimento che terminava con una bevuta tra le parti contundenti. Mi sorprese e ricordo l’episodio con grande divertimento quella volta che vidi Alessandro perdere il suo tipico applombe e scagliarsi contro uno di quei personaggi che aveva compiuto l’invasione di campo. – Ale, qualcuno sta dando fastidio alle hostess e ha dato uno spintone a uno dei nostri che era intervenuto per redarguirlo.- Così disse uno di noi, rivolgendosi ad Ale Montuori che al momento stava chiacchierando piacevolmente con degli ospiti al Bar, Ale ando’ immediatamente su tutte le furie e scese il piano che separava la zona bar teatro da quella della discoteca dove si sentivano le urla dei contendenti, era una vera e propria rissa, fortunatamente volavano solo spintoni e insulti. Vedendo arrivare Alessandro dei clienti provarono a trattenerlo per proteggerlo dal parapiglia e per evitare che si compromettesse, -No, dai Ale lasciali fare , dai son ragazzi- ” non lasciatemi andare” rispose, urlando, ” ci sono i miei ragazzi li, c’è la mia equipe” Fu abbastanza autorevole lo lasciarono andare, in fondo era il capo e il fatto che volesse in qualche modo proteggere i suoi ragazzi era una cosa giusta e buona, io presente alla scena con l’orologio del Bartoni al polso e la sua giacca di cachemire beige ero poco distante e potevo sentire tutto, ma non potei trattenere una sciocca e stupida risata quando vidi Alessandro andare ad affrontare il principale contendente e puntandogli il dito dire: (figlio di..? no! testa di…? No! come ti permetti!… noooo ) disse: “Ehi tu, Faccia di Caucciu’!- Non mi trattenni, non è colpa mia, ma giuro, non mi aspettavo che Ale riuscisse a trattenere le parolacce in quella situazione e in mezzo ad una lite che sembrava essere importante quelle parole mi erano sembrate talmente fuori registro che a pensarci ancora sto ridendo. Tuttavia gli occhi e lo sguardo di Alessandro Montuori non volevano dire semplicemente “faccia di Caucciu'”, erano molto più eloquenti. La contesa termino’ alla fine con l’allontanamento del gruppo di invasori senza spargimenti di sangue… E comunque Ale anche con quel linguaggio, con il suo spirito di protezione per i suoi ragazzi, la sua l’equipe, aveva confermato di meritarsi non a caso il titolo nobiliare che tutti ad honorem gli hanno sempre riconosciuto e non solo per una presunta grandezze caratteriale: il titolo di Principe. Scendo di livello almeno a livello sciistico, anche a Pila era garantito ai clienti sulla neve il servizio grappa e modestamente ero diventato uno dei più conosciuti grappaioli di tutto il comprensorio. qui sotto potete infatti notare gli effetti a volte devastanti dei vapori di acquavite sul portatore di grappa, stenderei già qui un velo pietoso. anche perchè ho altri ricordi che riguardano altre stagioni e mi piacerebbe contestualizzare le cose al meglio.

Se siete arrivati sin qui, Bravi, Vorrei ricordare altri personaggi che hanno vissuto quella stagione, anche se so che ne dimenticherò più di qualcuno, Maurizio Leporatti che condivideva la stanza assieme a me e Gianluca Bartoni, Paolo Gaia, Carlo Brioschi, Maurizio Mele, i Maestri di sci di Pila, Lina Culla, Roberta Maria Oleastri, Le sorelle Gentileschi, Bernie Cherubini, I fratelli Cocuccioni, Giko, Barbara Gagni, Pino Ragno, Bruno Ottone di Torino, Furio Noceto, la grande Enrica Tarquini (RIP) Giancarlo Luisiardi, Cristina D’ottavio, Gianluca Bartoni, Maurizio Leporatti, Ivano Abbondanza… tanti nomi Storici della grande Valtur. Naturalmente ho dimenticato un sacco di gente e se vi venisse in mente, segnalatemelo che la aggiungero’ al più presto, magari mi torna in mente qualche aneddoto emozione che abbiamo condiviso assieme. Eh si perchè qui parlo di quelle che sono state le mie sensazioni al di la degli episodi comici o meno. Sensazioni indelebili che mi hanno portato a scrivere rivivendo questa avventura nel mondo Valtur.

Ciao e alla prossima!!!!!!!

Dedicato A Ninni Bertorotta, Enrica Tarquini, Pino Ranzino (RIP)

CREDITS: RINGRAZIAMENTI

  • VRT per la concessione delle immagini
  • Mario dal Santo: Ho preso delle foto dal suo profilo personale. regione val d’Aosta

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Valtur Memories 3 EK85

El Kebir 1985

Chapter 1

La stagione 1985, Mamma ho preso l’aereo! l’indianata, la Carmen, le luci di Biserta, ovvero: Come fare arrestare un capo – villaggio. Ali Babà.

Diamo un senso ed iniziamo, dalla fine… o quasi.

Era già la fine settembre o la prima settimana di ottobre, insomma, il villaggio stava chiudendo e tra scritte di fuoco ed emozioni alle stelle concludevamo quella che ricordo come una delle più belle stagioni passate in villaggio. Eravamo tutti andati a letto tardissimo, molti di noi non erano affatto andati a dormire, qualche saldo di fine stagione, qualche ultimo bacio dato alla turista di cui ti innamoravi ogni settimana (apro una parentesi sull’argomento: nutro ancora una seria invidia per quei ragazzi dell’equipe che non avevano bisogno di raccontare la propria vita alle ragazze per riuscire ad ottenere qualche momento di calore di intimità e sesso. Io come altri non particolarmente dotati fisicamente che potevi paragonare a divinità greche e credetemi, ne ho visti parecchi; la dovevo buttare sulla simpatia, sulla profondità d’animo, sulla comprensione e l’ascolto cercando anche di sembrare intelligente. Comunque al di la di quello che ognuna delle crocerossine benefattrici del momento avesse pensato, probabilmente grazie al ruolo o alla scritta EQUIPE sulla maglietta, qualche soddisfazione me la sono tolta pure io durante quei 17 anni passati in villaggio anche se poi in alcuni casi mi ero innamorato veramente, ma questa è un’altra storia. Torniamo ad El Kebir: ultima notte di apertura di quella incredibile stagione. Nel pomeriggio Fiorello con i tecnici del suono tra cui Monzef decidono di fare una bellissima improvvisata, ovvero dare la sveglia notturna ai turisti disponendo in varie zone del villaggio le casse acustiche ed alle 4 in punto mettere al massimo del volume la sigla del villaggio a mo di sveglia, infatti il villaggio si doveva svuotare completamente, le persone dovevano fare colazione e dopo aver fatto caricare i bagagli sui pullman sarebbero ritornati alle loro case, quale migliore sorpresa della sveglia con la sigla del grande ex animatore ora cantante professionista: Diego Vilar (L’estate Vola)! C’era entusiasmo per l’evento, un finale di stagione con il botto, così lo avevamo definito parlandone tra di noi, pure Umberto Mauro, il capo-villaggio si era alla fine, dimostrato, non senza qualche remora, d’accordo con quella scelta, non sapeva di trovarsi di fronte ad “amici” che nella migliore delle ipotesi sarebbero finiti nel girone dantesco dei consiglieri fraudolenti… La musica partì, il volume come stabilito era al massimo, ” l’estate vola, come il vento caldo o il fuoco di un falò” cantava il ritornello. Dalle finestre delle stanze si vedevano accendersi le prime luci, alcuni clienti si affacciavano sorridendo o elargendo all’equipe benevoli insulti, sembrava fosse la sveglia perfetta e per certi versi lo era. In mezzo a tutta quella perfezione non avevamo solo tenuto conto di un piccolo particolare, il vento. Così come sospinge le navi e le barche, così come sa spazzare i campi e le brughiere, così come sa essere distruttivo, quando è troppo forte, sa anche portare i suoni molto lontano, infatti nel giro dei primi due minuti di sigla le luci della vicina Biserta iniziarono ad accendersi, le colline circostanti iniziarono ad illuminarsi come in un presepe, ma la cosa peggiore che non avevamo considerato fu che proprio incollato al villaggio c’era un resort residence nel quale proprio in quella settimana era alloggiato uno dei ministri del governo dell’allora presidente Ben Alì. Ahimè si accesero pure le luci di quel residence… Li per li a noi non sembrava fosse successo nulla, tutti continuavamo a sollazzarci in quella che pareva essere stata un’altra bellissima idea, mantenere il livello emotivo di tutti, molto alto, sia quello dell’equipe sia quello dei turisti. L’atmosfera era magica, alcune persone iniziavano a salire nei pullman salutandoci con le lacrime agli occhi, altri, grati, arrivavano sorridendo dalla hall per riconoscere il loro bagaglio per farlo caricare, noi tutti, con addosso la divisa dell’equipe a salutare, i più fortunati a rubare l’ultimo bacio, altri a scambiare indirizzi e promesse. All’improvviso, dal vialetto di ingresso notammo due auto della polizia in arrivo, in pochi secondi ci guardammo e qualcuno richiamò l’attenzione del capo-villaggio Umberto. La scena durò solo qualche secondo. La polizia parcheggiò vicino ad uno dei bus, scesero degli agenti scesero dalle auto e arrivando sulla scalinata dell’ingresso si rivolsero ad un gruppo di persone dell’equipe: Fiorello, Carlo Bellomo (capo Sport) Io, Alfred Oddorizzi (maestro di surf e non solo) il tecnico del suono Guido Ostana assieme a Monzef, poco più in la il capovillaggio Umberto era a parlottare sull’ organizzazione con il capo gestione … “Cest chi le responsable?” Chiese il poliziotto… Ecco, se ci fossimo messi d’accordo, se fossimo stati attori in una originale commedia teatrale ed avessimo imparato a memoria il copione, un gesto di quel tipo non sarebbe riuscito così bene, la sincronia del momento aveva qualcosa di inspiegabilmente matematico infatti, all’unisono, tutto quel gruppetto tese il braccio con l’indice proteso ad indicare la persona responsabile del villaggio. “Lui !” dicemmo in coro. Il gruppo di poliziotti andò dal capo-villaggio gli notificò a parole qualcosina sottovoce poi gli si misero uno a destra ed uno a sinistra e lo scortarono verso L’auto di servizio tra lo stupore nostro e dei molti clienti, il suo sorriso sarcastico che voleva dire: “con voi facciamo i conti dopo”. Erano circa le 6 di mattina. Ce lo riportarono a metà pomeriggio. Io e l’allegro club dei “Giuda Escariota”, ovvero quelli che avevano indicato subito e senza alcun dubbio chi fosse il responsabile, eravamo rimasti un po’ in pensiero. Fortunatamente, tutto credo si sia risolto senza strascichi e solo con una lavata di capo Per il povero Umberto, ma non riesco a non ridere ripensando alla sua faccia e a quella dei miei colleghi mentre lo portavano via. Umberto era da poco stato promosso al livello di capo-villaggio un ruolo che al tempo era difficilissimo da raggiungere e nonostante l’azienda fosse all’epoca un asset parastatale gestita da una finanziaria della cassa del mezzogiorno (Insud) non esistevano raccomandazioni per nessuno dei ruoli al villaggio tantomeno per il manager. Umberto ci era arrivato per suoi meriti legati sopratutto ad una grande capacità organizzativa, Il suo aspetto non gli rendeva completamente merito poiché la barba bianca unita alla chioma canuta lo facevano sembrare forse un tantino più anziano di quello che in realtà fosse, l’unico limite di Umbi era forse il suo carattere un po’ spigoloso e poco propenso ai cambiamenti ed alle cose di cui non aveva il controllo cosa che per altro in un direttore capo manager è una dote, molto umano e passionale, comunque, a volte non conteneva la rabbia quando molteplici volte in una stagione qualsiasi membro dell’equipe me compreso qualche cavolata la combinava… la sua fisicità ed il suo carattere in villaggio diventavano comunque bersaglio dei vari capo animatori di turno o dei vari capo sport (pochi comunque) a cui lui concedeva il privilegio di scherzare su di lui, infatti solo in un secondo momento della sua vita professionale si era abituato alle prese in giro dei vari guitti che approfittavano della sua autorevolezza per dissacrare a mo’ di “Pierino” la sua figura istituzionale di capo. In questo gioco delle parti, sicuramente in quella stagione Fiorello e Carlo il capo-sport erano riusciti a creare assieme a lui una sinergia talmente efficace che ogni sera in teatro il pubblico si aspettava qualche scaramuccia tra di loro, e visti i personaggi in commedia, erano a dir poco irresistibili. Ora, Umberto con cui ho vissuto molte altre stagioni, per cui potrò ancora raccontare di lui vive per la maggior parte dell’anno ad Agadir in Marocco dove si gode la pensione giocando a golf e incontrando tanti amici ex Valtur che lo vanno trovare, ricordando le stagioni passate assieme a lui e anche la sua amata compagna prematuramente scomparsa e che che molti di noi hanno conosciuto, una splendida persona: ROSARIA Cigliano a cui voglio fare una dedica speciale.

Chapter 2 : Volare, oh oh!

Ho iniziato dalla fine poiché gli eventi di quel giorno furono uno straordinario esempio di come la stagione fosse stata portata avanti in modo si organizzato, si professionale, ma sopratutto goliardico, far arrestare il proprio capo ridendo è scherzando non è da persone completamente sane di mente. Eccomi quindi alla partenza, Il solito telex che Paola Rossi su indicazione della preziosa Simonetta Sparapano inviavano dalla storica sede di via milano 42 mi avvisava di trovarmi a Roma Fiumicino per il volo Alitalia delle 14.30…

Ok, forse qualcuno non lo sa ma per me era in assoluto il battesimo dell’aria. In tutti i modi ero riuscito a procrastinare l’evento, la mia paura di volare era motivo di viaggi in auto o in treno a volte lunghissimi. In questi frangenti, ovvero subito prima del volo, il livello di “ipocrita religiosità” aumenta in modo esponenziale: preghiere, rosari giaculatorie, meditazioni sul senso della vita e sulla spiritualità, e varie esperienze di introspezione filosofica entrano pervasivamente e prepotentemente a far parte di te e si impossessandosi di ogni emozione sensazione ed ogni cellula del tuo corpo, neuroni compresi, l’immaginazione arriva a livelli sconsiderati e ti fa ritrovare in situazioni sempre spiacevolissime, ancora oggi vivo male quei momenti anche se poi l’abitudine ha iniziato a farmi apprezzare la bellezza del viaggio in aereo a meno che non intervengano condizioni meteorologiche proibitive, che fanno riaffiorare le ataviche ansie. Naturalmente atterrammo all’aeroporto di Tunisi un oretta e mezza dopo la partenza, il viaggio fu al netto delle mie paure abbastanza ” confortevole” volammo con il Md 80 della flotta Alitalia.

Espletate le operazioni di dogana partimmo verso il villaggio che si trovava ad un paio d’ore di strada.

Chapter 3 Paninari e co!

Credo sia una sensazione piuttosto comune quella di sentirsi pionieri ogni volta che si percorrono nuove strade o si visitano nuovi paesi o territori, poco conta se ci sono già passate milioni di persone , ma in quel momento ci sei tu, con i tuoi occhi assieme alle tue aspettative ed ogni piccolo fatto ti sembra unico, la bellezza della soggettività ! Arrivammo al villaggio e venni accolto dalle persone dell’equipe che in pratica erano già li tra cui Fiorello che mi aveva voluto come chitarrista e uomo tuttofare e il capo-villaggio Umberto assieme al capo sport Carlo Bellomo di cui avremo tempo di chiacchierare. Mi ambientai quasi subito, oramai anche se non ero un veterano avevano iniziato a conoscermi e anche a fidarsi, tant’è che oltre alle mansioni di routines che si dava per scontato eseguissi mi venne affidato l’incarico di gestire organizzare ed in qualche modo riunire i ragazzi che potevano creare qualche problema alla struttura alberghiera, in fondo quella è l’età della ribellione, per cui evitare che si inseguissero per farsi i gavettoni oppure che si facessero male organizzando giochi estremi come scavalcare muri o fare sortite in cucina di notte per prelevare dolci o croissant, senza tralasciare la visita al bar notturna per prendere qualche bevanda, insomma erano tutti questi buoni motivi per tenere sotto controllo quel folto gruppo acefalo di adolescenti che in ogni modo cercavano di divertirsi ma non sapevano forse scegliere il modo corretto di farlo. Di conseguenza oltre alle mie note mansioni di chitarrista e di preparatore di scritte di fuoco nonché di organizzatore di tornei di carte e aiutante degli scenografi, investivo i secondi rimasti per organizzare le giornate dei miei ragazzi, si proprio così iniziai a chiamarli i “Miei” e loro mi iniziarono a chiamare “Papi”. La verità è che per evitare loro la noia li portavo a lavorare spesso con me dietro le quinte, Aiutate Papi a verniciare il palco, a metter a posto alcune scenografie, sicuramente un po per gioco un po’ per una strana alchimia che tutt’ora non so spiegarmi questi mi seguivano, chi in modo pedissequo chi invece rimbrottando qualche insulto ma mi seguivano… Alcuni si presentavano vestiti tutti griffati, era infatti il tempo in cui in Italia imperversavano i “Paninari” forse l’unico fenomeno sociale giovanile nato e cresciuto completamente in Italia, inoltre esaltato dalle performance di alcuni comici di “drive Inn”,e addirittura cantato nelle canzoni del famosissimo gruppo inglese “Pet Shop Boys” insomma, ebbene forse proprio dai paninari ho avuto le più grandi soddisfazioni, mi avevano eletto capo branco e facevano esattamente tutto quello che gli chiedevo, dai giochi, alle piccole mansioni lavorative o aiuti nei passaggi in spiaggia. Mangiavamo a pranzo ed a cena tutti assieme e senza che lo avessi mai chiesto, a fine settimana si presentavano con un regalo che probabilmente i genitori avevano pensato per ringraziarmi delle loro vacanze passate senza dover rincorrere ed aspettare i figli oltre ad averli in sicurezza fuori dalle scatole. Il gruppo era così coeso ed invidiato che dai 12 /16 anni di range d’età era diventato un 12/18.. e talvolta 19 … ci ho provato altre volte in altri villaggi, mai con lo stesso successo di El Kebir 1985. Il successo si misurava anche dallo scroscio di applausi e dal tifo che ricevevo durante le presentazioni a fine settimana o dagli applausi e cori da stadio che mi venivano dedicati durante le mie comparsate negli spettacoli anche per parti di poco conto se non addirittura insignificanti.

questo mi metteva al riparo sicuramente dai mille difetti che col tempo avevo sviluppato compreso la sveglia del mattino che è sempre stata uno dei miei punti deboli e che mi metteva nella posizione di essere giornalmente “cazziato” dai miei superiori; per cui, durante il giorno dovevo dimostrare di essere dappertutto ed essenziale al villaggio. A dir la verità a me piaceva proprio farlo e questo in fondo serviva a farmi talvolta perdonare qualche mia mancanza mattutina. Naturalmente gli scrosci di applausi che quegli adolescenti mi riservavano erano una sorta di tifo organizzato e sicuramente qualcuno dei ragazzi lo faceva con il piacere ed il gusto di farlo, anche se molti di loro lo facevano e ne sono convinto, solo per il gusto di fare un po’ di baccano. Nulla a confronto degli applausi che in quella stagione riusciva a strappare quel Fiorello con cui oramai avevo raggiunto un rapporto quasi di dipendenza professionale, in pratica: ero una remora, si, uno di quei quei pesci che si affianca allo squalo per garantirgli una corretta igiene, si, insomma una sorta di successo parassita di cui pure io come altri beneficiavamo un po’ come la luna brilla grazie al sole anche se poi quel sole si chiamava Rosario Fiorello.

Chapter 4

E’ difficile Parlare di VALTUR, delle stagioni delle equipe e dell’animazione turistica e non ricordare il nome di Rosario Tindaro Fiorello, nel termine “ricordare ” non intendo tenere a memoria un nome che di per se potrebbe sembrare addirittura un po’ buffo diventando magari uno dei tanti nomi che ricordi, eh no! Decisamente no! Non solo il nome ma la figura il viso l’espressione di Fiorello hanno fatto di lui un artista vero, lui ha creato … anzi no, lui non ha creato, lui era semplicemente se stesso, con il suo entusiasmo con le sue paure con la sua ipocondria, con il suo saper mettere le persone al centro mentre le prendeva in giro senza farle mai sentire in svantaggio, e dove per qualche motivo lui si accorgeva di aver calcato un po’ la mano nello sfottere qualcuno, subito lo faceva apparire come il migliore, ovvero lo omaggiava per aver fatto divertire gli altri, come se si fosse donato. Chiunque sia stato preso in giro da Rosario, sa che o era già iperfamoso o lo sarebbe diventato da li a poco e in quel microcosmo chiamato villaggio che altro non era che uno spaccato di vita e della società di quell’epoca, lui ti faceva diventare un personaggio. Era capace di metterti alla berlina di mille persone e allo stesso momento sapeva riportare la sua vittima sullo stesso piano degli altri se non addirittura ad un piano superiore. Essere considerati da lui significava essere conosciuti da tutti, essere nominati da lui garantiva una certa fama; certo, stiamo parlando di un villaggio turistico, non di un canale televisivo come possiamo intendere oggi dove basta presenziare ad un talent e diventi famoso.

Beh, Saro aveva lo stesso potere che hanno oggi i talent o le agenzie di comunicazione, ma lui lui era solo, non aveva strutture televisive alle spalle se non quel palco o quella piazzetta unita al suo microfono o questo o quel chitarrista che poi divento un gruppo musicale, ( Gli storici: Cactus ) o questo o quell’amico o capo-villaggio che lui non mancava di massacrare come un discolo monello fa a scuola con i prof. martirizzandoli con battute ed altro, il tutto però senza essere mai maleducato non era mai bullismo microfonico e La gente lo percepiva, lo voleva e idolatrava quell’ abbronzatissimo siciliano con la faccia da mascalzone gentile. Quando era ora di pranzo la gente non andava a sedersi al ristorante se lui stava al microfono; poteva essere in piscina durante la sigla o in montagna per il gioco aperitivo, dava il buon appetito a tutti poi ci attaccava una canzone, una battuta, un input, chiedeva un applauso per qualcuno… insomma più volte lo Chef doveva arrivare in Piscina urlando con un coperchio che percuoteva con un mestolo ricordando che il pranzo si raffreddava. Saro, poi si scusava, sapeva che nel turismo l’aspetto gastronomico era fondamentale assieme alla sistemazione alberghiera, lui, noi, l’equipe, eravamo un utilissimo e preziosissimo orpello che doveva aumentare il gradimento degli ospiti, tuttavia bisognava fare attenzione a non creare problemi agli altri settori. Il villaggio era un meccanismo perfettamente oliato dove ogni cosa accadeva quando doveva e ne seguiva o ne precedeva un’altra. Rosario, era così, Picasso sapeva disegnare il semplice figurativo, altri artisti conoscevano le basi del disegno ma lui inventò il cubismo, così come Kandinskjy sapeva dipingere, disegnare, ecc ma fu il primo a dare un senso all’astrattismo, anzi lo inventò erano artisti entrambi che mettevano loro stessi nelle loro opere forse erano essi stessi le loro opere il proprio talento il proprio stile. Fiorello metteva se stesso in quel lavoro e con buona pace di tantissimi bravissimi e tecnicissmi animatori attori comici, cantanti professionisti lui aveva coniato il suo stile, lo stile che lo ha portato ad essere quel che è diventato, Il re degli showman, una maschera, un archetipo, nel marketing si definirebbe un Brand. Eh si, quel ragazzone abbronzatissimo che amava scimmiottare i cantanti, i ballerini gli attori, è ora uno di loro come una maschera, riconoscibile come un arlecchino, un pulcinella un Totò. Ad alcuni non piaceva e per alcuni ha oggi stufato, ok, a volte si lasciano le fidanzate o le mogli a cui si giura amore eterno, quindi rientra perfettamente nella normalità e nel corso delle cose che nei grandi numeri prima o poi a qualcuno possa non piacere, io me ne sono fatto una ragione, tuttavia nulla leva al talento di quel ragazzo che all’epoca ancora non era conosciuto anche se…

“Salve, che fate?” Disse una voce femminile, mentre sul palco alle 17 di pomeriggio io davo una mano a montare le scenografie della sera al fantasioso scenografo di Termini Imerese con cui per altro sono ancora in contatto, Daniele Sperandeo. Ci voltammo entrambi di scatto e iniziammo a fare le solite battutine da seconda media, una ragazza di una trentina d’anni aveva sceso le scale del teatro per parlare con uno di noi, ci eravamo già montati la testa, e avevamo subito iniziato a fare i simpatici, ma lei tagliò subito ogni tipo di conversazione, in quel frangente voleva il controllo i comandi del discorso, eludendo ogni tentativo tamarro di allusione ci chiese un parere: – Vi posso chiedere una cosa? Cosa ne pensate di quel ragazzo che canta e che fa il capo animazione qui? Ne ho sentito parlare addirittura in Italia da persone che lo hanno visto lavorare – ” Ah, parla del nostro capo, non possiamo certo parlar male di lui altrimenti ci licenzia, cosa vuole che le diciamo?” – Certo, immagino, ma io volevo sapere e sentire cosa ne pensano i suoi colleghi, a me pare essere uno uno in gamba – disse. II discorso si faceva serio e noi stavamo cominciando ad intendere che dovevamo dare le informazioni che ci chiedeva, quella donna aveva un tocco di professionalità sebbene fosse vestita da mare, tuttavia ancora non eravamo convinti ad aprirci con lei, che indagine era quella? Fu lei stessa a toglierci dall’imbarazzo, non ricordo il nome che ci diede ma disse: sono tal dei tali della Baby Records non so se la conoscete, è una casa discografica che lancia nuovi personaggi , i cosiddetti emergenti!- Tutto fu chiaro, iniziammo a parlare e ad essere più tranquilli professionali, ma ricordo con esattezza le parole precise con cui risposi a quella giovane manager discografica: ” io sono Giulio, ehm il suo chitarrista ” -Si lo so, vi ho visti in anfiteatro mentre suonavate e cantavate ogni pomeriggio, ma cosa mi sai dire di lui, tu, cosa ne pensi? Oramai mi ero sciolto ed andai a ruota libera. Dissi: ” Mi ascolti bene, e sono sicuro di non sbagliare, io penso che Saro Fiorello nel 2000 sarà famoso tanto quanto il Pippo Baudo Nazionale oggi, se lo segni e poi mi dirà, questo è quello che penso. ” Anche Daniele lo scenografo annuì dandomi ragione e con spiccato accento di Termini Imerese disse: ” é bravissimo come artista e come persona!” Lei sorrise, ci ringraziò e se ne andò! Quel che è successo poi sulla carriera di Fiorello è ormai storia, una storia che ho vissuto da dentro e una storia di cui avevo già modestamente previsto come altri per altro l’evolversi degli eventi. (Ps. diffido chiunque ad annoverarmi tra quelli che dicono di aver scoperto Fiorello)

Chapter 4

Indianate di ferragosto

Carlo di cui parlerò in un prossimo capitolo era il capo-sport di quella stagione ad El Kebir, aveva quindi il compito di organizzare le attività sportive per gli ospiti, era basso con pochi capelli ed uno sguardo che sembrava prenderti in giro ogni secondo che i suoi occhi si posavano su di te o incrociassero il tuo sguardo, una persona intelligente e scaltra ma a guardarlo poca era l’attinenza con l’incarico che ricopriva , nel senso che fisicamente non rappresentava l’idea dello sportivo, invece a eloquio probabilmente aiutato dalla sua laurea in giurisprudenza era un campione, solo Fiorello riusciva a tenergli testa, sicuramente per l’aspetto fisico ma come tutti sanno a Fiorello non manca certo la parola, per questo tra i due era nata una specie di sfida complice che faceva i loro dialoghi in gag irresistibili, oltretutto erano pure coalizzati quando il capo-villaggio provava ad intervenire in qualche rimprovero dato all’uno o all’altro, per cui la sera in teatro prima di iniziare lo spettacolo si passavano momenti spassosissimi di sano e puro divertimento proprio perchè quei tre elementi avevano imparato a prendersi in giro e a giocare tra di loro come perfetti monelli. Nessuno all’epoca avrebbe immaginato che per un certo periodo di tempo Carlo sarebbe diventato capo villaggio e addirittura un dirigente della società, così come Sarebbe addirittura diventato uno dei manager di Fiorello e che da li a poco avesse litigato con lo showman dando origine ad una separazione dolorosa non solo per la carriera ma sopratutto per la questione umana celata da quella divisione, storia di cui non preferisco non addentrarmi nei particolari. Tra le varie attività degli splendidi ferragosti Valtur vi era una serie di giochi e tra questi l'”indianata”. L’indianata altro non era che un modo ludico e simpatico di sfidarsi, tranne che che chi perdeva doveva pagare pegno o fare una penitenza. Querl particolare giorno, dopo la banda la sfilata dei carri il grandissimo buffet e la mega chitarra delle 14 in teatro le attività riprendevano ancora con giochi vari e proprio li fu organizzata ‘indignata alle bocce, evento nel quale chi perdeva ogni colo doveva bere da una splendida teglia ripiena di sangria la sua parte di penitenza; risulta agli atti che le penitenze furono parecchie e che in molti si erano stra-divertiti e come si diceva in gergo, “spaccandosi dalle risate”. Io quel pomeriggio avevo il mio da fare, completare le solite fiaccole e sistemare le varie scritte di fuoco, sul tetto del teatro e in spiaggia dove si accendevano i saluti e gli auguri di buon ferragosto che servivano ad alzare notevolmente il tono emozionale della serata, in più stavo dando una mano allo scenografo a montare la scenografia del musical di ferragosto. quale sera era di scena la versione parodiata della Carmen di Bizet. la scenografia imponente e i costumi variopinti a cui la costumista Betta e lo scenografo Daniele Sperando avevano lavorato erano tutti pronti. Nello spettacolo io avrei dovuto essere una delle guardie di don José, anche il mio costume era pronto. Mi fermò Umberto il capo-villaggio all’ingresso del ristorante: – Giulio, tutto ok con le scritte e le fiaccole?- ” certo Umbi, è tutto già piazzato e impregnato di nafta ” risposi. – bene, ora vatti a studiare la parte che stasera prendi il posto di Fiorello – e chiamami l’organizzatore degli sport terrestri che stasera prende il posto di Carlo. – Ah Bene come faccio ? Io la parte l’ho vista fare ma non so se sono in grado di…- ” Ce la farai benissimo! Tra le righe intesi: “o vai a casa! ” – Ce la farò, tranquillo certo che ce la faro’! – Gli risposi imprecando tra me e me. La sfida dei giochi e quella piccola simpatica rivalità tra animazione e sport in quella giornata era stata fatale sul campo di bocce a tutt’e due i contendenti che, alzato un po’ troppo il gomito non erano in grado di proseguire la giornata. So che non ho più visto ne Fiorello ne Carlo toccare altre volte bevande alcooliche, tuttavia li capivo poiché pure a me era capitato di sentirmi male in un altra occasione mentre qualcuno mi voleva fare apprezzare il fantastico “Tibarine” un liquore dolce a base di datteri. Lo spettacolo miracolosamente finì bene ed io ebbi la mia standing ovation che il gruppo junior mi tributò a fine spettacolo, dopo tutto mi chiamavano Papi e io cercavo di comportarmi per tutto il giorno come farebbe l’amico più grande o nel migliore dei casi come il fratello maggiore, mi piace vincere facile!. L’epilogo della giornata fu che la imponente scritta di fuoco, in realtà non si accese, Il manutentore mi aveva dato anziché la nafta, una miscela di nafta mista ad acqua che serviva a pulire ingranaggi di chissà quali macchinari riducendo il potere infiammabile della sostanza con cui avevo imbevuto ogni cosa… All’ inizio qualcuno voleva scorticarmi vivo, poi pare abbia scorticato il povero manutentore di turno che aveva scambiato la tanica della nafta con una tanica di nafta annacquata. il Ferragosto andò benissimo. e nonostante tutti gli sbattimenti la gente andò a casa con le lacrime agli occhi, qualcuno potrà dire tutti? io rispondo quasi tutti , si in moltissimi partivano dal villaggio e ci lasciavano con commozione ed attestati di stima. Io stesso assistei ad una scena indimenticabile dove il protagonista era il solito Fiorello ma la novità era che la protagonista era piuttosto age’. Rosario è sempre stato un bel ragazzo con un bel fisico per altro abbastanza muscoloso e sempre abbronzato, diciamo che le ragazze facevano a gara per accaparrarsi le sue attenzioni che lui da buon siciliano non disdegnava ma con molta discrezione,. La scena che stavo osservando sembrava una scena da film , Lui la guardava dall’ alto del suo metro e ottanta e più di altezza, lei basita lo guardava con animo rapito e con lacrime agli occhi, che non sembravano indicare supplica, non sembrava una scena di saluto vicino al pullman come era successo un po’ ad ognuno di noi, e poi l’oblio, no non era la stessa cosa non poteva, lei era una signora di 90 anni, ancora in forma, che si scusava, la frase che ascoltai era proprio questa: ” Sai ti volevo salutare e chiedere scusa, sto piangendo, ma non pensavo di potermi innamorare ancora alla mia età, io ti ringrazio per esserci. ” Non credo che Rosario abbia dimenticato mai quel momento sensibile come era.

CHAPTER 5

Ali Baba’

Ben lungi dall’assomigliare al più famoso ladro di Bagdad che cavalcava tappeti volanti e sfidava gran Visir e Maragià il nostro Ali e si accontentava più modestamente di occupare uno dei lati della grande e bianchissima spiaggia del villaggio, ogni tanto provava ad avventurarsi con il suo turbante ed il suo caftano a righe bianche e blu tra gli ombrelloni , ma puntualmente veniva redarguito in modo minaccioso dalle zelanti guardie che avevano il compito di proteggere i turisti da inopportune invasioni di campo da parte di questo o quell’avventore che aveva intenti puramente commerciali offrendo merci di ogni tipo come oggetti in peluche piuttosto che altri articoli d’artigianato tipico, fino ad arrivare ai veri e propri tappeti in acrilico purissimo. Era un vecchietto piuttosto bonario e mite, mai aggressivo, vantava una permanenza in Italia come venditore di tappeti abusivo e conosceva quasi perfettamente l’italiano o meglio la lingua italiana che si parla a Napoli, città di cui decantava la bellezza e di cui conosceva un sacco di canzoni con le quali approcciava i turisti per rendersi simpatico. Noi ci divertivamo a provocarlo in amicizia, alludendo alla sua senilità e lui con grande ironia stava al gioco , ” la cartuccia non spara più! ” diceva , lui vendeva di tutto e conosceva pressoché ogni mercanzia tu potessi desiderare in quella terra, io stesso acquistai un bellissimo Narguille’ che tutt’oggi posseggo e custodisco gelosamente in ricordo di quell’epoca e di quelle persone che in quei giorni ci hanno accompagnato nella nostra esperienza di animatori di villaggio turistico sparsi ai quattro venti nel globo terraqueo, per cui un ricordo non poteva non andare All Alibaba( chissà poi come si chiamava veramente) ed alle sue filastrocche arabo-partenopee….🧝🏽‍♂️🪗🎸🎼Carmela è una Bambola!

Ci sarebbe da scrivere una intera enciclopedia sui fatti di quella stagione ed ognuno dell’equipe, sono sicuro che ne potrebbe raccontare come me a decine; come dimenticare l’estro sportivo di Alfred Oddorizzi di San Virgilio di Marebba “montanaro” prestato al surf che non ti lasciava il tempo di guardare una ragazza che con il suo accento altoatesino le aveva già chiesto ” ciao, come va l’amore? ” frase che utilizzava come approccio un po’ con tutti e su sulla quale poi imbastiva un discorso basato sulle risposte , scherzosamente si autodefiniva e lo definivamo, il “missionario dell’amore”, l’ironia avvincente di Fabrizio Bolongaro che poi diventò uno dei capi-villaggio più quotati in Valtur e sicuramente più apprezzati dalle varie equipe. Insomma, di personaggi anche in quella stagione se ne potevano contare a bizzeffe. Per esempio Il grande Stefano Galli, veronese doc uno dei pochi che riusciva nell’intento di tenere testa a Fiorello durante una conversazione a tavola o tra amici insomma un’altra vera potenza della natura. Fulvio Vanacore futuro capo Villaggio così come il tecnico del suono Monzef, Uno che invece non incontrai mai più fu il mio compagno di stanza di quella stagione… Marco Marri era stato assunto come animatore al ristorante tipico e in pratica lo doveva gestire almeno dal punto di vista delle prenotazioni, non a caso arrivava dalla movida romana dell’epoca, faceva il PR nelle più famose discoteche, Histerya, Olimpo, Veleno… Romano di Monteverde Nuovo, con la coda ai capelli. Mi prese subito sotto la sua protezione, non che ne avessi particolare bisogno, ma a lui andava bene cosi ed il suo istinto paternalistico nei miei confronti non mi disturbava, anzi mi dava effettivamente un buon senso di sicurezza e i suoi consigli erano sempre preziosi , almeno per la mentalità che avevo allora. Diciamo la verità, se ho avuto mai una nave scuola su come si approccia una ragazza, beh, lui sicuramente fu un ottimo professore.😊.

quanti amici ricordi di quella stagione? Provo a fare qualche nome oltre a quelli già citati. Marco Bonuccelli detto “coca” a causa di una conformazione dei bulbi oculari particolarmente appariscente che unita al suo fisico sportivo surfista sportivo gli rendeva un discreto fascino, Michele Amenta al Bar, decano tra i capi bar e pure lui passato nel modo dei più. le hostess, tra cui spicca il nome di Francesca Cervellera , ebbene proprio cosi la Dellera che Fellini scoprì come attrice 2 anni dopo per il cinema se sbaglio correggetemi, non amo scrivere cavolate. Francesca Gruttadauria, la Hostess Tiziana, Simone il toscano, Gilberto di Trieste al Surf, Federico Lucchini alla vela, Toto’ Lisi L’economo, La Pallina (pallinara) Umberto Trentacarlini Capomateriali (rip) La grande coreografa Nicoletta De Luca con cui già avevamo lavorato a Nicotera e Sansicario. La costumista e i suoi splendidi costumi: Betta Barile, La Hostess Barbara Tassinari da Cesena, Il Brasilianissimo Renato, il grande arciere di cui nemmeno ricordo il nome ma era uno forte. L’infiermerona Barbara sempre disponibile con tutti, Il Carlone Galizia. Il tecnico del suono di Torino Guido Ostana, la hostess Rachele e la hostess Titti Fulvio Vanacore, Nicolino in Gestione Assieme a Lilly e al capo gestione Enzo, Il David Niven del villaggio, Linda mc Cae in Boutique insomma difficile ricordarsi tutti a distanza di così tanti anni

Chi ha lavorato ad El Kebir non può non aver conosciuto Il responsabile Escursioni, il dolcissimo Tarek ragazzo tunisino sempre sorridente ironico e disponibile, un amico per tutti e spesso anche un ottimo confidente, a lui, ahimè non più in vita ed alla sua splendida terra va la mia dedica più grande in questo racconto

Qualche nome posso averlo dimenticato insomma qualche nome mi tornerà in mente prima o poi e lo aggiungerò quanto prima. Ricordo che in questi scritti parlo di me e delle mie sensazioni ed emozioni non devono per forza far ridere o essere prese come verità assolute, in quanto ognuno vive le sue esperienze come le sente, di sicuro non ci sono bugie o cose scritte per sorprendere qualcuno, altrimenti scrivevo di fantascienza. Ciao a tutti, alla prossima puntata, se avete avuto la pazienza di seguire fin qui.

CREDITS: Per le immagini si ringrazia il VRT, Umberto Mauro, UN sorriso è per sempre,.

alcune immagini sono prese da google, se qualche immagine pubblicata viola qualche diritto, fatemelo sapere che provvederò a sostituirla.

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” VALTUR MEMORIES… e invece c’ero pure io”

DEDICATO AGLI AMICI DEL VRT

CHAPTER 1°

L'INIZIO (il mio)

Brevi cenni storici: brevissimi direi!

Valtur: "Valorizzazione Turistica" è stata una delle aziende turistiche più importanti d'Italia e forse d'Europa. ma per approfondire la questione societaria vi rimando a: Wikipedia.com

intro: capita di aprire il cassetto dei ricordi o come nel mio caso la cassapanca, anche se poi si dice che si inizi a ricordare quando si sta diventando vecchi e a dire il vero quando ero più giovane consideravo quelli della mia età: vecchi e decrepiti, ora avendo io quell'età penso a cosa devo ancora fare domani e cerco di fare programmi a lunga scadenza, quindi sarà forse il segno dei tempi moderni ma scrivere ricordi è forse un modo di far posto nella mente per evitare di cancellare esperienze spostandole solo da un hard disk ad un altro. Racconto le sensazioni i pensieri di un ragazzo alle prime esperienze di lavoro, incertezze e stupori dopo essere stato catapultato in un mondo che mai mi immaginavo esistesse all'epoca, un giovane ragazzo dell'oratorio con tanti sogni ma senza nemmeno un cassetto dove metterli. Qui, qualche mia piccola storia, impressioni su qualche personaggio su qualche amico, su chi non conoscevo e lo è diventato, racconto momenti gioiosi e giocosi, ma anche brutti e talvolta tristi che in ogni caso hanno contribuito alla mia, come di qualsiasi altra persona, crescita. Momenti in cui ho cercato la motivazione per uscire da situazioni intricate, in cui ho scoperto che alcuni modi di essere, pagano più di altri, momenti in cui avrei potuto mollare tutto ma grazie ad una buonissima dose di umiltà ed autoironia sono riuscito a superare crescendo. Non sono diventato "qualcuno" ma sono diventato sempre più Me! ECCOMI QUINDI A SCRIVERE PER CONDIVIDERE COME HO INIZIATO IL PERCORSO LAVORATIVO CHE MI HA PORTATO A FAR PARTE DELLO STAFF ANZI DELL'EQUIPE DI QUELLA CHE ERA UNA DELLE PIU' IMPORTANTI AZIENDE DEL SETTORE TURISTICO DEL PANORAMA EUROPEO: LI', SONO CRESCIUTO, ASSIEME A TANTI ALTRI COLLEGHI, CONDIVIDENDO ESPERIENZE INCREDIBILI. Un GRAZIE A QUESTA AZIENDA E ALLE PERSONE CHE CI HANNO LAVORATO... parlo solo dell'inizio in questo capitolo, di come e del perchè ho smesso, magari ne parlerò in un altro racconto; dico solo che ad una certa età non ti senti più credibile mentre cerchi di far divertire la gente in modo spontaneo e, se non vieni giustamente motivato anche da chi gestisce dall'alto la tua posizione professionale è meglio smettere, quindi, non è che sia sempre tutto bellissimo, ogni tanto ci siamo scontrati anche qui, nel villaggio. Con qualcuno dei ragazzi non ci siamo addirittura mai presi, con altri abbiamo litigato, siamo umani, siamo persone, quindi: fallaci. tra la prima stagione e oggi sono passati 34 stagioni in villaggio, quasi sette anni a Mediaset, e 17 anni di insegnamento a scuola, con un matrimonio un adozione ed una laurea di mezzo, ma ciò che ti appartiene ti resta nel cuore, e a me, sono appartenuti tutti i bei ricordi, e non starò qui a sparlare di qualcuno, sarebbero storie prescritte che nemmeno il peggiore dei rancori potrebbe riesumare. OGGI DA ADULTO, ANDANDO IN VACANZA MI RIVEDO NEGLI OCCHI E NELLO SPIRITO DI ALCUNI DeI ragazzi delle varie equipe E MI SCATTA UNA NATURALE SIMPATIA NEI LORO CONFRONTI, ANCHE SE NON FANNO PARTE DELLE EQUIPE VALTUR MA HANNO ALTRI NOMI. CERTO, IL NOSTRO ERA UN VERO E PROPRIO LAVORO, NON ESISTEVANO ORARI, NON ESISTEVANO TUTTE LE TUTELE DI OGGI, lo stipendio era bassissimo, tuttavia CREDO CHE PER FARE IN QUEL MODO QUESTO TIPO DI LAVORO NON ESISTA ALTRA MANIERA, L'APPROCCIO ALL'ATTIVITA' DI ANIMATORE E' TUTT'UNO CON IL POPRIO ASPETTO PERSONALE E CARATTERIALE DOVE TI MISURAVI CONTEMPORANEAMENTE CON LA PARTE BELLA E LA PARTE BRUTTA DEL MONDO, DOVE IL DARSI AGLI ALTRI E LA FILOSOFIA DI "SERVIZIO" ERA UNA SKILL PERSONALE E NON UNA REGOLA STABILITA DA QUALCUNO, DOVE IL CLIENTE CHE COMMERCIALMENTE HA SEMPRE RAGIONE, E' STATO ELEVATO AL GRADO DI "RE", ED E' IN OTTICA COMMERCIALE GIUSTO, ANCHE QUANDO IL COSIDETTO RE ERA IL PERFETTO CONTRARIO DI PROBO. FARSI MANGIARE DALLA GENTE, ERA QUESTO IL MANTRA! ANIMATORE ALL'EPOCA ERA QUASI UNA MISSIONE E POCO IMPORTA SE QUALCUNO CI ABBIA LUCRATO APPROFITTANDO DELL'AMBIENTAZIONE E DELLA VOGLIA DI DARSI, DI SPENDERSI DI CONFRONTARSI E DI STARE ASSIEME TIPICA DEI RAGAZZI; E' PROPRIO GRAZIE A TUTTA QUELLA VOLONTA'E PASSIONE CHE LE EQUIPE VALTUR NATURALMENTE ORGANIZZATE E GUIDATE DAI VARI CAPI VILLAGGIO, SONO RIUSCITE A CREARE UNA VERA E PROPRIA PROFESSIONE, L'INCISO DI UNA CANZONE CHE GIRAVA TEMPO FA NEI VILLAGGI DICEVA (E' UN MESTIERE QUESTA NOSTRA PASSIONE) E NON' E MAI SBAGLIATO ETICHETTARE COME PROFESSIONISTI DELLE VACANZE, AL DI LA DEI RISULTATI ECONOMICI DI UN AZIENDA I RAGAZZI E LE RAGAZZE CHE LAVORAVANO IN VALTUR E CHE SI SONO MISURATI CON IL GRADIMENTO E SUL MODO DI RAGGIUNGERLO SPENDENDOSI PERSONALMENTE OGNUNO PER LE SUE COMPETENZE E PER LA PROPRIA VOGLIA DI RAGGIUNGERLE, RAGAZZI CON I QUALI TALVOLTA ABBIAMO CONDIVISO SITUAZIONI ALLEGRE, TRISTI, LEGGERE, PERICOLOSE, PERSONE CON LE QUALI SAREI ANDATO IN "GUERRA", PROPRIO PER QUESTO MOTIVO, CREDO SIAMO TUTTI D'ACCORDO NEL DEFINIRE SENZA ALCUNA RETORICA "L'EQUIPE" L'ANIMA DEI VILLAGGI!

MI SONO FATTO DA SOLO LA FOTO PER IL DEPLIANT,
NON MI CI AVREBBERO MAI MESSO
Cap 1: Tutto inizia altrove e finisce chissàdove...
CASERMA TOTI BERGAMAS,GRADISCA D'ISONZO FRIULI VENEZIA GIULIA, ITALIA. INTERNO, SERA,

– Lo sai, hai un carattere davvero estroverso, potresti trovare lavoro in quei villaggi turistici che vanno di moda cosi tanto-, disse il Furlan sorprendendomi mentre cercavamo di rilassarci nel tugurio riservato ai fanti che avevano appena terminato il loro turno di guardia nella caserma Toti Bergamas nel centro di Gradisca d’Isonzo, uno degli avamposti di confine con la vecchia Jugoslavia durante il periodo della guerra fredda e che avevano il compito di fare la manutenzione e fornire supporto logistico alle varie postazioni militari lungo il confine. Furlan era un ragazzo di Milano piuttosto loquace ed empatico, tifosissimo di Evani e del Milan che in quei tempi navigava al centro classifica ed era appena resuscitato dalla serie B per cui le nostre discussioni vertevano spesso di questi argomenti. Io mi trovavo a Gradisca per diventare autista, aggregato alla compagnia trasporti del BTG° logistico della brigata Gorizia della Folgore il corso doveva durare un mese ma poi mi fermai li per 9. Avevo dato poco peso alla frase del Massimo Fùrlan, conoscevo appena quella tipologia di strutture alberghiere, pensavo a dei campeggi strutturati con un ricevimento e dei servizi come supermarket e farmacia, ne avevo sentito parlare solo attraverso qualche pubblicità televisiva oppure tramite qualche foto sui depliant turistici che distrattamente avevo notato anche grazie alle foto di qualche ragazza in bikini che ammiccava da dentro qualche cartellone posto nella vetrina di qualche agenzia di viaggi. Avevo a priori deciso che non avrebbe fatto per me e non ne avevo mai considerato l’idea, i parametri estetici ed economici per andarci in vacanza che venivano reclamizzati in quelle strutture, non erano esattamente quelli che ne con con il mio fisico, ne con il mio portafoglio, potevo permettermi solo di immaginare; i protagonisti che venivano reclamizzati sembravano essere più simili a divinità nordiche, che ad umani mediterranei… no! Non potevo essere sicuramente uno di loro, non ero certamente come loro. In ogni caso l’insano seme era piantato “maledizione al Furlan” pensai! Tuttavia da quel giorno quel pensiero cominciò a ronzarmi in testa, – perché no?- mi dicevo, magari potevo essere utile anche se non come uomo immagine, magari come assistente ai bambini, in fondo, esistevano i mini club ed io ero un diplomato alle magistrali, e viste le maestre che avevo avuto a scuola e molte di quelle che avevo visto alle magistrali beh insomma l’estetica non doveva poi contare molto, quindi, chi meglio di me? A gennaio arrivò il congedo e tra un servizio come barista in discoteca passato a spremere agrumi e la preparazione di improbabili cocktail unitamente alle solite attività in oratorio con i gruppi giovanili, decisi di provare a spedire un paio di raccomandate a delle agenzie turistiche non pretendendo tra l’altro nemmeno risposta… e in pratica così fu. Nel mio curriculum: milite assolto, un diploma magistrale, qualche stagione come cameriere, l’hobby per la chitarra, che all’epoca strimpellavo nei gruppi della parrocchia, addirittura un paio di campagne di vendemmia fatte nel mese di settembre per racimolare qualche spiccio, insomma poca roba, pochissima roba. IL COLLOQUIO: Un giorno ” Un telex  arrivò al mio indirizzo a fine febbraio chiedendomi la disponibilità per un colloquio a Milano… almeno così speravo, era invece un posto allora quasi irraggiungibile di cui non avevo mai sentito parlare, Pieve Emanuele, un complesso urbano della periferia di Milano sud che era stato costruito attorno al residence Ripamonti, allora un nuovissimo gioiello di architettura e ricettività per manager ed industrie che volevano insediare i loro uffici nella promettente periferia di Milano

Il colloquio fu esattamente come li descrivono i comici nei loro monologhi, e personalmente sarei stato pronto per recitare nella saga dei film “Fantozzi” Avrei probabilmente partecipato al ballottaggio della parte per interpretare famoso ragioniere contendendola al compianto storico interprete Paolo Villaggio… naturalmente perdendola. Già trovare la porta di ingresso nel moderno stabile fu un impresa al limite delle più moderne “escape room” poi, speravo in un colloquio in cui avrei potuto illustrare grazie al mio facondo eloquio una serie di caratteristiche che potenzialmente potevano essere chiamate competenze sociali ed abilità relazionali che avrebbero rappresentato un buon profilo caratteriale per poter fare il mestiere di animatore. Anche se poi sul mestiere di animatore potevo solo azzardare solo delle ipotesi non essendo mai stato in un villaggio turistico. Invece: ” Salve, Giulio, Ci fa sentire qualcosa con la chitarra?”  Una delle mie più grandi paure stava per essere reale dover dimostrare di essere capace e bravo in un’attività che consideravo un un semplice hobby. L’esempio più calzante della situazione è quella battuta per cui “se vedi la luce alla fine del tunnel potrebbe trattarsi non dell’uscita ma del treno che sta venendoti addosso” Era sicuramente una sorta di timidezza unita ad ansia da prestazione (what else). Li per li, balbettai qualcosa. L’interlocutore, Maurizio Marini, era considerato all’epoca uno dei guru e mostri sacri dell’animazione turistica a livello nazionale, ora gestisce con successo una catena di ristoranti a Milano, nonostante l’età il suo look era da manuale o meglio, da depliant: ricciolino con i capelli lunghi biondi con qualche sfumatura di grigio, vista l’età, occhi chiari, abbronzatissimo, un vero uomo immagine per un’azienda di quel tipo;  mi chiese: – Dai facci sentire qualcosa, conosci Battisti, Paoli, Baglioni?  Avrei voluto sprofondare ma il pavimento… non lo consentiva… Era il primo colloquio d lavoro vero e proprio e venivo misurato in base ad una mia passione ma stavo già immaginando che non avrebbe incontrato il gusto dei miei esaminatori. Come si è soliti dire, dovetti buttare il cuore oltre l’ostacolo e farmi coraggio. Venivo dall’oratorio, li si suonava e si canta ma il genere non era proprio quello della musica leggera, il chitarrista dei gruppi giovanili diventava presto esperto in cantautori che affrontavano tematiche sociali, ovvero: Bennato, Bertoli, Guccini, Dalla e De Gregori, De Andrè; il chitarrista dei gruppi giovanili anni 70 /80 suona al massimo sapore di mare, conosce poco Sanremo ed al massimo si ferma alla canzone del sole di Battisti, conosce Bob Dylan ma non sa chi è steve Wonder, sa chi sono i Deep Purple ma non sopporta i Pooh, piuttosto che le canzoni anni 60 conosce tutta la discografia di Bertoli, Claudio Lolli, e dei NOMADI, le canzoni devono essere impegnate in tematiche sociali e non d’amore o altre banalità simili… In pratica tutto il contrario di quello che mi si stava prospettando. Mentre altri si erano esibiti in virtuosismi cantando canzoni di Keith Carradine o di James Taylor passando per Mina e Ornella Vanoni, qualcuno faceva divertire tutti con le canzoni di Baglioni io mi annichilivo sempre più… cominciai con una canzone di Pierangelo Bertoli,  ottimo cantautore emiliano di Sassuolo, la patria delle piastrelle che con le sue canzoni ha lasciato un segno ed un messaggio importante rispetto a quella che all’epoca veniva chiamata “lotta di classe” e che i moti popolari a cavallo degli anni 70, 80, avevano reso ancor più famoso sopratutto tra i giovani degli oratori se non tra i militanti di qualche movimento studentesco e di qualche centro sociale. Quando ebbi finito di cantare e suonare notai gli sguardi del mio pubblico, erano gli stessi che avevano i partecipanti alla festa da Ballo nella celebre scena del film “ritorno al futuro” dopo gli assoli di chitarra di Michael J. Fox nel pezzo “Johnny Be good”, tranne che io non potevo dire ” forse ancora non siete pronti per questo! ” forse non ero pronto: io, per quello…” Di conseguenza, immaginai che il rapporto con quell’azienda fosse già terminato. Invece… Dopo circa una decina di giorni dal famigerato colloquio, mi arrivò un’altro telex (sono una specie di telegrammi solo un po’ più antichi) che mi invitava ad uno stage al villaggio Valtur di Pila in Valle D’Aosta, qui avrei visto per la prima volta un villaggio turistico.

stazione ferroviaria di Aosta

Marzo 1984: Faceva piuttosto freddino in quella stazione ed io dopo un viaggio in treno di 5 ore con scalo di due ore a Chivasso al freddo, in attesa della coincidenza, per prendere il treno regionale, scesi finalmente alla stazione di Aosta… grazie alle inconfondibili custodie degli strumenti riconobbi almeno tre dei ragazzi che avevano fatto assieme a me il colloquio a Milano ed erano già li in attesa sul marciapiede esterno alla stazione. Automaticamente mi detti per spacciato, musicalmente parlando… sicuramente loro che erano più bravi di me sarebbero stati presi ed io, che già mi ero misurato con loro, no! Arrivò un pullman da cui scese una ragazza di straordinaria bellezza con un cartello rappresentante il logo ed il nome dell’azienda… gli andammo incontro “Salve a tutti, Mi chiamo Rosaria e faccio la hostess, se dovete fare lo stage, salite veloci che andiamo…” “E.. tu?” disse rivolgendosi proprio a me… “Buongiorno signorina Hostess, pure io devo andare a fare lo stage !” -Sei sicuro?- disse lei, ” si sono sicuro, ecco il telex di invito”, glielo  mostrai…” Ma sei brutto…” disse, “oramai prendono proprio tutti”  Risposi solo con un – Sono un tipo, brutto brutto direi di no, dai! – Probabilmente accortasi della gaffe’, anche se aveva parlato con tono scherzoso, mi squadrò e disse – Si dai hai ragione, devi essere proprio un tipo… – aggiungendo, “altrimenti non si spiega, magari sei uno simpatico!”. Come inizio non era male, tuttavia dopo quella settimana non ebbi più modo di rivederla, seppi solo che era fidanzata con un personaggio storico di quell’azienda e che entrambi la abbandonarono dopo il matrimonio. Arrivammo Al villaggio di Pila dopo una quarantina di minuti, ricordo di aver provato un senso di claustrofobia scendendo dal bus all’interno del famoso tunnel, ma poi entrando, si apriva un mondo nuovo. Lo stage serviva a misurare la tua disponibilità ma anche la tua bravura e a dire il vero, al momento non ero bravo, ne mi ci sentivo. In pratica eri immerso nella situazione villaggio e venivi osservato da chi doveva giudicare il tuo operato… Incontrai in quella occasione personaggi che divennero storici in quell’azienda. Come in ogni stage tipo quelli dell’alternanza scuola lavoro fummo utilizzati in ogni settore, avremmo dovuto dimostrare le nostre capacità di empatia e di intrattenimento con gli ospiti, cercavano animatori, non turisti. Fu un capo animatore a prendersi cura di noi musicisti spiegandoci al meglio quali fossero i momenti  ufficiali e non, ai quali dovevi, o potevi partecipare. In pratica, tutta la giornata, e parte della notte. Mario Caffo il nostro selezionatore usava molto l’aspetto musicale per fare animazione, il suo repertorio era però molto particolare, amava coinvolgere gli ospiti con canzoni antiche dagli anni 30 in poi e con il suo modo di fare e di abbigliarsi da Drag Queen riusciva a suscitare una grande ilarità, certo, che alcune canzoni le dovevi imparare direttamente da lui per cui non era sempre facile seguirlo con la chitarra, e il suon atteggiamento in quei casi diventava addirittura scontroso. Sicuramente aveva un grande successo con gli ospiti, lo incontrai parecchie altre volte in altri villaggi, divenne anni dopo anche lui un capo villaggio, poi cambiò lavoro o azienda per suoi vari motivi personali e di lui non ne ho saputo più nulla. Mi trovai a fare le prove per lo spettacolo che noi stagisti dovevamo fare, inseriti nello show di fine settimana assieme all’equipe, per sembrare più credibile durante le prove indossai degli scalda-muscoli, cosa in voga tra le ballerine/i e i partecipanti ai corsi di aerobica sulle orme dell’attrice Jane Fonda, o, come si vedeva nei film di Bob Fosse e nelle ultime produzioni dell’epoca sul ballo, come “FAME, saranno famosi”; tuttavia il vedermi con un simil fuseaux rosa e lo scalda-muscolo non mi dava quel tono che speravo, e in ogni caso non ero un ballerino, anche se poi sentivo il ritmo e la musica, insomma mi muovevo benino per essere un ex boy scout.

Fui fortunatamente inserito in una jam session e non ebbi l’onere di dover suonare da solo, ma mi feci comunque vedere anche nel corpo di ballo e cosa ancor più importante a parlare con la gente; erano quasi esclusivamente ragazze che in quel contesto sembravano tutte splendide ed inarrivabili, e cosi fu’. Alla fine dello spettacolo era li a presentarmi addirittura il capo villaggio, un personaggio che avevo visto esibirsi sul palco in una performance di danza e di acrobazie che mi aveva esaltato, mi avevano raccontato che era stato anche un nazionale di tuffi, l’espressione drammatica del viso quando recitava, ricordava la maschera espressiva del famoso attore Klaus kinsky.

ERIK SILGONER la prima presentazione Stage animazione Pila 83/84

Erik Silgoner è stato infatti uno dei più grandi capi villaggio della storia dell’azienda per cui avrei lavorato per i successivi 17 anni: si racconta che nel villaggio di Kerkiyra a Corfù si divertiva a lanciarsi addirittura dal quinto piano dell’hotel ed elegantemente riemergeva dalla piscina adiacente il ristorante, un vero atleta e un ottimo attore.

Erik era di statura bassa, ma sul palco giganteggiava sovrastando gli altri con una presenza scenica che sapeva interpretare il drammatico ed il comico alla stessa stregua dei più navigati attori di teatro, storiche sono le sue esibizioni in cui imitava adattandola a se stesso la maschera del compianto attore milanese: Walter Chiari. Inoltre credo abbia fatto parte della nazionale italiana di tuffi anche se lui al villaggio li faceva in versione estremamente comica e volutamente goffa. Ho incontrato ancora Erik al villaggio o perché di passaggio o perché ero io in visita e purtroppo non mi è mai capitato di lavorarci assieme, in seguito un grande professionista come attore e come capo villaggio.

Rientrai a casa in Veneto dopo quella magnifica esperienza nella quale avevo potuto conoscere un mondo completamente diverso da quello in cui avevo fino a quel momento vissuto, era un paese dei balocchi balli canti costumi ragazze, sci, sciatori, animatori, Dj, ballerine. Avevo conosciuto veramente un altro pianeta, mi sentivo un esploratore, e quando lo raccontavo agli amici non avevo bisogno di condire il discorso con altisonanti aggettivi, bastava solo il mio entusiasmo, Tuttavia avrei dovuto aspettare ancora qualche tempo prima di capire cosa sarebbe successo nell’immediato futuro. Infatti dallo stage di Pila ci eravamo congedati tutti senza alcuna certezza e con il più classico dei ” grazie, vi faremo sapere”… Passato qualche tempo  da quello stage ed arrivati a metà di maggio, nulla ancora si vedeva all’orizzonte, nessuna notizia arrivava dalla sede e la possibilità di essere assunto sembrava diventare ogni giorno sempre più remota… Decisi allora di sentire zia Cesira di Roma, la sorellona di mio padre; la chiamai al telefono: “Ciao zia, sto cercando un lavoro e ho inviato i miei dati ad un paio di agenzie, una delle quali proprio vicino casa tua, (abitava vicino al Colosseo ) non ho però ricevuto ancora risposta e non vorrei rimanere disoccupato quest’estate; non è che per caso potresti vedere se sanno qualcosa, se mi potranno assumere o no?” Si narra che il giorno dopo, un’anziana signora piuttosto appariscente avesse fatto irruzione negli uffici di via milano 42 e si fosse recata al “planning del personale “(ora si chiamerebbe “ufficio risorse umane”) chiedendo come mai avessero tenuto in stand by e senza alcuna risposta, addirittura dopo uno stage, un ragazzo veneto che aveva inviato una domanda di assunzione… Fu così che assieme alla responsabile Simonetta Sparapano cercarono tra la pila di domande e di statini sul tavolo di fianco alla scrivania e la trovarono… – Guardi qui, mio nipote è un maestro di scuola e vorrebbe dirigere un mini club!- disse,- e poi, suona anche la chitarra (zia non mi aveva mai sentito suonare e riferiva sulla fiducia).”Signora, ancora dobbiamo fare ulteriori selezioni ma le prometto che una risposta positiva o negativa che sia, gliela faremo avere se non altro perché si è scomodata a venire fin qui. ma se non è ancora partito probabilmente è stato inserito tra le riserve. – Purtroppo a poco servì l’intervento della zia, infatti le stagioni partirono ed io ancora non fui chiamato. Non subito! Ma, il 10 giugno arrivo un altro telex che non so per quale alchimia elettronica era targato Valtrù e non Valtur… Corsi ad aprire al postino e nel telex c’era il messaggio, “contattare la sede per il viaggio al numero xxxxxx; entro il giorno 13 giugno avrei dovuto trovarmi al Villaggio Valtur di Nicotera in Calabria.

Alla stazione di Portogruaro mi accompagno’ mio padre, salii sul treno per Reggio Calabria, io, le mie Timberland finte, la mia Lacoste  blu,  e i pantaloni di velluto a coste grigi, ah, dimenticavo, il gilet di lana. Non era il mio primo viaggio da solo, ero già abbastanza navigato ma mio padre mi fece in ogni caso le solite raccomandazioni. Il viaggio fu un parecchio travagliato. Durante la notte nei pressi di…(Non dico dove), uno che assomigliava al mio amico Leslie Del Giudice ma con i capelli,( naturalmente è una metafora, si capisce vero che era nei pressi di Belluno?) si era introdotto nello scompartimento, e dopo aver cercato tra i vari bagagli come se fossero i suoi uscì dallo scompartimento ma in quel momento mi accorsi che era riuscito a prendere il mio portafoglio che avevo appoggiato sul vano mensola vicino al finestrino, avevo appena subito un furto, me ne accorsi subito e lo inseguii incoscientemente urlando per tutto il treno, mi vide e lanciò dietro di se la refurtiva che raccolsi, era il mio portafoglio di pelle con dentro ben 50.000 lire ben divise in pezzi da 10 all’epoca, per i miei standard economici, un vero tesoretto. arrivato alla stazione di Reggio Calabria, presi un trenino regionale che tornava su verso il nord con sosta a Nicotera, la mia destinazione. Al mio arrivo, sotto un sole di quelli che si erano visti solo durante il big bang, mi si presentò di fronte un signore che con accento calabrese si spaccio’ per taxista, e riconoscendo in me, con gilet di lana pantalone di velluto a coste e lacoste, la figura del poveraccio, mi chiese: Valtur vero? Io: – si, Nicotera, hotel villaggio Valtur Nicotera Marina”  “salga!”  Disse, prima di portarmi mi estorse 20.000 lire… altrimenti avrei dovuto arrangiarmi… glieli diedi…  Io ed il mio abbigliamento da “montagna” arrivammo al villaggio all 13.00 del 13, giugno… infatti non mi avevano fatto partire subito a metà maggio per l’apertura del villaggio, ero quello che era definito “riserva” Era successo l’imprevedibile, il capo animatore del villaggio aveva bisogno di un chitarrista poiché basava quasi tutto il suo modo di fare animazione sulla musica ma la sede considerandolo molto bravo gli aveva inviato un ragazzo che faceva il prestigiatore, (lo avevo conosciuto a Pila, era infatti molto bravo) ma per quel capo animatore non andava bene poiché andava in qualche maniera a collidere con la sua pura e genuina estroversione in più non suonava alcun strumento. Comunque eccomi li, ero arrivato…

Eccomi quindi sulle scale, stanco, disorientato, e curioso di quella nuovissima esperienza. Strabuzzo gli occhi, non volevo crederci, mi viene incontro una ragazza di una bellezza mai vista che di colpo mi fece dimenticare la stanchezza del viaggio facendo ricordare al mio sistema endocrino che la produzione di ormoni era un processo naturale e non un atto dovuto. Ero rimasto a bocca aperta ad ammirare la megaextragnocca con i capelli biondi piccola di statura abbronzatissima e con un corpo che ancora non avevo osato immaginare nemmeno nelle notti in caserma a Pavia di Udine dove mi avevano rimandato da Gradisca D’Isonzo per il congedo qualche mese prima. Cominciamo bene pensai, poi lei mi parlò e fui costretto a tornare sulla terra; con tono gentile ma sbrigativo e dominante : “ben arrivato, alla camera ci pensiamo dopo… (Io in estasi mistica) prima scendi al ristorante, dovrai mangiare qualcosa, immagino… ok andiamo!” Seguii la responsabile del planning che mi aveva accolto, Toni Della Toffola  che in mezzo alla folla del ristorante mi indicò  un signore con i baffetti in pareo a cui fece un cenno, “Enzo… ecco il chitarrista che aspettavamo!” Lo sguardo che mi diedero e che si scambiarono non era, per dire, il massimo… Era come se si fossero detti, “e chi è questo sfigato col pantalone di velluto a coste e la Lacoste blu come il gilet? ” Rimasi col capo, Enzo Oliveri mi diede un cortese benvenuto, (solo a parole, gli schiaffi li dava solo dopo essersi affezionato e presumo che nel tempo si sia affezionato parecchio a me ed al mio viso, ma ne parlerò in seguito).

ENZINO si premuro’ ad  indicarmi  quello che sarebbe stato il mio capo animatore, ma non capivo chi fosse,  io vedevo uno che pareva essere di razza creola, (che già è un termine ossimoro) intendo uno di pelle scura molto scura, che saltava la pasta con in mano la padellina sul fuoco urlando in siciliano e imbonendo gli avventori del grande buffet con varie battute. Lui, petto nudo, pantalone di stoffa africana lungo, fisico: paragonato a me, un culturista. Mi guarda e tra un fischio e l’altro mi dice: – Ciao, io sono Fiorello, ci vediamo alle due meno un quarto in teatro, mi raccomando, porta la chitarra…Erano le 13.20. Non pranzai, avevo chiesto ad una hostess se c’era un posto, per pranzare, lei: – sei dell’equipe?- Io fiero: – si – “lei con accento romano, -Allora vattelo a cerca’! – Arrivai alla chitarrata vestito con pantalone di velluto a coste, le Timberland con le calze da basket e la Lacoste bleu come il gilet… la temperatura era di 33 gradi io ne percepivo 54… fu un disastro!!! Ogni canzone che mi veniva richiesta era pressoché sconosciuta… Finalmente presi possesso della mia camera o per meglio dire del mio posto letto, infatti le camere dello staff erano pressoché dei loculi che gruppi di ragazzi impegnati in quell’esperienza lavorativa condividevano lasciando casa vizi e spazi, ma in questo fui fortunato o quasi. Infatti mentre cercavo di riporre le mie cose in una stanza che non aveva letti a castello, arrivò quello che io considerai un ingombrantissimo compagno di stanza, Marcone all’epoca era un ragazzone di quasi due metri d’altezza e che arrivava dalla pallanuoto quindi anche dotato di una discreta massa muscolare, pensai che mi avessero messo con lui per compensare lo spazio della stanza, mi abituai comunque presto al nuovo compagno di stanza, infatti lavorando al Mini Club aveva orari completamente diversi dai miei e non dovevamo arrivare in due al lavandino.

Marcone Cocumelli si rivelò anche essere un ottima persona e comprensiva arricchendo tramite consigli ed aiuti il suo essere compagno di stanza tranne quando mi lasciava fuori ad aspettare che terminasse di flirtare con la fidanzata di allora, l’infermiera, che, da ipocondriaco qual ero all’epoca dei fatti era anch’essa una persona di riguardo.

Iniziò un po’ così la mia esperienza ma dopo qualche giorno cercarono di farmi andare via dal villaggio lo leggevo negli sguardi e lo capivo dai mezzi discorsi che qualcuno faceva, ero fuori da quegli standard, un po’ per l’abbigliamento, un po’ per il “phisique du role”, un po’ per poca versatilità con la chitarra. Tuttavia tutti concordavano che ero un bravo ragazzo e che mi rivolgevo alla gente con una certa educazione e che la mia disponibilità non era comune, meritavo quindi di essere messo alla prova una prova d’appello. Fortunatamente ebbi modo di rimediare nei mesi e negli anni successivi… Era il 1984 e quella fu la mia prima stagione delle mie 34. A parte ogni cosa contemplata nel manuale del perfetto animatore turistico, “passaggi in spiaggia, ingressi al ristorante a pranzo e a cena, aiuto allo scenografo per montare e smontare scenografie prove di giorno e di notte, avevano escogitato di indurmi in errore tramite una serie di lavori extra di una certa responsabilità almeno avrebbero avuto una vera motivazione per “Cacciarmi” Fù così che mi trovai a costruire le fiaccole e la scritta di fuoco, ma cosa significa? A fine settimana dopo la cena di gala e lo spettacolo finale in teatro, per salutare gli ospiti e lasciare un emozione che potessero ricordare, c’era la fiaccolata in acqua meglio conosciuta come “balletto Nautico” e tra musiche di grande impatto emotivo e fuochi si accendeva assieme all’esplosione di qualche piccolo fuoco d’artificio di veri e propri spettacoli pirotecnici, una scritta di fuoco con il nome del villaggio o un arrivederci.

La cantinella è un’asta di legno di abete giovane, spessa 2,5 cm, larga 5 cm e lunga 4 metri. Fa parte della normale dotazione di tutti i palcoscenici.

Come fare una fiaccola, tutorial: Mi ritrovai cosi’ ogni volta appena terminata qualche attività ad andare al reparto manutenzione e a chiedere delle assi di legno (cantinelle) per tagliarle e dividerle in segmenti di circa 65 centimetri ad una delle ‘estremità veniva in quell’epoca posta una pezza di Juta che doveva essere tagliata come una striscia ed arrotolata in modo da creare lo stoppino, per fissarla si stringeva attorno ad essa del filo di ferro in modo che non si staccasse, poi quando la fiaccola era pronta avrei dovuto inserirla in un secchio pieno di gasolio affinché si impregnasse e si accendesse al bisogno che era appunto rappresentato dal balletto nautico, ed ogni settimana avrei dovuto creare almeno una quarantina di quegli artefatti che avrebbero dovuto avere le caratteristiche di funzionalità e di sicurezza.

Tutorialdella scritta di fuoco: L’equipe del capo materiali dedita alla manutenzione del villaggio tramite il fabbro preparava una scritta con il nome del villaggio o una frase suggerita dal capo villaggio, le lettere errano a carattere cubitale e ad altezza d’uomo. in genere veniva posizionata ben in vista o sul tetto del teatro o su uno dei tetti del villaggio se non in spiaggia, in quel periodo doveva essere rivestita di tuta e indovinate a chi toccava il compito di tagliare a striscione i sacchi dell’amatissima Juta? Lo avete capito da soli altrimenti che l’avrei scritto a fare? Fu così che mi ritrovai spesso a tagliare sacchi di juta con grande dolore per le mie dita ma il mio obiettivo era che filasse tutto liscio, ovvero che: le fiaccole e la scritta di fuoco si trovassero neri punti determinati e che la scritta si accendesse al determinato segnale, e fu così sempre, ma un giorno rischiai veramente tanto, le fiaccole erano li, i sacchi di juta pure, mancavano solo le forbici…

Piero Franceschinis era il tecnico del suono persona esperta e professionale attaccassimo al suo lavoro e perfezionista all’ossesso, aveva una cultura musicale eccellente ed un carattere piuttosto spigoloso ma era il classico amico che sapeva darti tutto se ti si affezionava, lo chiamavano il pantera, era merito suo se gli spettacoli potevano essere montati, solo lui sapeva usare il revox e tagliare al punto giusto le musiche senza che si percepisse il benché minimo rumore di taglio sul nastro, taglio che avveniva tramite il cutter inserito nel Registratore “Revox” oppure tramite una forbice speciale che poteva tagliare i nastri che servivano ad unire due tracce tagliate senza il rischio di smagnetizzare quel filamento di cellulosa molto delicato.

il registratore REVOX, sulla destra in alto il cutter per dividere le tracce.

Quel giorno in costumeria non c’era nessuno e perciò non riuscii ad entrare per prendere l’occorrente e fare la scritta di fuoco, ero dietro le quinte quindi decisi di provare a salire in cabina suono e trovandola aperta, entrai… vicino al grande registratore REVOX c’erano un paio di forbici un po piccole ma tagliavano e io in quel momento avevo bisogno di un paio di forbici che tagliavano, l’oggetto aveva il 100% di caratteristiche che soddisfavano sia l’utilità che il bisogno. Mi piazzai come tutte le volte sopra il tetto del teatro dove era stata posta la scritta di fuoco con scritto: Arivederci Nicotera 84. Dopo qualche mezz’ora mi giunsero alle orecchie degli schiamazzi, qualcuno urlava, allora mi affacciai sul fronte del teatro per capire quale fosse il motivo di quel parapiglia, riconobbi la voce della costumista che cercava di giustificarsi, con dei decisi “che ne so io, cosa vuoi che me ne faccia, ho le mie, figurati se vengo a prenderei le tue, prova a chiedere allo scenografo” Diceva. Poi la voce baritonale del tecnico del suono con accento romanesco iniziava a chiedere urlando, “vammi a chiamare lo scenografo, che lo devo scannà vivo!- nel frattempo prometteva supplizi di ogni genere a chi aveva osato entrare in cabina suono ( suo regno ) e prendere soprattutto un oggetto senza chiedere. Ancora non aveva saputo né chi né per cosa avessero preso quell’oggetto. Nonostante tutto trovai la forza per farmi sentire e dal tetto con il prezioso oggetto in mano dissi nel modo più innocente: Scusa Piero ma stavi per caso cercando questa?- Si fermò e per un istante stette li a guardarmi accarezzandosi i baffi, quel gesto, glielo avevo visto fare altre volte e quel gesto era sempre stato preparatorio ad un azione poco simpatica un po’ come la quiete prima della tempesta, lo sguardo degli occhi ricordava il cobra che sta per mordere una preda, ma resistette, – Me la passi per favore?- Disse, io gliela lanciai in modo che lui potesse prenderla facilmente dall’alto del tetto non mi fidavo a scendere giù in teatro dove la fiera era pronta a sbranarmi, ma mi sentivo a posto avevo restituito l’oggetto al suo preoccupato proprietario, per cui era tutto a posto… o no? Piero esaminò attentamente la forbice e in modo retorico chiese: Giulio che stavi a fa sul tetto? Io innocentemente risposi: Ero a fare la scritta di fuoco- credo di aver visto del fumo salire dalla pelata e dal baffo tipo Jengis Khan di Piero, il quale disse: – Ti prego dimmi che non hai fatto quello che sto pensando, dimmi che non hai usato le mie forbici per tagliare la Juta: - Feci per annuire ma appena si mosse fuggii via il più velocemente possibile come inseguito da una fiera affamata di sangue e vendetta. lo rividi la sera mentre con il capo villaggio ed altri mi diceva di stargli lontano, io mi scusavo poiché mai avrei pensato ad un uso così “tecnico” di un paio di forbici, in fondo lo avevo fatto a fin di bene. Piero era un burbero ma anche un buono, tempo dopo venne addirittura a farmi i complimenti per come stavo lavorando. lavorammo assieme pure la stagione successiva a Sanitario in Piemonte Purtroppo qualche tempo dopo forse una o due stagioni ci ha lasciato stroncato credo da un infarto. Lo abbiamo pianto e rimpianto in tanti, e questo ricordo rimane tra i più drammatici ma belli della mia permanenza in Valtur. Ma ancora mica era finita arriviamo alla programmazione del ferragosto ed Enzo dopo la riunione dei capi servizio comandò Fiorello con una serie di incombenze con le quali avrebbero dovuto sicuramente sbarazzarsi di me troppa infatti era la mole di lavoro che stavano per affibbiarmi ce l’avrei fatta? Ah dimenticavo Fiorello mi aveva in ogni caso preso a ben volere, dopotutto mi impegnavo parecchio con la chitarra e tutto quello che c’era da fare, infatti ero ulteriormente dimagrito al punto che gli venne facile darmi un nomignolo che per qualche tempo mi era rimasto incollato:-Siringhello- L’allusione era chiaramente alla forma dello strumento medico e non voleva riferirsi a dipendenze più o meno legali, che in ogni caso non mi appartenevano, tuttavia la stagione successiva mentre eravamo ancora tutti assieme come dicevo prima a Sansicario, Enzino fu costretto a fare una riunione con l’equipe proibendo nei limiti del possibile quell’ appellativo poiché erano andati da lui dei clienti per ringraziarlo per aver avuto il coraggio di salvare un ragazzo dal giro della droga pesante… Quel nomignolo mi rimase incollato per molto tempo ed ancor oggi qualcuno di quella stagione credendo sia il mio effettivo soprannome, continua a chiamarmici. Il capo animatore fece la riunione dell’equipe di animazione e oltre a tutte le altre cose riguardanti ingressi al ristorante, spettacoli, costumi, scenografie, disse che io avrei dovuto preoccuparmi di fare le fiaccole e le scritte di fuoco, -nulla di nuovo- pensai io, tranne che, per la serie di eventi  che erano stati programmati erano diventate ben 350 e avevo solo 15 giorni di tempo per farle. Mi trovai a segare legna tagliare Juta armeggiare con il fil di ferro e riempire secchi di nafta che un oliatore di grandi ingranaggi di un’industria metalmeccanica sarebbe risultato alla fine del suo turno, più pulito di me durante la normale giornata di lavoro… Il ferragosto fu un successo, avevamo fiaccole in ogni dove e la gente partì soddisfatta, ma, una cosa era successa, nessuno più pensava a mandarmi via, anzi Enzo il capo villaggio durante una delle sue leggendarie riunioni ci tenne tantissimo a rimarcare che finalmente avevano un animatore in più al villaggio e che dopo quei giorni passati lavorare in mezzo al gasolio e alle cantinelle oltre al già citato resto, avevo fatto una mole di lavoro eccezionale e che tutti avrebbero dovuto prendermi d’esempio.

Da li trovai il coraggio di provarci, e non a caso da timido qual ero sempre stato mi trovavo ad osare, fece specie una mia uscita durante un passaggio in spiaggia, dove assieme a Fiorello eravamo truccati e vestiti come un gruppo di Teddy boys Rockabilly truccati come dei perfetti “T birds X ” del film Grease: importunavamo i clienti che prendevano il sole e li coinvolgevamo in balletti improvvisati, io alla chitarra, Fiorello capobanda, Nicoletta De Luca la coreografa faceva la “pupa” e assieme ad altri simulavamo piccole provocazioni e risse che finivano con canzoni e balletti, improvvisati. Un giorno durante uno di questi passaggi vestiti da Teddy boys incrociammo il mini club ed il suo grande responsabile Camillo Verrienti, detto il Coccodrillo e Fiorello lo affronto’ scherzosamente tra gli ombrelloni simulando uno dei bulletti di quel genere di film, Camillo iniziò a rispondere a tono scherzosamente visto che il tema erano i suoi radi capelli, ma con lo stupore di tutti mi intromisi, perché usando lo stesso tono di voce di Fiorello gli dissi: ” zitto tu, Baccalà!” non so perché o per cosa, questa piccola frase era risultata talmente improvvisa ed efficace che tutti si guardarono e scoppiarono a ridere stupiti che fossi stato io a pronunciarla e rivivendo la scena nel raccontarsela non riuscivano ad andare avanti, dovemmo quindi interrompere il passaggio animazione in spiaggia. Visto che ci sono allora racconto anche questa: oramai mi sentivo un animatore anch’io quindi pensai di poter fare le stesse cose degli altri ed alla stessa maniera, un giorno Il capo: Fiorello, aveva avuto una leggera indisposizione e non si era alzato, (cosa che a me capitava spesso e che non mi favoriva molto ne sul lavoro, in generale ne sulla carriera, eventuale) Trovandomi solo a dover fare il passaggio in spiaggia andai dallo scenografo Mario e mi feci ritagliare a forma un cartoncino con una scritta SG, dopodiché andai in costumerai , presi il costume di superman che Fiorello si era fatto fare su misura e lo indossai applicando il cartoncino con SG sopra quello con scritto SF Super Fiorello, Andai quindi in spiaggia e passai, come da copione sotto tutti gli ombrelloni dei clienti simulando prove di forza che volevano scimmiottare Il più famoso Klark Kent, suscitando una discreta ilarità tra gli ospiti.. ma quando ritornai era ora dell’ingresso al ristorante e chi mi trovai di fronte? Proprio loro, Il capo-vilaggio Enzo con il caposport, Vito Chimienti e Fiorello il capo- animatore, erano a tutti gli effetti la “trimurti ” del villaggio, io mi sentivo effettivamente in colpa, infatti Fiorello abbozzò un’espressione come per sgridarmi; in fondo gli avevo rubato il costume ma non ne aveva la forza poiché a tutt’e tre veniva da ridere: per il gesto, per come mi stava il costume e perché in ogni caso avevo fatto una cosa buona organizzandomi da solo ed in modo originale il quotidiano Passaggio animazione. Fu un altro momento che ricordo con piacevolezza estrema.

Enzo Oliveri all’inizio della sua carriera era un ragazzotto palermitano che aveva abbandonato un ottimo e remunerato posto di lavoro presso una prestigiosa ditta di cucine per una vita sportiva all’interno dei villaggi iniziando come istruttore di sci nautico, sport che lo vedeva primeggiare, divenne poi: capo sport e poco dopo capo villaggio. Tutt’oggi ricordato come uno di migliori che si siano avvicendati in valtur, per me fu il primo ed ancor oggi ci sentiamo in amicizia. Parentesi dovuta: fare il capo villaggio all’epoca significava avere il controllo di tutta e dico tutta l’organizzazione dell’hotel, dovevi occuparti di gestione del personale di gestione degli acquisti di contatto con il pubblico fare animazione, In questo Enzino era proprio bravo, leggendari sono alcuni suoi sketches di cabaret dove interpretava il cliente giunto per la prima volta al villaggio (Minguzzi) che subiva le angherie degli animatori. Uomo di villaggio ma soprattutto “uomo”, si affezionava alle persone così come era capace di non voler avere nulla che fare con quelli che non gli piacevano, ma sempre comunque gentile educato e diplomatico, è famoso per essere stato quello che ha scoperto le potenzialità del Fiorello nazionale prendendosi il rischio di portare il ragazzo fuori dalla cucina infine dal bar, per fargli fare il responsabile dell’animazione in villaggio, infatti una buona parte dell’equipe o meglio, quelli più abbronzati erano reduci dalla stagione invernale in Costa D’Avorio nel fantastico villaggio di Les Paletuvieres, dove Fiorello aveva appena fatto una esperienza in animazione come DJ, e questo spiega l’abbronzatura di Rosario al mio primissimo incontro.

Enzino come talent scout, credo abbia fatto davvero bingo. Enzo aveva alcune peculiarità un po’ come tutti ma le sue erano davvero “particolari” una era modo di esprimere affetto; Io, Rosario Fiorello e alcuni altri lo sappiamo bene, Enzo ti guardava si avvicinava e mentre cercavi di interloquire o di dire qualcosa ti faceva scontrare con la sua idea di mondo digitale, infatti ti aveva in men che non si dica stampato le sue impronte sulle tue guance. Con la confidenza reciproca comunque questo diventò un problema poiché noi che mai ci saremmo permessi di rispondere a quel gesto carico d’affetto ci vendicavamo negli sketches di cabaret, dove oltre a prenderlo in giro per la sua altezza, per altro nella media, per ogni cosa, restituivamo in molti modi, quei gesti d’affetto; però a volte, rischiavamo di travalicare lo scherzo e di infliggere qualche danno non voluto.

Detto ciò, Enzo ebbe modo di dimostrare il suo affetto per me e per Rosario al punto che nelle stagioni seguenti ne prenderò veramente tante da lui, eravamo evidentemente eravamo diventati bravi tutt’e due. Un’ altra particolarità per cui Enzo Oliveri è diventato famoso oltre naturalmente ad essere un grande capo villaggio, era la riunione di fine settimana, dove alternava dei reprimenda e degli incitamenti in modo che dire colorito farebbe torto ad ogni arcobaleno, riusciva a fare il pelo e contropelo a chiunque non fosse stato in linea con gli obiettivi settimanali o che avesse dato l’impressione di scarso impegno : ricordo che una volta mi sgridò urlando : “non mi interessa se per caso, hai braccia, gambe, testa, cuore o altri organi… tu sei una chitarra, e devi suonare!” Naturalmente non fui la sola vittima di quei momenti educativi e di quelle riflessioni professionali, sicuramente agli occhi e alle orecchie di ognuno parevano divertenti, anche per me, naturalmente quando non ero io l’oggetto delle reprimenda, ma nessuno è mai stato risparmiato quindi “mal comune mezzo gaudio”, mi pare proprio il caso di dirlo.

Un altro momento in cui l’ilarità suscitata da Enzo rasentava il parossismo era quando doveva fare i complimenti all’equipe, ed anche qui le sue espressioni erano talmente colorite da fare invidia ad un quadro di Kandjinsky, Evito naturalmente di fare esempi ma mi piace che chi leggerà si farà due risate nel ricordarle. Oramai in quella stagione a Nicotera le cose andavano bene e mi dispiacque molto lasciare l’equipe di Nicotera a fine settembre, infatti per completare il travaglio di quella stagione venni inviato a fare il chitarrista al villaggio di capo Rizzuto li infatti nella settimana di chiusura era stato organizzato un torneo di tennis sponsorizzato da una bibita di cui ora si sono perse le tracce era la “Drophy cup”, ebbi un sacco di manifestazioni d’affetto alla mia partenza e mi feci valere nel nuovo villaggio dove incontrai uno dei temuti formatori dello stage a Pila l’inverno precedente Mario Caffo,

dovetti vincere infatti qualche remora poiché era stato un po’ anche lui a non farmi partire subito, e in ogni caso dopo una stagione a seguire Fiorello fino a diventare il suo uomo di “fiducia” nonché il suo chitarrista ufficiale ero un po’ restio a ricominciare con il repertorio un po’ stile drag Queen del nuovo capo animatore, tuttavia mi comportai bene anche li ed è anche per quello che continuai a lavorare con un discreto successo. Ma la stagione di Nicotera rimarrà indimenticabile per tutta la serie di emozioni che sia io che gli altri elementi dello staff, oops… dell’equipe siamo riusciti a vivere, personaggi che non riesco a dimenticare partendo dal mio ingombrantissimo compagno di stanza alto più di un metro e novanta centimetri che mi prese sotto la sua ala protettiva Marcone Cocumelli all’epoca animatore al miniclub Guido Silipo detto Kunta,

un chitarrista che pur lavorando al mini club ha trovato il tempo di insegnarmi molto sulla chitarra, lo stesso capo-villaggio: Enzo, con cui ora siamo più’ che amici, Cristiano perissi all’epoca responsabile del tennis.

Fiorello… chi non lo conosce, non ne voglio parlare, almeno qui, tutti lo hanno scoperto e tutti ne vantano collaborazioni per cui ne hanno parlato e ne parleranno; per me lui è una questione affettiva e come tutte le cose di famiglia, meglio tenerle nel cuore, dico solo che da quella stagione diventai il suo chitarrista ufficiale fino a che non fui promosso pure io capo- animatore, ne facemmo almeno 5 assieme con lui andai addirittura a suonare al festival di Castrocaro terme .

Lo staff, che veniva chiamato “equipe” per fare il verso ai cugini del Club Mediterranee da cui come dei “sapiens sapiens” discendevamo, nella bella versione made in Italy, era veramente tanta roba, paragonabile solo alla nazionale di Bearzot: Enzo Oliveri, Rosario Tindaro Fiorello,  Elisabetta Borrello, Marco Cocumelli, Mario Benvenuto,  Roberta Maria Oleastri, Roberto Molinelli, Cristina D’Ottavio, Catena Fiorello, Leonardo Boldrini, Luca Berrettini, Cristiano Perissi, Camillo Verrienti, Enrica Tarquini, Andrea Bartoni, Gabriella de Pellegrini, Massimo Sacchetti, Aquila, Vito Chimienti C S. , Fulvio Vanacore, Leandro Modelli, Elena Gioia, Toni Della Toffola,  Liliana Saraceno, Franco Buccina’, Monica Melloni, Paola Italia, Mario Tuccilli, Elena Gioia, Lili Maiolo, Maurizio Argiolas, Pastrocchio,  Guido Silipo, Ivano Abbondanza, Piero Avanza , Linda Mc Cay, Alessandro Natale,  Maria Rosaria Palma, Nicoletta de Luca, Cicci, Alessandra Mori, Raffaella Baby club, José Carmelo Belluso, Alfio Belluso, Andrea Fior del Mondo, Gennaro de Simone Gege’ Il maestro’, Patrizio Paviglianiti,  Maurizia Urtis, Massimo Sacchetti, Corrado Bruschi ai tornei, Enzo Filia, Ivano abbondanza che al tempo era parrucchiere, forse pure Antonio Mecca. un ricordo Va anche al grande Piero Franceschinis (Rip), Carla Vannucci(rip), e il grande Luca De Cesare “Lupo” Vittima nel terremoto di L’Aquila (rip.) Pino Ranzino (rip) e altri che posso aver scordato. etc etc.. Su ognuno di loro e di tutti quelli che nelle 34 stagioni ho potuto conoscere potrei raccontare qualcosa, e magari su più di uno lo faro’, comunque quella e’ un’altra Storia! Ah, a proposito, al mio rientro buttai il pantalone  di velluto la Lacoste ed il gilet di lana! Ma la cosa peggiore di tutte fu che ero convinto si potesse girare tranquillamente in “pareo” anche in città… e fu difficile affrontare le zie calabresi e la nonna con un ibiscus piantato tra i capelli… La droga Valtur era già entrata in circolo. Il bello doveva comunque ancora venire. Magari lo racconterò, anzi sicuramente, ogni stagione è stata speciale e merita di essere perlomeno citata.

Ed era appena iniziato tutto!

Credits: Un sentito grazie agli adm del Valtur Real time per la concessione delle immagini da Facebook VRT Valtur Real Time. https://www.facebook.com/groups/valturrealtime/

https://www.facebook.com/p/Ripamonti-Residence-Hotel-Milano-100054571594951/

https://it.wikipedia.org/wiki/Valtur

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CHE NOIA LA NAJA! O… FORSE NO?

A CHI ABBIAMO LASCIATO LA STECCA?


La stecca, serviva a pulire i bottoni senza rovinare la stoffa della divisa. Divenne il simbolo dell’anzianità di servizio, chi si congedava la doveva passare a chi lo avrebbe fatto il mese successivo durante i 12 mesi del servizio di leva.

SIAMO VERAMENTE CRESCIUTI DOPO IL SERVIZIO MILITARE?

QUALCUNO VUOL FARE UNA PROPOSTA DI LEGGE CHE PREVEDE LA REINTRODUZIONE DEL SERVIZIO DI LEVA, IN FORMA BREVE, SU BASE VOLONTARIA E DELLA DURATA DI 40 GIORNI. NO, GRAZIE…, SI, PERCHE’… . HO APERTO UN CASSETTO DI RICORDI MILITARI E ALLA RINFUSA LI HO MESSI UN PO’ GIU’, QUASI UNA BIOGRAFIA, GIUSTO PER FARE UN PO’ DI FILOSOFIA E PER RAGIONARCI, ADDOSSO…

MA COS’ERA IL SERVIZIO DI LEVA?

Il servizio militare di leva in Italia (formalmente coscrizione obbligatoria di una classe, popolarmente naja), indica, in ITALIA, il servizio militare obbligatorio. Fu Istituito nello Stato unitario italiano con la nascita del Regno d’Italia e confermato con la  nascita della Repubblica Italiana, è stato in regime operativo dal 1861 al 2004, per 143 anni. L’obbligatorietà del servizio, prevista dalla Costituzione della Repubblica italiana nei modi e nei limiti stabiliti dalla Legge, è ordinariamente inattiva dal 1º gennaio 2005, come stabilito dalla Legge 23 agosto 2004, n 226 (fonte Wikipedia)

Mi permetto di iniziare con una piccola dissertazione di natura sociologica riguardante il nostro modo di pensare e probabilmente di comunicare, senza naturalmente esimere me stesso dalle eventuali critiche (qui ci sarà il solito (exusatio non petita)… età, etc… Intendevo, il modo di approcciare alle notizie, il modo di elaborarle e il modo o la necessità di opinare (quasi sempre non richiesta.) Io infatti ho la mia opinione ma più che manifestarla preferisco restare sul tema raccontando la mia esperienza che cercherò di mantenere per quanto più possibile scevra da opinioni personali o ideologiche, oltretutto già ci sono parecchie pagine scritte sull’argomento; mi permetto solo di dire a riguardo della proposta di legge sulla leva breve che 40 giorni non cambiano la vita di un adolescente, e non capisco a che pro, la base volontaria possa essere considerata ancor più positiva se non per inserirsi in un meccanismo di assunzioni nell’impianto militare del nostro esercito. In un anno le cose iniziano, prendono una forma, si sviluppano e poi vanno come devono andare, ognuno prende la strada che deve prendere o riprende il percorso di vita che aveva probabilmente già intrapreso; in un anno un ragazzo comprende se i legami sentimentali siano destinati a durare o non reggono alla lontananza, in pratica, tutte cose importanti nella vita di ognuno, e che in un anno o poco più possono o non possono realizzarsi. In 40 giorni, giusto il diluvio universale ha creato qualche reale cambiamento nel mondo; Noè avrebbe detto: “Grazie arca…!” (battutona, eh!) Il risultato sarebbe forse che, per una quarantina di giorni non ci sarebbero in giro dei diciottenni in piena tempesta ormonale che appena finita la scuola superiore stavano nella migliore delle ipotesi pianificando anni sabbatici, impegnandosi in uno sport, cercando lavoro o semplicemente bighellonando per le città assieme ad altri maranza. Non comprendo quindi come quei quaranta giorni possano essere utili; a meno che non vengano organizzati come fossero corsi di formazione ad alta specializzazione su vari campi di utilità sociale e con una ricaduta professionale sulla società: “Protezione civile (Pompieri, infermieri) e perché no, pure militari, purché si insegni ai soldati la loro vera professione ed aggiungo visto che ci troviamo in una repubblica democratica, anche dei corsi di etica. Ecco che allora i 40 giorni non basterebbero, sarebbe infatti poco più del periodo di addestramento chiamato CAR e soldati che sappiano solo marciare o tenere pulite le camerate non vincono le guerre e non sono utili nelle calamità naturali, al massimo avranno imparato a gestire casa non caricando l’onere totalmente sulle spalle della futura compagna o moglie o marito. Ok rischio di perdermi ulteriormente in territori in cui non mi volevo addentrare e torno sul tema della mia riflessione, non dimenticando che ognuno di noi esprime e racconta o si racconta senza avere la pretesa di avere la verità in mano, purchè, sappia di cosa parli.

Forse proprio perché oramai sono passati quasi due anni dall’inizio della guerra tra Ucraina e Russia e che le notizie, arrivando quasi in tempo reale ci hanno fatto percepire sopratutto all’inizio del conflitto come se fossimo in mezzo ad una situazione che anni fa ci sarebbe sembrata completamente assurda e figlia di una fantasia da romanzo di azione e spionaggio ma che ora, ci fa pensare e riflettere su tante cose: sulla bruttura delle guerre, su quello che si lasciano dietro, sulle implicazioni umane, politiche, religiose, economiche, sociali. Grazie ai media ed ai social ci sentiamo coinvolti in un villaggio globale nel quale tutto succede e tutto passa a velocità vertiginosa, parliamo, ci confrontiamo, litighiamo, esprimiamo opinioni, discutiamo animatamente fino al punto di immedesimarci in ogni situazione. Cosa farei io, cosa avrei fatto io? Senza mai chiederci veramente, – chi sono io? – Quali conoscenze della materia ho, quali competenze posso mettere in campo per poter definire, catalogare, discutere di fatti che, guarda caso riguardano molto spesso altri e non noi. Anche in questo caso succede un po’ come nel calcio, siamo tutti commissari tecnici della nazionale ed ogni giorno che passa nonchè ogni nuovo fatto di cronaca di cui abbiamo notizia diventiamo automaticamente degli “espertoni”. La verità è che bisognerebbe essere dentro una situazione e non dentro un’affermazione o una notizia per poter esprimere una vera opinione meritevole di essere presa in considerazione, ma tant’è. Cosi facendo assumiamo (a torto) il ruolo di protagonisti virtuali, empatizzando, naturalmente sempre virtualmente con questo o con quel fatto, non abbiamo ritegno nemmeno su un argomento come la guerra. Il punto principale è che diamo un opinione con presunzione di verità, quando (usando un iperbole) bisognerebbe essere pesci per rispondere esattamente alla domanda: “com’è il mare?” Sono opinioni, sono sensazioni, sono puramente empatia che noi diamo a chi ci fa più comodo in quell’istante in base al nostro stato d’animo ma, come dicevo, la verità è sempre altra cosa, forse aveva ragione Platone con la questione delle ombre e della caverna.

Fortunatamente la guerra Russo – Ucraina non ci ha ancora, se non per questioni energetiche o finanziarie direttamente interessato, e forse non dovremo mai imbracciare moschetti e scavare trincee; sicuramente ne vediamo gli effetti sia guardando la tv sia vedendo le persone che giungono da noi per fuggire da quel gioco di potere dell’area di influenza dell’ex unione Sovietica. Spero che tutto finisca presto e che le situazioni geopolitiche con i vari interessi economici e territoriali di quell’area e non solo di quella, non portino ad un’escalation incontrollabile che metterebbe seriamente a rischio il nostro vivere quotidiano che generalmente già tanti problemi ci dà. Ad ogni modo grazie a questa situazione e dalla comodità del mio divano non ho potuto fare a meno di pensare, pensare, ricordare, immaginare, ipotizzando se questi avvenimenti fossero accaduti circa una quarantina di anni fa o giù di lì, quando per l’appunto io assieme a molti altri miei coetanei o quasi, abbiamo affrontato quell’esperienza allora obbligatoria per legge che prevedeva la coscrizione obbligatoria… chiamata più comunemente:

“SERVIZIO DI LEVA”. Chissà come avremmo reagito ad un invasione, dalla comodità del nostro divano e dal bar nel quale siamo soliti farci uno “spritz” o un “happy Hour” e come avremmo affrontato quei momenti, con quali sentimenti, con quali ansie con quali paure? Sicuramente ci saremmo riuniti attorno alla bandiera manifestando un tanto agognato orgoglio nazionale, sentimento utile in un momento simile, sentimento di cui abbiamo già testimonianza, identico, ma per opposti motivi, maturato dalle varie fazioni politiche che si sono scontrate tra di loro prima durante e dopo la seconda guerra mondiale; una guerra che molti di noi hanno vissuto attraverso testimonianze o racconti di qualche genitore o di qualche nonno. Avremmo forse scoperto un altro livello meno qualunquistico del modo di intendere la vita, avremo scoperto alcuni valori umani che oggi mettiamo in secondo piano, avremmo infine scoperto in maniera un po’ più traumatica “noi stessi”. Saremmo stati in grado di essere persone o saremmo diventati pure noi “bestie”, senza offesa per molte specie animali che hanno dei precisi codici dettati dalla natura, quindi incolpevoli… Chissà! Di questi argomenti la letteratura ha già dato ampia bibliografia e non vorrei inoltrarmi in un percorso senza rischiare di essere troppo ed inutilmente prosaico. La vita è un percorso di esperienze emotive belle e brutte ed ognuno di noi elabora in base ad una serie di fattori: culturali, familiari, gruppo sociale di appartenenza, educazione, quella che sarà la sua personalissima scala di valori. Eccomi quindi, probabilmente certe cose rimangono chiuse in un cassetto per anni, cose di cui per anni non ne hai avvertito il bisogno, erano li nascoste cosi bene che se le avessi cercate proposito non le avresti trovate. Poi quando meno te lo aspetti e sicuramente quando stai cercando altro rispuntano, si palesano e prepotentemente ti si piazzano davanti costringendoti a pensare a loro. Lo sblocca ricordi è arrivato, le nostre esperienze chiuse in quel magico hard disk che è la mente si palesano e cosi si apre a ventaglio la schiera di esperienze che ci fanno tuffare nel nostro passato. Così è stato pure con questo argomento e questo articolo, sarà l’età! Avevo iniziato a scrivere un altro tipo di storia, storia che ho dovuto riscrivere partendo da un altro punto. Inspiegabilmente, ogni volta che provavo ad andare in una direzione, immediatamente avvertivo l’esigenza di andare a cercare quel qualcosa prima, non per esigenza didascalica e nemmeno per esigenza descrittiva; semmai era diventata quasi la ricerca di un principio di causa ed effetto quasi fosse uno scavare tra le esperienze per capire cosa c’era prima, che servisse a giustificare i fatti successivi, lo stabilire in pratica un ordine gerarchico di eventi che hanno portato a scelte personali nel divenire temporale. Lo so mi sto addentrando in un terreno filosofico che poco ha a che fare con quello che stavo iniziando a scrivere, ecco perché ho sentito il bisogno di giustificarlo, quasi fosse la ricerca di una prova ontologica. Ragionando mi sono appunto reso conto di volerlo raccontare. Probabilmente anche questa era stata per me come per milioni di altri ragazzi dell’epoca un’ esperienza che ha avuto molte facce, alcune molto positive ma altre sicuramente negative. Ti trovi a dover diventare “uomo” o lo sei già, ma doverlo continuamente dimostrare, è palestra di vita e fonte di ricordi, bei ricordi talvolta, bruttissimi ricordi altre volte. LA CARTOLINA VERDE Ed eccomi qui con la lettera verde in mano.

L’aspettavi, in fondo lo sapevi, era già toccato ad altri amici più vecchi di te, e poi an con di più dopo che hai dovuto fare i famosi tre giorni di visite mediche nei quali viene contingentata la truppa in genere per età e dopo i test psico-attitudinalidove viene definito il tuopresunto QI e da li viene anche deciso in quale corpo dell’esercito o delle altre armi saresti stato arruolato, il tutto con un alone di mistero che lasciava i ragazzi in un limbo totale fino a che ci si dimenticava di quei tre giorni di visite e a che cosa fossero serviti… Ma quando arriva, la situazione è ben diversa, non è più il racconto di un conoscente, è la tua vita, è reale, è il tuo mondo che sta per cambiare e anche se già sai che prima o poi tocca a tutti, sai già che non si tratterà di una vacanza. Eccomi quindi a casa a vivacchiare dopo la maturità, un lavoretto di qui, uno di là, avevo già 22 anni, il percorso scolastico non era iniziato benissimo infatti: dopo una pessima figura in tre anni di liceo classico, rimediai con un più che discreto percorso scolastico formativo di cui ancor oggi beneficio nella mia professione di docente; l’istituto magistrale. Era così arrivato il fatidico momento, la nazionale calcistica italiana in quell’estate stava giocando e stava per vincere i mondiali di calcio con Pablito Rossi, ed io ero costretto a studiare per l’esame di maturità in una situazione ambientale poco facilitante: da giorni proprio di fronte casa stavano allestendo gli stand per una delle tante feste paesane che al tempo andavano molto di moda, credo che al momento fosse proprio “la festa dell’Unità ” e puntualmente subito dopo pranzo mentre cercavo di combattere il furto splancnico ovvero quella fastidiosa sensazione di freddo che spesso ti prende dopo i pasti dovuta ala maggiore quantità di sangue richiamata allo stomaco per il processo digestivo, con una copertina sulle spalle nonostante la calura estiva, mi addormentavo e la sonnolenza post prandiana sembrava portarmi lontano dal mio primo dovere: lo studio.

Altrettanto puntualmente alle 14.00 ogni giorno il DJ di turno iniziava la sua programmazione sparando al massimo dagli altoparlanti della festa, il brano degli – Imagination- ” dal titolo demotivante per chi doveva affrontare una prova importante come quella dell’esame di maturità: “Illusion”, che aveva un doppio effetto: quello di farmi trasalire e svegliare dal torpore della siesta ma anche quello di invogliarmi a mollare lo studio spingendomi a raggiungere al più presto la fonte della musica;

in pratica un Lucignolo che ti invita al paese dei balocchirappresentato da “stand e bandiere rosse” che erano la tentazione di andare a far festa e che solo con la mia forza di volontà potevo a fatica contrastare rendendo la preparazione dell’esame di maturità un’impresa quasi impossibile. A tutto ciò si univa la vittoria dei mondiali di calcio, Al grido di “Rossi, Tardelli, Altobelli” quasi tutto il popolo italiano si riversava per le strade a festeggiare. Questa vittoria ci portò a girare per strada in automobile a fare i” caroselli” per l’occasione le mete preferite erano le località balneari della riviera veneta dove abbondavano i turisti tedeschi e noi a rischio mononucleosi cercavamo di rubare il maggior numero possibile di baci alle turiste tedesche che in quel momento non potevano far altro che applaudire gli italiani in festa e a dir la verità, avrebbero fatto di tutto pur di sentirsi parte di quell’ondata di entusiasmo che probabilmente non avvertivano dai mondiali del 74 o dai tempi del blitz all birreria, alla fine della repubblica di Weimar (cattivissimo ).

Lo so, sto perdendo tempo, era giusto per inquadrare il periodo che era al momento giustamente spensierato, fino all’arrivo di quella famosa cartolina… Ricordo che non capii nulla quando arrivò la raccomandata, meglio, non sapevo quali pesci prendere, si dovrebbe dire così, credo. Girai per mezzo paese con questa cartolina verde in mano cercando di condividerla con più gente possibile anche con persone con cui non avevo mai chiacchierato, in pratica stavo facendo la figura del pazzo solo per capire ed avere informazioni su cosa mi sarei dovuto aspettare, fosse arrivata al giorno d’oggi l’avrei sicuramente spammata per tutti i vari social cercando condivisioni empatiche chemi dessero conforto e informazioni sumio prossimo futuro, anche se avrei dovuto cancellare parecchi post di insulti, comunque nella cartolina c’era scritto: IL CAR: “Si presenti alla caserma caserma Vinicio Lago sede del 7° Cuneo a Jalmicco (una frazioncina nei pressi della più famosa Palmanova –)”

la caratteristica città di Palmanova (UD)
la caserma CAR del 7° Cuneo Vinicio Lago di Jalmicco (UD)

IL PRIMO GIORNO IN CASERMA: dopo che eri giunto di fronte a quel portone metallico e salutato i tuoi cari (se avevi la fortuna di essere accompagnato da un amico o da un familiare) c’era la cerimonia della vestizione, se così possiamo chiamarla, dopo un appello, dovevi metterti in riga e formare varie file in corrispondenza di vari edifici o di vari portoni. LA VESTIZIONE: Dapprima passavi per un grande salone dove venivi rifornito di zaino e di ogni capo di abbigliamento di vestiario, la taglia era approssimativa tanto i vestiti si sarebbero stretti ed accorciati lavandoli e poi eravamo soldati e non dei modelli di Armani, mi resi subito conto chiedendomi anche il perché anche nell’aspetto la recluta dovesse rappresentarsi goffa rispetto ai più anziani, ma non ebbi il tempo di starci a pensare troppo su.

Andammo poi a prendere altre amenità, kit da barba: sapone rasoio pennello e altre piccole cose per l’igiene personale comprese le saponette. Eccoci subito dopo al reparto calzature vi erano ammucchiate divise per numeri pile di scarpe da ginnastica in tela, probabilmente della “Superga” e già dotate di puzza endogena, poi, poco più in là, gli anfibi; almeno in quello potevamo provare a dire che erano larghi o stretti, poiché servivano ad una cosa ben precisa ed in fondo questo era il primo obiettivo di quel particolare corso di formazione chiamato CAR, il centro addestramento reclute, che oltre ad insegnare i fondamentali del vivere in caserma per diventare un perfetto soldato, doveva prepararti alla vita. Potevi, o meglio dovevi, imparare a fare molte cose, tra cui: fare le pulizie, il “cubo”, marciare schierati e inquadrati tenendo una perfetta geometria, tenere un arma in mano, imparando dapprima a smontarla e rimontarla, caricarla e scaricarla, saperla tenere in equilibrio e allineata nei vari “presentat arm” e non per ultimo ad usarla. Nei vari corsi sulla sanità militare abbiamo potuto capire cosa fossero le MST, le malattie sessualmente trasmissibili, imparato gesti improbabili se non impossibili come iniettarsi l’atropina nel cuore in caso di attacco con gas nervino o di altro tipo, cosa per altro vista solo in truculenti film d’azione e non molto facile da eseguire, anzi.

LA PUNTURA: Già durante i primi giorni del CAR venivamo sottoposti al rito della puntura, ovvero la vaccinazione di massa contro le più comuni e rischiose malattie che avresti potuto contrarre nel periodo e nei luoghi del servizio di leva. La puntura sul petto aveva un lato positivo, per tre giorni eravamo confinati nelle camerate e non dovevamo ne marciare ne svolgere lavori o servizi. Questo rituale sanitario si doveva ripetere almeno una volta nel corso dell’anno di servizio e alcuni lo aspettavano per prendersi tre giorni di riposo, altri invece mal sopportavano di essere “punturati” sul petto. Immagino ai tempi odierni con il gran numero di persone contrarie ai vari vaccini cosa sarebbe potuto succedere; noi ce la cavavamo in genere con un gonfiore sul petto e un giorno e mezzo di febbriciattola, il giusto tributo alla vaccinazione.

Era fondamentale imparare a rispettare il grado e la gerarchia, conoscere i principali sistemi d’arma, imparare a sparare e a centrare un bersaglio, sapere cos’è un attacco NBC (nucleare batteriologico chimico) come difendersi, ma sopratutto, ed è qui che gli anfibi entrano prepotentemente in gioco le famose calzature militari chiamate anfibi: marciare, marciare, marciare e poi marciare, dovevi battere il passo e ritmare la cadenza con i piedi che dopo pochissimo sembravano delle incudini e la sensazione di bruciore era indicibile. L’ADDESTRAMENTO: Sopratutto nei primi giorni, capitava spesso che qualcuno non ce la facesse e cadesse, a pensarci mi viene in mente il tenente che ci dava gli ordini per controllare il nostro livello di addestramento che i caporali ed i sergenti ci impartivano senza lesinare sproloqui o iperboli linguistiche che avevano lo scopo di inorgoglirci o di umiliarci a seconda delle situazioni.

il Sottotenente Viaro era probabilmente la degna rappresentazione fisica l’archetipo del soldato perfetto, il ragazzone di Rovigo al “passo” urlava “Fogo, Re can!” un esclamazione che sottendeva che l’unisono dei piedi battuti sull’asfalto dovessero e dar vita a delle vere e proprie fiamme, il tutto per arrivare alla famosa cerimonia del giuramento. IL GIURAMENTO è un evento in cui ogni soldato giura fedeltà alla patria ed è una cerimonia piuttosto solenne a cui vengono invitati amici e parenti dei soldati di leva. Si arriva marciando in schiera si fa a gara con gli altri reparti o le altre compagnie per vedere chi sembri più forte nella marcia anche battendo i piedi all’unisono rappresentando una vera e propria esplosione. Nel mio caso come in quello di moltissimi altri la cerimonia si svolse alla Casema Berghinz di Udine, sede del reggimento 7° Cuneo, ultima tappa del CAR prima di arrivare al corpo di destinazione.

IL CORPO DI DESTINAZIONE: Pavia di Udine, caserma Paravano sede del 53° battaglione di fanteria d’arresto UMBRIA. Pavia di Udine era all’epoca un paesino che aveva molto poco dell’omonima Pavia lombarda ma ancor meno dell’operosa Udine, in pratica, un paesino dormitorio con un paio di pizzerie e birrerie, ricordo: Il “Cantinon”, sostenute dalle decadi dei soldatini in libera uscita che cercavano uno svago in contrasto alla noia della Naja. Non era Las Vegas, almeno per dei soldati che speravano in qualcosina di più per svagarsi in libera uscita, tantomeno lo era la caserma, perlopiù abitata da soldati di leva che non più diciottenni ma che in moltissimi casi avevano rinviato la partenza per vari motivi, sopratutto lo studio. Quindi già adulti e poco propensi alla leva. Alla fine del CAR quando veniva data la destinazione potevi capitare nella caserma di Pavia di Udine oppure nei distaccamenti di Brazzano di Cormons oppure di San Lorenzo Isontino, altri paesini più o meno famosi anche per le vicende legate alla grande guerra (1915-1918)

Interno della caserma Paravano sede del 53° Fanteria d’arresto di Pavia di Udine

La percentuale dei laureati in quel piccolo posto era veramente alta e di pari passo si era alzato il livello di stress, che le persone inconsapevolmente si trasmettevano attraverso “nonnismo” e varie altre forme più o meno malate e tossiche del vivere sociale. Si trattava di persone che avevano nella gran parte dei casi una carriera lavorativa già avviata, nella maggior parte dei casi, bravi ragazzi spesso con una moglie e dei figli avuti durante il percorso di studio universitario ma anche piccoli imprenditori che già avevano avviato un’ impresa, professionisti che dovevano chiudere uno studio, geometri architetti, figli di imprenditori che già lavoravano in aziende di famiglia e che dovevano interrompere il percorso lavorativo nonché di crescita economica, padri di giovani famiglie che venivano strappati dal loro status a causa di una legge che non teneva conto di eventi improvvisi, dopotutto ” lex dura lex sed lex “. IL NONNISMO: L’ inesorabile ed ineluttabile chiamata al sevizio di “Leva”, aveva fatto procrastinare ogni tipo di scelta fatta da ogni individuo, ogni cosa sarebbe stata rimandata all’anno dopo, accentuando il malessere di molti, malessere che riversavano spesso sugli altri grazie a quel fenomeno tacitamente accettato da tutti chiamato nonnismo, ma, null’altro era che del bullismo giustificato dai mesi di permanenza in un ambiente di lavoro; fenomeno accettato come il sorgere del sole in quegli spazi e a quei tempi. Tu, eri: una “Burba”, anzi, una Spina, dovevi “morire!” e dovevi, “stare muto!” e rassegnato. Questo era un po’ il lessico quotidiano tipico delle caserme, dove le frustrazioni di molti si scaricavano sulla debolezza psicologica di altri, in genere i nuovi, le reclute. Ero di carattere mite e di corporatura piuttosto esile, tuttavia ho provato a far ragionare qualcun di loro ma subito mi fecero capire che quello era il gioco delle parti, prima era toccato a loro, ora toccava a me! Quindi, se uno dei “nonni” ti chiedeva di fargli la branda o il famigerato cubo o di fare le flessioni o altre angherie, tu le dovevi fare e (sa va, sans dir)… muto!

I SERVIZI: Fare la guardia alle campagne e ai muri di una caserma, dove, almeno per quello che mi era dato sapere, era palese non esserci nulla di strategicamente rilevante per la difesa nazionale fatta eccezione naturalmente delle persone che la popolavano: i suoi soldati, era veramente alienante oltre che frustrante. Passare quelle lunghe ore a fissare la rigogliosissima campagna friulana con l’ansia che arrivasse il nemico, o almeno un nemico, qualcuno che giustificasse il tuo stato di vigile allerta obbligata. Tu, li, da solo, quasi sperando che si presentasse un motivo valido per stare in quel luogo, in quel momento, sperando che un nemico arrivasse, magari con il primato di essere stato proprio tu, il primo ad avvistarlo e aver dato l’allarme. Invece no, nulla, nessuno… Meno male! Tuttavia era in quei momenti che per vincere la noia e il tedio unito al freddo, dovevi rifugiarti nella tua mente e la proteggevi con una sorta di ironia che al momento ha aiutato, eccome se ha aiutato.

Si scatenava la fantasia: Fantasticavi sul tutto e sul niente ad occhi ben aperti e ti preoccupavi che da un momento all’altro potesse arrivare la “falange macedone” oppure “la cavalcata dei cosacchi del Don”, i quali, proprio quella sera non avendo nulla di meglio da fare, avevano deciso di attaccare, proprio li, in quel punto sperduto e apparentemente “inutile” del mondo. Tutto sommato la cosa poteva anche apparire comica se la si voleva vedere cosi. Una guardia di due ore dopo 4 di riposo ad una temperatura che andava oltre i -10 gradi ti faceva immaginare di tutto, ti aspettavi arrivassero i tedeschi con le loro “panzer division”, Gengis Khan con tutto l’esercito mongolo, i khmer Rossi del Viet Nam, potevi addirittura immaginare di vedere l’arrivo di toro seduto con gli Apache e tu eri a Little big Horn e mentre fantasticavi la mente naturalmente andava su argomenti meno bellici ma iniziava a concentrarsi e fantasticare sulle ragazze che avevi incrociato o intravisto dal cassone del camion o dalla Jeep andando a fare la spesa accompagnando qualche ufficiale, si quella che aveva sorriso, alta bionda con l’amica mora, tutt’e due bellissime. Ebbene, proprio in quel momento proprio mentre lei stava per dirti “esci con me domani ?” Capivi che stavi sognando ad occhi aperti e che quel rumore che ti aveva appena fatto trasalire era l’unico e vero pericolo che avresti corso in quel momento… Infatti, qualcuno aveva bussato alla scala dell’altana, era il tenente che stava per pronunciare la fatidica frase: ” Stai Punito! “… Si, non avevi intimato “l’altolà chi va là ” in pratica, mentre aspettavi che il mondo venisse prenderti, non hai fatto caso proprio a lui, all’unico, che in quel preciso istante aveva un minimo interesse nei tuoi confronti, ma non un interesse di quelli buoni, tutt’altro… era: “mancata consegna”, quasi un reato, anzi, un vero reato visto il contesto. fosse stato l’esercito dell’antica Roma sarei stato passato per le armi decimato. Questo nella legione romana anche perché a dire il vero in questi posti non credo fosse l’unico, la disciplina militare era quasi inesistente, i marescialli che ” tenevano famiglia” raccoglievano di giorno la cicoria sotto le altane di guardia ed i tenenti mettevano in punizione quelli che non intimavano l’altolà. Le poche regole venivano fatte rispettare attraverso le solite punizioni che riguardavano la negazione dei permessi e delle libere uscite. Presi in quell’occasione infatti una ventina di giorni di punizione e non potei per quel periodo uscire di caserma la sera…

L’altana: 2 ore di guardia e poi 4 di riposo dentro il corpo di guardia, per 24 ore.

GLI SCHERZI: Scoprii subito che le frustrazioni dei più anziani venivano scaricate sugli ultimi arrivati che infatti venivano vessati dai “nonni” i quali appena potevano andavano oltre quella che era l’usanza del farsi rassettare la branda e farsi sistemare il “cubo”, si arrivava agli scherzi notturni. Bastava che tu avessi fatto qualcosa che non era gradita a qualche nonno o anche solo che qualcuno di loro ti avesse preso non in simpatia che iniziavi ad essere preso di mira con quelli che loro chiamavano “scherzi”; Uno antipaticissimo era il porre del lucido da scarpe su dei fogli di carta igienica che venivano messi sul tuo guanciale, al mattino ti svegliavi con il viso impastato e sporco di nero o marrone… Vi era anche la variante, che non ricordo di aver provato, ma si raccontava che con il dentifricio l’effetto collaterale fosse quel di stimolare inconsciamente l’apparato urinario dando vita ad uno stimolo incontrollabile, enuresi pura, non patologica, e oltretutto appena ti accorgevi di essertela fatta sotto sentivi che qualcuno ridacchiava o peggio al mattino qualcuno ti guardava sogghignando, c’era da divertirsi, vero? Talvolta invece erano semplici gavettoni, le leggende su questo scherzo si sprecano, ma viste le temperature del periodo in cui ho frequentato quella caserma a volte anche – 20 gradi di notte la pratica non era di moda; in estate non sarei stato li ma ancora non lo sapevo; comunque dai racconti dei vari militi erano bazzecole rispetto alle leggende dei vari rituali che si tenevano in alcune caserme degli alpini o di altri cosiddetti reparti più o meno speciali. Insomma, andare a letto era diventata una preoccupazione, piuttosto che un riposo, ma mi sono soffermato già troppo troppo sulla questione, di certo posso dire che non ho mai fatto pagare ad alcuno i miei personali stress, e non emetto giudizi oltre a quelli che si evincono. PROMOZIONE: Ebbi comunque la fortuna che essendo appena diplomato, parlassi con un accento abbastanza apolide per cui il comandante scambiandomi per persona colta mi chiese di lavorare come furiere, fu’ li che cambiò la mia vita militare, almeno dal quel punto di vista, quello ambientale. Iniziai ad essere di colpo rispettato e cercato, il motivo era semplicemente l’intercessione presso il capitano che poteva dare le licenze ed i permessi, una mia buona parola avrebbe fatto sicuramente effetto… arrivarono pure i gradi di caporale ed ero entrato a far parte della (odiata) squadra di pallavolo della caserma, grazie a questo ero riuscito a saltare pure qualche guardia per fare le partite anche se poi questo fatto aveva infastidito alcuni facinorosi che appena potevano si rifacevano su qualcuno di noi con scherzi o comandando servizi in quanto ritenuti “imboscati”. L’ESILIO: Ma…Un giorno il Capitano Griesi (brava persona con un discreto livello di umanità) mi disse che voleva parlarmi in ufficio, il suo tono non era il solito tono di chi ti invita ad essere solerte nel lavoro o di chi cerca un consiglio, notavo un certo imbarazzo. – Comandi, capitano! – dissi. Mi apostrofò – Guardi, non è colpa mia, io mi ero opposto, pare che arrivi un soldato con un incarico da ufficio, ed è pure raccomandato da un generale… Fece una pausa – “Inoltre, in maggiorità (dove vengono custoditi tutti i documenti ed i fascicoli personali dei soldati, compresi i testi psicologici effettuati durante la visita dei tre giorni.) qualcuno si è accorto che lei non ha fatto il corso d’autista e… bisogna che lo faccia; noi pensavamo che lei fosse un 30A (fuciliere /assaltatore) invece è un 18 / A ovvero autista. – Quindi dopo il corso la manderò nella fureria della compagnia trasporti del battaglione. – Per me fu una doccia fredda, non la presi molto bene, oramai avevo le mie routine ed i miei spazi e avevo appena superato il periodo della “spina”, in pratica subivo molto meno gli stati d’animo di congedanti in pieno burn-out. avevo trovato la mia “Comfort Zone”. L’unica consolazione di quella notizia era che sapevo che al V° corpo d’armata a Treviso il comandante della compagnia trasporti era un cugino di mia madre, quindi la prospettiva di lasciare quel posto abbandonato per una cittadina ricca di negozi, di vita, di ragazze come Treviso, mi entusiasmava… Ma, come sempre il diavolo, ci mette la coda ed il giorno dopo mi accorsi che non sarebbe stato cosi. La sede per il corso di scuola guida per gli autieri, non era più Treviso ma era diventata Gradisca D’isonzo, una cittadina vicino a Gorizia che ospitava già molte caserme, sarei quindi stato aggregato alla compagnia trasporti della brigata Folgore e sarei tornato al corpo di appartenenza dopo aver superato il corso di autiere che comprendeva esami di guida ed esercitazioni su vari tipi di mezzi, dalle Jeep, ai camion fino ai Pullman.

La caserma era molto grande e la compagnia trasporti condivideva un grosso spazio con una brigata di artiglieria che muoveva obici semoventi da campagna: il 46° Trento.

la Caserma Toti Bergamas come si presenta oggi

Gradisca D’Isonzo Caserma Toti Bergamassede del 46°art. semovente da campagna Trento e del Bgt. logistico brigata Gorizia div. Folgore. La disciplina era piuttosto ferrea, il comando era dei graduati e nessuno si permetteva mancanze di rispetto o atti di nonnismo che personalmente oramai non avrei più dovuto temere, grazie anche ai gradi di caporale. Per questa serie di motivi, l’impatto che avrebbe dovuto essere traumatico con quella nuova ed imprevista realtà fu invece molto sereno. La scuola guida era affidata ad un Sottotenente, si chiamava ARU un giovane sardo piccolo di statura ma tarchiato e forte con gli occhi buoni il carattere mite e sicuramente umano, in pratica una persona a cui il grado di ufficiale non aveva assolutamente dato alla testa, perfettamente in grado di gestire quel piccolo centro di potere che lo stato gli aveva affidato senza sentirsi un “Rambo” ma pronto a trasformarsi in un guerriero qualora la situazione lo avesse richiesto oppure, quando qualcuno voleva approfittare del suo carattere mite ed in genere amichevole.

Entrai quasi subito in confidenza con il capitano Pastore, persona tutta d’un pezzo che mi accolse nella sua fureria, parlò con il tenente Aru spiegandogli che doveva far di tutto per farmi bocciare alla scuola di guida per mezzi militari, venendo incontro e seguendo in questa maniera i miei desiderata che prevedevano di fermarmi in quella nuova caserma dove avevo di nuovo trovato una particolarissima comfort zone anche se vincolata da molto lavoro e dallo svolgimento di molti servizi a cui di volta in volta ero comandato. Tuttavia il contesto ambientale cambiava significativamente. Venne quindi architettato un sistema per cui con prove sempre più difficili non mi riuscisse facile essere promosso alla guida di mezzi militari compresi i pullman e le Jeep. Rimasi a lavorare nell’ufficio del capitano, occupandomi della gestione dello stato della manutenzione e dei movimenti dei mezzi della compagnia trasporti. Condividevo l’ufficio con altri commilitoni: alcuni più anziani altri miei coetanei, ricordo Sergei Doneda della val brembana e Gino Barni di Milano, oramai nonni credo.

Furono dei mesi abbastanza felici se così si può definire un emozione abbinata ad un periodo in cui come persona venivi rispettato e dove non dovevi temere di addormentarti perché sarebbe successo qualcosa di non piacevole se inconsapevolmente avessi mancato di rispetto a qualcuno. Una delle prove della corretta disciplina praticata in quella caserma è data da un altro evento: Un giorno durante la fila per la mensa alcuni congedanti passarono davanti ad una intera compagnia che era di reclute. Se ne accorse però un sergente che li fece ritornare nei ranghi e li mandò a processo dal colonnello: – Caporale puoi farci da avvocato? – disse uno di loro.- – Oddio, non guardavo nemmeno i film polizieschi – pensai, tuttavia risposi si. Evito di raccontare le fasi processuali del piccolo processino, so solo che in loro difesa chiesi: immedesimandomi in un principe del foro, un po’ alla Perry Mason “la seminfermità mentale” temporanea, dovuta allo stato di stress dovuto all’imminente congedo… Risultato: si fecero una settimana di CPR ovvero ritardarono ulteriormente il loro congedo; Non mi chiamò più nessuno per altri processi simili a fare l’avvocato della difesa, per fortuna loro, aggiungo io.

Durante le libere uscite di sera, come tutti i militari, affollavamo i pub e le pizzerie, i giri erano sempre gli stessi e a seconda di quali persone frequentavi, andavi in certi posti piuttosto che in altri: ” dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” dice il proverbio. Per l’appunto ricordo il caso di un gruppo di commilitoni che erano considerati “gente strana”, avevano conosciuto delle ragazze ci uscivano assieme, andavano in determinati locali, fumavano determinate sostanze ed altre cose e si ammalarono tutti degli stessi malanni! Io ebbi la fortuna di frequentare altra gente, altro tipo di persone ma come nelle città anche in caserma, il rischio di incontrare e stabilire legami con “balordi” era alto. Le pizzerie o i cinema furono posti più tranquilli dove passare il tempo, una di quelle sere infatti in pizzeria dove la signora Carmela abituata a frotte di militari che sapeva gestire meglio di un sergente maggiore, fece sedere vicino al nostro tavolo un gruppo di ragazze, fu così che iniziammo a fraternizzare, diventammo così buoni conoscenti e ogni tanto ci si incontrava, libere uscite permettendo, per le vie del paese, naturalmente i rapporti erano molto semplici e si limitavano ad una conoscenza puramente amichevole e discorsiva senza alcun secondo fine almeno da parte loro, ma a noi tutto sommato, bastava. Uno di quei giorni suonò il telefono del centralino della caserma, “Caporale, la vogliono al telefono“: Naturalmente i cellulari all’epoca non esistevano. – Ciao sono Graziella, ci siamo conosciuti in pizzeria, ti ricordi?- Imbarazzo… ricevere una telefonata di una ragazza in caserma era a dir poco imbarazzante, quasi come il babbo che viene a giocare a pallone per stare con te quando hai quasi 14 anni.. provai a fare il vago ed annuii – Sai, ti avevo detto che mio padre era il custode di quella casa scuola che sembra un’hotel, – ” si certo” dissi – da questa settimana ospitano un gruppo di professori universitari e registi per un laboratorio internazionale di cinematografia e comunicazione… ” eh si, va bene, ma io cosa ci posso fare?” – devono girare un piccolo film e visto che il soggetto è basato su un racconto del periodo neorealista di “Cesare Zavattini”, ci sarebbe bisogno di un vero militare che faccia la parte del protagonista, e io ho pensato a te che insomma mi pari abbastanza brillante…- Pausa … lunga pausa… lunghissima pausa…- – ehi, ci sei ancora? – Si ci sono, ma non so se sono in grado – ” bene allora dico di si che ti ho trovato e ti farò sapere quando girano cosi da organizzarti al meglio le libere uscite – Avevo recitato solo nelle scenette del campeggio scout o a quelle dell’oratorio, ma mi sono ricordato anche di quando suonando in parrocchia ci lanciarono le frittelle di carnevale proprio mentre suonavamo My Sharona, voleva dire che in qualche modo il mio battesimo del palco e della recita lo avevo fatto, ma una sorta di timidezza mi iniziava a far tremare le gambette. Lo dovetti dire al tenente che decise di sfottermi appena poteva chiamandomi: il De Niro della Trento (nome della compagnia di carristi 46° Trento a cui era aggregata la mia compagnia.) Iniziammo così le riprese, per i costumi ero già pronto, avevo il mio vestito da militare, La storia era basata su uno scritto del regista scrittore Cesare Zavattini, Si intitolava “Linea di confine“ la regia era di un giovane regista messicano: Manuel Lopez Monroy che per l’occasione si avvaleva anche di aiuto registi che avevano anche lavorato in film importanti con registi noti come per esempio il polacco Christof Zanussi…

Il film raccontava di una storia d’amore nata tra un soldato dell’esercito italiano ed una ragazza che proveniva dall’allora Jugoslavia, in pratica quello che durante la guerra fredda era considerato il nemico. La prima scena riguardava il protagonista maschile che tutto solo attraversava il fiume solo, sopra un ponte, poi entrato in treno si assopisce e risvegliandosi in prossimità della stazione di Gorizia, nota che nei posti vicini è seduta una bella ragazza e come ogni colpo di fulmine la corteggia scoprendo che non è italiana ma Jugoslava, la scena (lentissima) continua con loro che passeggiano tra le mura del castello di Gorizia posto proprio a ridosso della linea di confine italo-jugoslava. Si dicono poco ma passano il tempo guardandosi e si scambiano pure qualche bacio innocente… Approdano quindi sotto il ponte del fiume Isonzo dove si intrattengono anche per una specie di Pic-Nic, poi per ricordare quel momento passato assieme decidono di affidare il ricordo ad un messaggio in una bottiglia che lanciano nel fiume e si salutano.

Nell’ultima scena si vede lui già vecchio che apre la porta al postino che consegna una lettera proveniente da un paese straniero probabilmente un paese del nord Europa… Ma lui non conosce proprio nessuno in quei posti. Apre la busta e trova un piccolo messaggio, salve ero un ufficiale di rotta a bordo della mia nave mercantile e un giorno mentre eravamo vicino alle coste della Grecia del sud e stavamo procedendo alle operazioni di scarico, ho notato una bottiglia con un messaggio, così l’ho voluta aprire, ed ho trovato questo indirizzo spero che le faccia piacere sapere che il suo messaggio è stato ritrovato dopo molto tempo. La saluto cordialmente… ” Il vecchio così inizia a pensare e a ricordare ricordare quell’amore impossibile per le questioni politiche ma possibilissimo per le questioni di cuore, una lacrima gli lambisce le gote e si rivede giovane, ma poi deve fare qualcosa e il film si interrompe. Ecco, dopo la trama che ho in qualche modo cercato di raccontare pure io, il film arrivo’ in produzione e ci fu un simposio per presentarlo, io arrivai come i veri divi di Hollywood con occhiali scuri e con giubbotto che copriva parte del viso, mancava solo un immeritato red carpet ma io volevo rimanere in incognito il più possibile, il motivo era solo uno, erano state invitate le massime autorità militari della zona compresi i miei superiori ed i politici regionali e locali… era imbarazzo allo stato puro. Vidi il colonnello che parlava con un collega generale, e diceva eh si, quelle sono le mostrine della sua Brigata… – eh già ha proprio ragione-… Io volevo scomparire, non erano state chieste autorizzazioni almeno per quel che ne sapevo che consentissero di riconoscere il nome del battaglione o della caserma da cui il protagonista che ero io provenisse. Quando ci fu la presentazione recitai veramente, molto meglio del film e non essendoci i diretti superiori potevo fingermi chiunque. mi presi il mio applauso e mi eclissai…

Il tenente Rangone, era un buon ufficiale e spesso si comportava con la truppa in modo cordiale e simpatico mantenendo comunque il giusto distacco dovuto al grado, unico difetto, se così possiamo chiamarlo, era l’esaltazione per la res militaria, cosa per cui tra alcuni di noi veneti lo catalogava con un epiteto scherzoso, dialettalmente “Mato paa guera” pazzo per la guerra, ovvero il prototipo di soldato sempre pronto ad intervenire in azione e preoccupato più di un mondo in pace che di un mondo in guerra, in altre epoche sarebbe stato definito un “ardito” o almeno così voleva far credere. Le varie mostrine unite ai vari alamari di specializzazione tipo: paracadutista, incursore, mitragliere, radiomarconista, Marines, Navy Seals, e ogni altra possibile specializzazione potesse esistere in una caserma a parte quella di crocerossina. Come soldato tutte quelle specializzazioni militari deponevano a suo favore, ma noi soldati di truppa lo preferivamo a bordo della sua Giulietta 1600 beige quando la sera si imbellettava per andare a fare conquiste in qualche locale. In quel caso, guadagnava molto come persona ma perdeva molto del Rambo a cui spesso lo associavamo per farci due risate alle sue spalle attenti a non farci sorprendere, tuttavia era sempre pronto ad essere a suo modo spiritoso, e l’idea era che facesse il duronon perché fosse cattivo, no, lui era semplicemente fatto così. ADUNATA: Uno di quei giorni il tenente Rangone assieme al capitano Pastore arrivarono all’adunata con un espressione seria e solenne. Dopo qualche istante di silenzio, intimato l’attenti e poi il riposo, iniziarono a parlare: iniziò il Capitano facendo un breve cappello introduttivo un po’ per incorniciare il suo discorso che pareva essere piuttosto delicato. “Soldati” disse ” come tutti spero sappiate, l’esercito italiano è inserito nel patto atlantico chiamato NATO e aderiamo alle iniziative dell’ONU la missione è “Italcon“, dunque ci è stato richiesto di partecipare con due soldati autisti a questa missione, e naturalmente vogliamo dare precedenza chi si offrirà volontario. Intervenne Rangone: ” in pratica, cerchiamo due volontari per il Libano” visto che tutti si stavano guardando attorno per capire se qualche amico o conoscente avesse alzato la mano, il tenente aggiunse: “Se posso dire la verità son molto invidioso, pensate che a me non hanno concesso questo privilegio, “indorò la pillola, “oltretutto dovreste sapere che la paga non sarebbe la stessa che prendete qui ma sarebbe molto più alta di quella che prendereste andando a lavorare”. Da come la stavano mettendo giù la cosa non sembrava poi male ma i poco più informati sapevano benissimo che pur essendo una missione di pace-keeping fatta assieme alle forze Nato statunitensi di Ronald Reagan e ai francesi con un piccolo contributo degli inglesi e altri era pur sempre un teatro di guerra che alla fine era costato la vita ad un soldato ed il ferimento per vari motivi di altri 75.

Poi visto che nessuno alzava la mano, il comandante ed il tenente si guardarono quasi sorridendo, io pensai ad un pesce d’aprile e in un attimo alzai la mano. “Caporale perché alza la mano?” – per il volontario, il Libano!- risposi – “Ma mi faccia il piacere, ha voglia di scherzare, lei non può andare!” – rispose, con quel piccato accento partenopeo, quasi volesse imitare il famosissimo “TOTO”! Impertinentemente mi azzardai a chiedere: – E… perché non posso?” Al capitano venne da ridere e guardò il tenente cercando una qualche espressione d’intesa ” Caporale, ma lei, lo sa perché si trova qui? – “Si, per il corso di autista!” risposi prontamente – Bravo!, E… alla data di oggi le risulta di averlo superato? – ” Ehm no, direi di no,” risposi imbarazzato. Stavo per fare una figuraccia lo sentivo, (mentivo poiché sapevo che le bocciature erano finte ed erano fatte per farmi rimanere in quella caserma, anzi meglio in quell’ufficio, quello del capitano. Continuò,” quelli cercano gli autisti e noi gli mandiamo uno che è bocciato agli esami di guida, che figure ci facciamo, poi se perdiamo la guerra danno la colpa a me…(risata generale)… “e poi, lei appartiene ad un altro corpo ed è qui come allievo, non la posso spedire io in quel posto… però la sto per spedire in un altro…” La dose di ironia non mancava al capitano, infatti ci fu un ennesima risata generale. Intervenne il tenente che mi chiamò per cognome e mi insultò auspicando che un intervento divino avesse potuto prendermi diciamo alle spalle in modo improvviso rubandomi l’innocenza. Seppi più avanti che l’adunata era semplicemente un dovuto atto di semplice comunicazione, il capitano aveva già individuato nelle persone di due militi con problemi familiari di natura economica i possibili volontari che come ci diceva il tenente, avrebbero dovuto essere “spontanei” e non “spintanei” infatti i due, avevano già accettato. Li ritrovammo poco prima del congedo con le mostrine in bellavista e il marchio della missione italiana in Libano, la banda tricolore sopra il grado sulla spallina.. risposi Quali il comandante Pastore mi faceva mettere di servizio ogniqualvolta sapeva che da Pavia di Udine sede del 53° Umbria, ovvero il mio corpo di appartenenza, qualcuno stava venendo a prendermi, ma riuscii a rimanere li fino a tre giorni dal congedo. GUERRA FREDDA: Fortunatamente erano gli anni 80 e non dovemmo mai preoccuparci veramente di nulla, anzi durante i pattugliamenti del confine quando eravamo comandati in “polveriera” o a fare la manutenzione delle “opere” riuscivamo a fraternizzare parlando di ragazze e di sport con i nostri antagonisti del patto di Varsavia,  che a loro volta temevano che noi li potessimo invadere. Quando le due pattuglie antagoniste si incontravano lungo il confine, si riusciva persino a fraternizzare noi che rappresentavamo il ricco occidente facevamo piccoli scambi commerciali con i nostri alter ego del blocco comunista, la merce non era molto sofisticata, noi scambiavamo calze di nylon riviste o giornaletti di natura pornografica facilmente reperibili in ambito militare, con pacchetti se non stecche di sigarette che non erano soggette a monopolio dello stato italiano… in pratica il contrabbando, il mercato nero. A dire il vero ci spaventammo solo una volta, ovvero quando alcuni dei nostri avevano sconfinato per rubare della frutta ed erano stati fatti bersaglio di fuoco contadino con cariche a sale … la fuga a gambe levate risolse il problema.

Quella che noi chiamavamo polveriera, era si legata al controllo delle munizioni stivate in luoghi protetti e lontani da insediamenti civili, ma anche alla manutenzione ordinaria delle linee di fortificazione chiamate “Opere”, che si trovavano a ridosso del confine, chiamate P ed M in pratica una catena di bunker interrati con una mitragliatrice pesante, oppure delle torrette di carro armato montate sopra dei bunker interrati spessissimo collegate tra loro a mo’ di sistema… il tutto aereato da potenti motori Piller…le cui prese d’aria o gli sfiatatoi si notavano appena uscire dalle doline e le rocce carsiche.

Pavia di Udine Caserma Paravano (Pavan, Io , Biancotto,)

Non so se in caso di guerra avremmo mai resistito quei “90” secondi che sarebbero serviti per dare il via ad un contrattacco o a far decollare le nostre difese aeree… noi intanto tenevamo tutto in ordine e funzionante nei nostri turni settimanali passati li, i quali se non altro servivano ad aumentare la coesione e tramite quella che era considerata una sofferenza lo spirito di gruppo e per qualcuno anche di corpo. Durante la Leva obbligatoria ci si preparava in effetti ad una situazione di guerra e questo da un punto di vista educativo non era una cosa brutta, in quanto il rispetto di ordini, gerarchie o di protocolli più o meno rigidi avrebbero determinato l’esito di battaglie o di guerre, e in molti casi, soprattutto, la personalissima sopravvivenza. Questo incentivava e motivava i soldati a cercare di avere rispetto per le cose e le altre persone, cosa non scontata tra i giovani di pari età che oggi noi boomers chiamiamo millennials. La pressione data dalla paura di sbagliare nei confronti delle regole della caserma e pagare pegno con giorni di consegna o licenze bloccate ingeneravano ansia e dubbi perenni nell’animo dei soldati facendoli sentire in perenne allarme. ALLARME: Tutto aumentava e si esasperava quando l’allarme suonava veramente. Eh già uno dei momenti di più grande ansia era la sirena dell’allarme, e noi soldatini di leva li a chiederci se l’allarme fosse un allarme NATO oppure un allarme interno, il che poteva voler dire molte cose sia nell’una che nell’altra ipotesi. Il suono della sirena d’allarme doveva essere uno dei suoni che come nell’esperimento di Pavlov lo psicologo, ti faceva scattare in piedi mettere in seria apprensione, esaltare la soglia di attenzione e esasperare il livello emozionale. Eravamo preparati tutti a quel momento o a quei momenti, erano state fatte delle esercitazioni ed ognuno doveva sapere dove andare e che cosa fare; ritirare il materiale da battaglia con buste contenenti ordini segreti e tenersi pronto a partire per chissà dove. Nessuno ti diceva se era un esercitazione, non era come nelle navi da crociera dove appena parti devi sottoporti ad un” “boat drill “che ti spiega cosa fare in caso di naufragio, non era come a scuola dove ti dicono cosa fare in caso di terremoto o di incendio… Era l’incognita della guerra…., allarme NATO o no? Già ti immaginavi in partenza con i camion verso il confine ad aspettare in trincea il tuo nemico oppure con un aereo militare verso una destinazione ignota. Ti vedevi al confine mentre cercavi di riconoscere tra il nemico magari quello’ Aliosha o quel Goran con cui avevi fraternizzato mentre eri comandato in polveriera o a pattugliare la zona parlando di ragazze o di calcio usando quelle poche parole in inglese che avevi appreso alla scuola superiore, scoprendo per altro con sorpresa che loro parlavano quella lingua molto meglio di te. Insomma l’allarme era un momento in cui si iniziava a fare i conti con se stessi, con il proprio addestramento, con le proprie paure… Ma, c’è spesso un ma, infatti durante gli allarmi, dopo i primi angoscianti attimi di incertezza, prendeva piede una strana euforia, ovvero si capiva che l’allarme in caserma, senza che nessun mezzo corazzato e non, venisse fatto uscire, era una semplice esercitazione e ci si rilassava, infatti. L’allarme quel giorno suonò intorno alle 8 di sera, erano i primi di aprile e le giornate si erano già allungate rispetto alle fredde serate friulane, la sirena stava ancora suonando e chi stava per andare in libera uscita trovò al corpo di guardia un tenente che ordinava di rimettere la mimetica e obbedire agli ordini di quello che era il suo caposquadra. I militari che erano in servizio o per qualche motivo erano in caserma invece dovevano immediatamente mettersi in tenuta da battaglia e recarsi al posto di adunata prelevando prima dal proprio armadietto, lo zaino tattico, l’elmetto, la maschera antigas… -presto, presto! – disse il sergente, dovete muovervi, ognuno raggiunga il proprio posto! – Prendemmo tutto in fretta: Nello zaino erano contenuti: un cambio di intimo, una coperta, un telo mimetico, una pala per scavare buche o trincee, indossato l’elmetto ci precipitammo nel locale blindato dove gli armieri stavano consegnando le munizioni e le razioni da battaglia ovvero la famigerata razione (K) un insieme di alimenti che avrebbero dovuto supportare per qualche giorno i bisogni di un soldato affamato, perfettamente conservati. Trovavamo: gallette, cordiale (un liquore), una scatoletta di carne, del cioccolato fondente, della penicillina per le ferite, dei cerotti ed altre varie amenità tra cui sigarette e carne in scatola con tanto di chiavetta per l’apertura…

La famigerata -Razione K- ovvero la fonte di primo sostentamento per un soldato.

Superati quei concitati momenti nei quali ci chiedevamo se fosse veramente cominciato tutto e se in quel momento ci avessero veramente invaso, il che avrebbe voluto dire: combattere, uccidere, forse morire. Momenti nei quali le raccomandazioni a santi e avi in paradiso si moltiplicavano…. però erano attimi in cui la paura che fosse tutto vero lasciava lo spazio alla contingenza del momento, toccava muoversi velocemente ed affrontare la realtà della guerra. Ricevemmo le istruzioni che ci indicavano di piazzarci in mezzo ad un prato, eravamo giusto un plotoncino; piazzammo quindi la nostra mitragliatrice MG, sistemammo i teli mimetici, troppo chiari rispetto al verde intenso dell’erba il che ci faceva apparire più come un bersaglio piuttosto che un punto di difesa, mancava solo la freccia che indicasse la posizione ed era fatta. Tutti in silenzio, a scrutare il muro di fronte stesi a pancia in giù, era la guerra? Se lo fosse stata avremmo dovuto sentire degli spari o dei colpi di cannone, e noi chiusi in caserma. Dove era l’aviazione, e i carri armati?

una mitragliatrice MG

Non sembrava esserci molto movimento per una guerra vera, tra di noi iniziavamo a ventilare ipotesi bislacche. Se fossimo stati realmente in guerra qualcuno avrebbe dovuto sparare attaccarci… e se il nemico non fosse quello che ci eravamo aspettati sin li, se fosse in realtà un attacco da qualche paese arabo, tipo la Libia.? Mmm, non pareva possibile, eppure toccava stare all’erta. Noi lo fummo ma, la notte ed il sonno ci vinsero. Toc, toc! Quel rumore metallico in corrispondenza dell’elmetto, non era un buon presagio. Era il rumore del calcio della pistola del tenente che stava suonandoci la sveglia percuotendo per l’appunto l’elmetto, così da svegliarci. – Lei ed il suo plotone state puniti – Diciamo la verità, da un certo punto di vista eravamo contenti non era la guerra, ma il fatto di non aver sentito la sirena del cessato allarme non era certo una cosa positiva per me ed il mio gruppetto, che fu messo di guardia per 15 giorni di seguito. Non ci addormentammo più ma eravamo felici di non aver dovuto combattere veramente. Tra allarmi e picchetti a vari presidenti della repubblica o del consiglio la vita in caserma si svolgeva senza eccessiva noia, a parte qualche incendio da spegnere sul Carso nulla sembrava si muovesse, e forse è anche questo uno dei motivi per cui molti si annoiavano e non ce la facevano più ben prima della “cena dei cento” chiamata così perché celebrava gli ultimi cento giorni del servizio di leva.

la cena dei 100 con i miei commilitoni: Jozzelli, Melchionda, Torresan , Macchi, Rondena, Doneda, Furlan. (di altri in foto non ricordo i nomi)

Ecco, in questa cena, tra goliardia(sana) cori da stadio ed altre amenità del vivere sociale, a volte si tendeva ad esagerare, sopratutto nel bere, dapprima birra a fiumi, durante la cena, la decade veniva di colpo annegata nei copiosi boccali, ma il top prevedeva rituali non sempre politicamente corretti, a parte le urla belluine per le vie del centro; la visita d’obbligo era quella del pub in cui servivano una bevanda speciale la “Coca Buton”, ovvero un liquore che conteneva delle foglie di coca che avevano subito un processo di distillazione a causa del quale avevano perso la proprietà tossica e stupefacente ma avevano mantenuto il sapore della pianta.

Quindi nulla di realmente stupefacente, tuttavia era un prodotto molto ricercato dai commilitoni poiché un po’ per il sapore, un po’ per la sua alta gradazione alcolica, aveva il potere di entrare immediatamente in circolo e i pochi benefici per l’anima lasciavano subito il posto agli evidenti danni alla psiche dei gruppi di persone che ne facevano un uso abbondante nella speranza di poter raggiungere il “nirvana”

Spesso la noia porta le persone a fare cose stupide, infatti come ho scritto poco sopra, molestie, intimidazioni, atteggiamenti provocatori, sono in quell’ambiente, figli di una situazione in cui nessuno di loro avrebbe voluto essere, strappati dalle loro fidanzate, mogli, famiglie, lavoro, figli. Diciamo più prosaicamente che intere generazioni furono strappate da quella che chiamiamo la vita reale, certo molti di loro rientravano a casa dopo un anno di servizio militare, uomini fatti, ma si trattava molto spesso di ragazzi che avevano affrontar ben poco la vita sociale e per lo più provenienti da paesi o da situazioni in cui erano protetti o dalle famiglie o dal tessuto sociale, ricco o povero che fosse, me compreso. Un’ altro discorso invece va fatto per chi invece la vita militare l’ ha scelta e qui si apre un altro ventaglio di opzioni. Una volta e ancora oggi entrare nell’apparato militare di uno dei tre corpi principali dello stato frequentando le varie accademie ed acquisendo grado e professionalità voleva dire confermare o rafforzare uno status sociale in precedenza acquisito, per esempio era quasi naturale per il figlio di un ufficiale entrare o almeno provare a frequentare un’accademia militare, oltretutto la possibilità di completare gli studi indossando una divisa era un segno di prestigio. Ancor oggi guardiamo con un pizzico di curiosità, ammirazione e un po di invidia i giovani cadetti che magari incontriamo presso qualche stazione o qualche aeroporto, ragazzi che hanno deciso di indossare una divisa spinti dalle più disparate motivazioni e che come ogni militare non vedeva l’ora di passare il week end con i familiari. Per altri invece era stato una scelta per scappare da situazioni di marginalità o da famiglie oppressive, altri ancora, perché volevano vedere altre parti del mondo. Mio padre per esempio si arruolò nell’arma dei carabinieri perché sei era ribellato ai suoi che non lo volevano far giocare a calcio… Ci rimase fino alla pensione e si congedò con i gradi di maresciallo maggiore. Preciso per chi non avesse per qualche motivo avuto la corretta informazione che la benemerita, arma dei carabinieri nata nel 1815 a Torino alle dirette dipendenze di Vittorio Emanuele pur avendo ricoperto incarichi di polizia militare, è ufficialmente inquadrata tra le file dell’esercito, avendo per altro partecipato seppur con ruoli diversi a quasi tutte le guerre dal risorgimento in poi. Non parlo quindi senza una ragione ma con un opinione basata sulla mia esperienza diretta. Poi Arrivò il 1968 e il periodo della contestazione che criticava ogni organismo statale e con il movimento pacifista importato dagli USA si opponeva sia alla guerra del Vietnam sia alle strutture burocratiche come la politica e l’esercito. In quegli anni, il numero di ragazzi che sceglieva di arruolarsi era presumibilmente calato, tuttavia le condizioni economiche del nostro paese facevano si che molti si arruolassero perché intravedevano la possibilità di guadagnarsi da vivere indossando una divisa, che un po’ per charme un po’ per marzialità faceva un dell’effetto sulle ragazze che si vedevano garantite dall’integrità dei militari nonché dalla sicurezza di un posto fisso statale. Ora non credo sia più così, il posto fisso statale non garantisce una via di distinzione e nemmeno un ascensore sociale, cosa che invece nel dopoguerra aveva rappresentato una importante svolta nelle vite di molti italiani. Oggi fortunatamente il servizio militare volontario è anche consentito alle donne. Le elezioni politiche in Italia del 1983 per il rinnovo dei due rami del Parlamento Italiano  – la Camera dei deputati- e il Senato della Repubblica,  si tennero domenica 26 e lunedì 27 giugno 1983. Politicamente fu una convocazione popolare molto rilevante e vennero ricordate per una grande debacle della Democrazia Cristiana, il partito politico che in quell’occasione perse ben il 6 % dei seggi, un vero disastro se pensiamo ai numeri dell’epoca. Fu altresì un momento molto particolare, sopratutto per chi come me in quel momento era nell’esercito ad affrontare l’anno di leva. una delle mattine di giugno e a Gradisca d’Isonzo iniziava a fare caldo, oddio, non quel caldo che si immagina quando si dice faceva caldo ma se lo confrontiamo con la temperatura che fino a qualche giorno prima affrontavamo sulle colline del Carso possiamo definirlo un vero assaggio d’estate, e la temperatura era destinata a salire già da subito infatti, durante l’adunata del mattino dove ero appena stato “punito” per aver fatto la ginnastica mattutina con i miei forse troppo lucidissimi anfibi, cosa che aveva attirato l’attenzione del “massiccio” ten° Rangone che non si era fatto sfuggire quindi l’occasione di obtemperare al suo dovere di garante delle regole, anche se poi mi fece saltare la libera uscita solo per quella sera. Eravamo quindi allineati a perfettamente incolonnati, il capitano con l’aria greve e lo spiritoso, dette la notizia, a breve avrebbe scelto un gruppo di soldati che avrebbero dovuto presenziare ai seggi per le elezioni politiche, ma ancora non si sapeva dove sarebbero stati destinati. A quel punto ci lascio’ col fiato sospeso e l’ argomento di discussione per quelle prime settimane di giugno aveva preso il posto delle discussioni su donne, campionato di calcio, o musica esattamente nello stesso ordine, non ho ancora capito quale fosse il motivo per cui soltanto poco prima di un evento eravamo autorizzati a conoscerlo almeno nei suoi particolari, così fu’ anche per quell’evento. Pochi giorni prima venimmo informati (naturalmente in adunata) che il nostro reparto era stato assegnato in Sicilia, chi in una città chi in un’altra , ma in Sicilia. Ok capisco che come regione sia bellissima tuttavia per un milite di leva essere spedito a 1400 chilometri di distanza dalla caserma o ancor di più da casa poteva essere un discreto problema: niente libere uscite niente licenze, niente ragazze… E’ proprio vero che ognuno vede il suo piccolo orticello ed ha la sensazione che la sua esperienza sia unica, infatti a bordo dei cassoni sui nostri ACL75 fantasticavamo (come sempre) sulle ragazze, prendendo in giro i commilitoni di origine siciliana, della loro famosa gelosia, della mafia e di un po’ tutti gli stereotipi che si possano immaginare riferendoci a quel rigoglioso e magnifico triangolo di terra che la tettonica a zolle ha voluto inserire tra la penisola italica e l’Africa.

ACL75 Iveco mezzo di trasporto per truppe e materiali

Eccoci quindi arrivati alla stazione ferroviaria di Cervignano del Friuli, ci rendemmo subito conto che non eravamo soli, sembrava una di quelle scene di film di guerra in cui si vedono partire dalle stazioni frotte di soldati che vanno al fronte. Noi per fortuna partivamo solo per fare la guardia ai seggi ma eravamo in tanti, infatti si erano uniti a noi i reparti delle caserme di altri comuni come il vicino Villa Vicentina che ospitava il 184esimo genio pionieri e il 41° Fanteria Meccanizzata “Modena” oltre l’ 82° fanteria “Torino”. di stanza nella vicina Cormons. Ci trovammo quindi sul marciapiede pronti a salire in quella che una volta era chiamata “tradotta” ovvero un convoglio ferroviario adibito all’esclusivo trasporto di truppe militari. Ci fecero salire sul treno in 6 per scompartimento, i movimenti erano a dir poco limitati e in breve tempo gli effluvi podali ebbero un effetto anestetizzante. e inizio’ così il viaggio, a dire il vero un lungo viaggio, con quegli odori, lunghissimo!

1983 sul traghetto appena arrivati da Cormons dopo 24 ore di treno. Con Tramontano, Carlino , Jozzelli.

Arrivammo a villa San Giovanni dopo quasi 24 ore, ogni tanto qualcuno aveva provato a togliere gli anfibi per rinfrescarsi un po’ ma era stato subito redarguito dal resto dello scompartimento, l’olezzo dopo un viaggio in treno di un convoglio di circa 30 vagoni carichi di truppe era equamente diviso tra i vari membri dei vari scompartimenti, ma io credo che se non per la quantità, sicuramente per la qualità (in questo caso la peggiore) era capitato nel nostro piccolo tugurio in movimento. Finalmente potemmo sbarcare, avevano caricato il treno sul traghetto e ai militi fu consentito di sgranchirsi le gambe oltre che consumare qualche arancino/a o altro al bar del grande traghetto delle FF.SS. l’umore era di colpo diventato buono e si poteva di nuovo scherzare tra di noi parlando di tutto. Il panorama era come sempre stupendo, la vista dello stretto è veramente mozzafiato, le forti correnti aeree e marine danno una speciale tinta agli elementi naturali rendendoli magici. Poi due fischietti iniziarono a suonare, “l’ora d’aria” era finita, tutti in carrozza… ma per poco poiché eravamo arrivati a Messina. Tutti giù dal treno, ognuno con la propria compagnia, schierati ed in ordine con i nostri zaini pronti a salire sui camion per una destinazione ancora ignota, ricordo ancora la scritta in velcro sul petto di un alto graduato che doveva essere a capo di tutte le operazioni di sbarco e di movimento truppe. Il generale Saja impartiva ordini a destra e a manca a dei suoi sottoposti che di corsa andavano ad eseguire i vari comandi. Magro alto e lo sguardo fiero, probabilmente aveva origine siciliane e pareva veramente muoversi a suo agio in quella situazione, fu così che si avvicinò al nostro gruppo e in modo severo ma cortese ci indicò l’uscita ed i camion dove dovevamo salire. Ci ritrovammo circa un ora dopo in una caserma sita alla periferia della città di Messina.

24° Reggimento Artiglieria “Peloritani” Caserma Ainis

Ci fecero scendere dai camion e ci fu un’adunata nel grande spiazzo della caserma dove proprio dietro a noi era stata allestita una specie di tendopoli nella quale erano sistemate centinaia di brande, in pratica una piazza di sosta prima delle nostre destinazioni, ufficiali, la caserma dava proprio sullo stretto di Messina, anzi poco più in giù al punto che potevo forse secondo me scorgere il paese della provincia di Reggio Calabria in cui sono nato, Melito di porto Salvo, lo avevo riconosciuto subito grazie alla ciminiera di Saline Joniche che era stata costruita negli anni 70 assieme alla famigerata Liquichimica, grazie alle politiche scellerate per il sud dopo i fatti storici che videro scoppiare una vera e propria guerra civile, la questione verteva su chi avesse dovuto amministrare la regione Calabria, e fu cos che scoppiarono dei moti popolari con barricate e scontri con le forze dell’ordine. e io provavo a dire il vero senza successo a cercarla col cannocchiale militare, ma si poteva scorgere anche senza, più a sud nelle giornate limpide.

Un giorno e mezzo dopo risolti i problemi legati alla logistica, ci chiamarono in adunata e ci diedero un ordine di servizio da svolgersi da li alle prossime due ore, dovevamo infatti prepararci a partire per le destinazioni a cui eravamo assegnati. Salimmo sui camion nuovamente e dopo circa due ore di strada, e dopo parecchie soste di fronte a vari edifici presso i quali alcuni di noi dovevano fermarsi per prestare il servizio, eccomi di fronte alla scuola di mia destinazione. Era all’epoca una scuola elementare piuttosto piccola ben tenuta in una via poco distante dal centro anche se all’apparenza sembrava periferica, Ci accomodammo nelle camerate che il comune aveva fatto ricavare da alcune aule, dormivamo nell’istituto in 5 o 6 militari tra cui un appuntato dei carabinieri e altri fanti come me ma mi accorsi che con il grado di caporale maggiore mi trovavo ad essere il più alto in grado e la cosa non mi entusiasmò affatto anche perché sarebbe dipeso tutto da me dalla sicurezza del seggio all’organizzazione dei turni. Erano tutti bravissimi ragazzi e non ebbi modo di avere mai a che ridire con ognuno di loro; molti non erano alla prima esperienza di servizio ai seggi elettorali, ma una notte… uno dei fanti di guardia mi venne a chiamare . Mi rivestii di fretta e furia quello che aveva raccontato il fante di guardia non mi piaceva affatto. Era trafelato preoccupato, gli dissi : “calmati e raccontami bene cosa è successo,” intanto ero pronto ad uscire dalla scuola per affrontare quello sembrava essere un pericolo ed una minaccia per me ed i miei uomini di servizio. – Mentre ero di guardia ,- raccontava, – ho visto un gruppo di ragazzi che volevano aprire il cancello della scuola e ho iniziato ad urlare di andarsene, loro probabilmente spaventati se la sono data a gambe.- La cosa oltre a non piacermi non trovava una spiegazione logica, perché mai un gruppo di giovani doveva entrare in una scuola, di notte? Vandalismo, prove di coraggio, furto, e di cosa, pennarelli e pastelli? Mentre riflettevo sulla questione, dei colpi di clacson proprio di fronte alla scuola mi fecero trasalire e destare da quelle ipotesi, il fante mi disse – eccoli sono loro,- Compresi subito. Di fronte al cancello della scuola una macchina modello cabriolet con a bordo 4 o cinque giovani era venuta a manifestare contro qualcosa, probabilmente la politica, o il sistema, avevano anche delle bandiere di riconoscimento appartenenti a qualche gruppo politico extraparlamentare. Urlavano nei confronti dei militari della scuola “Servi del potere! schiavi dei padroni!” non capivo io all’epoca non avevo ancora maturato una coscienza politica, cosa che invece molti miei coetanei avevano fatto abbracciando questo o quel partito, mio padre maresciallo della “benemerita” mi aveva sempre detto di stare lontano dalla politica, lo ho capito solo più tardi, lui aveva vissuto in divisa gli anni di piombo e gli anni delle manifestazioni e degli scioperi che spesso finivano con scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, per cui non avrebbe mai voluto incontrarmi in una tale situazione sopratutto per proteggermi. In ogni caso la situazione di quei ceffi che stavano lanciando sassi, urlando improperi verso di noi che eravamo tutto fuorchè “contro qualcuno” mi fece irritare parecchio e d entrai a prendere il mo FAL, Fucile automatico leggero, ero seriamente intenzionato a farmi rispettare anche a costo di sparare (naturalmente in aria) un colpo di fucile… Una voce perentoria mi bloccò (fortunatamente) “Caporale cosa sta facendo!” era l’appuntato dei carabinieri: continuò: ” Lasci stare l’arma, non faccia cavolate, sono solo ragazzi che non hanno niente di meglio da fare, vedrà che se andranno subito.” Mi calmai e rassicurai l’appuntato che aveva aggiunto alla frase un: “teniamo famiglia! ” – Voglio solo spaventarli dissi- Cosi uscii ed intimai ad alta voce di andarsene poiché in caso contrario sarei stato costretto ad usare le armi. la bordata di insulti che mi presi in quel frangente me la ricordo ancora oggi. Ma se ne andarono, e qualcosa mi diceva che non sarebbero tornati. Ringraziai l’appuntato per il buon senso, lui si era giustamente preoccupato, quel giovane caporale maggiore un po’ guascone e armato come un Rambo se non avesse avuto il minimo buon senso sarebbe potuto essere pericoloso secondo lui. Probabilmente avrebbe avuto ragione ma non era tenuto a sapere che ero un figlio dell’arma e che avevo avuto a che fare con le armi fin da bambino. e mi ricordai di un fatto di tanto tempo prima. Quel giorno, mentre ero ancora alla scuola media, ci trovammo come si era soliti fare in quasi tutte le famiglie, a pranzo; mentre mangiavamo lui vide che, stranamente rispetto al solito, io ero molto concentrato su quella che per lui era uno strumento di lavoro, la sua Beretta calibro 9 parabellum era l’arma in dotazione ai vari corpi dell’esercito tra cui l’arma dei carabinieri, era sempre stata li, sopra la tv ma quel giorno lui notò che io ragazzino la stavo guardando un po troppo spesso, così mi disse. – Giulio per favore mi passi quell’arma?- Mi alzai di scatto e la presi, assieme al caricatore che era naturalmente estratto, gliela porsi e mi chiese di avvicinarmi a lui , io curioso come una scimmia andai subito vicino a guardare cosa stesse succedendo, e lui: “voglio vedere se sai fare quello che faccio io, ovvero smontare e rimontare l’arma di ordinanza, la pistola. Iniziò a smontarla, e in poco tempo sul tavolo erano sparsi tantissimi pezzi di ferraglia, molle e metalli sconosciuti In un attimo rimise assieme i pezzi meglio che in un puzzle per bambini e mi invitò a provarci avvisandomi di partire prima dal caricatore e dal controllo con la sicura dell’eventuale colpo in canna, lo seguii attentamente e in poco tempo smontai l’arma e fui capace a rimontarla. “Fallo un’altra volta” disse, io accettai la sfida e in minor tempo della volta precedente smontai il manufatto e lo rimontai alla perfezione. Gliela porsi intera dalla parte del manico tenendola per la canna come mi aveva insegnato, poi mi disse bravo, anzi bravissimo ora però riponila sopra la tv… La misi a posto, passarono due o tre secondi e disse: bravo hai saputo smontare e rimontare la mia pistola, ora, se solo ti riscopro a guardarla o addirittura toccarla, ti riempio di cinghiate che ti faccio passare la voglia. Non ebbi mai più la voglia di toccarla ma quelle parole mi avevano insegnato il rispetto delle armi e sopratutto la loro pericolosità indiretta o diretta nell’usarle. Durante il servizio di leva mi ricapitò di smontare il fucile Garant, o il FAL, ero stato anche li piuttosto bravino.

Tranquillizai, dopo il fatto, il buon padre di famiglia, appuntato dei carabinieri che giustamente si era spaventato ma sopratutto lo ringraziai, infatti ricordando ancora l’infanzia, una delle cose che mi aveva insegnato l’uomo in divisa di casa era una cosa, “le armi non le devi mostrare o ostentare , altrimenti prima o poi potresti essere costretto ad usarle! ” -ma se per caso vengo rapinato non posso difendermi? – “ti conviene?” rispose, ” sapresti davvero usare un arma contro un uomo? e se lui la vede e spaventato usa la sua prima di te? Non credo convenga, la mia la porto per lavoro e prego il signore di non doverla mai usare anche se poi ho anche il brevetto di tiratore scelto.” Lezioni di vita che si sono rivelate molto utili, sopratutto in quella circostanza, ma ancora non sapevo cosa sarebbe successo il giorno dopo. Ci eravamo finalmente ritagliati un paio d’ore per una libera uscita nel tardo pomeriggio, naturalmente non potevamo entrare quasi da nessuna parte, giravamo armati e con l’uniforme da battaglia in ordine in perfetto ordine, non sarebbe stato un buon affare incrociare qualcuno che aveva contatti con una qualsiasi delle forze dell’ordine e trovandoci “sbragati”. avesse fatto un qualche tipo di segnalazione a qualche autorità; questo per far capire il nostro livello di responsabilità. Ci eravamo finalmente ritagliati un paio d’ore per una libera uscita nel tardo pomeriggio, naturalmente non potevamo entrare quasi da nessuna parte, giravamo armati e con l’uniforme da battaglianin perfetto ordine, non sarebbe stato un buon affare incrociare qualcuno che aveva contatti con una qualsiasi delle forze dell’ordine e trovandoci “sbragati”. avesse fatto un qualche tipo di segnalazione a qualche autorità; questo per far capire il nostro livello di responsabilità in quei frangenti.

Quel giorno per l’appunto facemmo una passeggiata su via Roma e capitava di attrarre la curiosità di molte persone che volevano sapere da dove venissimo o altre curiosità, fu così che davanti ad un gruppo di ragazzi ci soffermammo a parlare del più e del meno, mentre discutevamo di varia umanità mi venne in mente di chiedere ad uno di loro dove avrei potuto trovare un coltellino: Eh si mi ricordavo che al ritorno dal servizio di leva molti dei miei conoscenti più vecchi di me portavano a casa degli oggetti come souvenir fatti con vario materiale, fili di seta, di raso, oppure pezzi di legno intagliati con vari motivi o scritte. Ebbene si, nella noia assoluta di alcuni momenti della leva mi sarebbe piaciuto passare il tempo con quel tipo di attività artigianale non avevano ahimè inventato ancora gli smartphone. Fu così che chiesi come fare per avere quel tipo di coltellino; Uno di loro con fare vago mi venne alle spalle e mi sussurrò una cosa: – se mi aspetti qui ho quello che fa per te, e lo vendo a poco. – si certo! risposi – se aspetti qui tra dieci minuti ti porto quello che ti serve! – Si allontanò così con la sua Vespa ET3. Passarono i 10 minuti e sentii il rombo del motore della vespa di quel ragazzo che si fermò però al limite della piazza ad una trentina di metri da noi. Mi fece cenno di raggiungerlo ed io andai da lui mentre il ragazzo che era con me stava ancora chiacchierando con il gruppetto più in là. – Ecco, questo ti serve veramente, altro che il coltellino – disse, porgendomi un fagottino di stoffa senza forma, ma rispetto a quello che doveva sembrare un semplice un coltellino sembrava più pesante, molto più pesante…in tutti i sensi! Lo aprii strabuzzai quindi gli occhi, la sensazione che provai era molto simile a quella che una persona potrebbe avere quando mettendo la mano in uno scatolone, vi trova un nido di serpenti o di ragni. Ritrassi la mano immediatamente e mi uscì d’istinto un’ esclamazione, – ma sei impazzito? – Dissi,- ma vuoi farmi finire a Peschiera? (Peschiera del Garda, per i militari di leva era sinonimo di carcere Militare, duro. una sorta di Alcatraz). Lui mi guardò un po’ stupito non riteneva di avermi fatto un torto e questa sua tranquillità nel non capire il valore del gesto, finiva per inquietarmi in maniera maggiore. La Pistola, che poteva essere una Magnum 44 almeno per il calibro delle pallottole che doveva ospitare nel suo caricatore, poteva essere una Wild Eagle, ovvero una micidiale arma usata sopratutto per la caccia a grossi animali, cervi, orsi, in America ( dove è libera la circolazione delle armi) ed era una delle armi che si vedevano maggiormente nei film di gangsters o in quelli d’azione dove sparatorie e inseguimenti sono la trama principale, mentre la storia in genere è molto semplice. A me d’istinto aveva spaventato a morte oltre ad avermi oltremodo imbarazzato, immaginavo la scena di una volante dei carabinieri che ci veniva incontro e ci sorprendeva in quella assurda trattativa… non ci voglio tutt’ora pensare. Lui un po deluso mi disse: – scusami pensavo ti piacessero le armi – Io : -No, non questo tipo di armi , vere! Mi allontanai quindi da quella piazza e vi ritornai solo nell’agosto 2023 per per il matrimonio della figlia di mia cugina trovando la cittadina molto cambiata, direi in meglio. Ma il ricordo di quell’evento e dello spavento che presi è rimasto ancora vivido nella mia mente. Ci sono molti aspetti che durante la Leva possono sembrare o essere o creare spunti di divertimento, continuando con i ricordi, mi salta in mente il periodo delle esercitazioni. In quei particolari giorni ci si esercitava in caserma per poter partecipare ad un evento in cui varie forze del patto Atlantico si misuravano tra di loro nelle simulazioni di guerra. I nomi di queste esercitazioni erano spesso altisonanti, per es: ” Display Determination” “Una Acies” servivano per valutare il grado di preparazione e la capacità di intervento dei vari reparti sia sul fronte di battaglia che su quello logistico e la capacità di cooperare tra interforze sia a livello di nazioni che di tipologia di reparti in campo. L’aeronautica schierava i caccia o gli elicotteri per trasportare truppe che dovevano simulare degli attacchi e dei bombardamenti in un poligono militare, l’artiglieria schierava i suoi obici con cannoni oppure i semoventi da battaglia ME109, la cavalleria invece appoggiava la fanteria schierando i carri armati, in genere Leopard affiancati dai blindati M113 che montavano una mitragliatrice Browning oppure una MG sulla torretta, i genieri costruivano ponti di barche o ponteggi per far superare ai mezzi corazzati e non alcuni guadi nei fiumi e nei vari corsi d’acqua di cui il territorio era pieno. In genere le esercitazioni interforze venivano effettuate tra le valli e le secche dei fiumi Tagliamento o del Meduna – Cellina, poi vi erano altri poligoni tra le spiagge di Bibione e Lignano, oltre ai territori di confine che consentivano ampi spazi utili a manovrare grossi contingenti di uomini e mezzi.

Un’altra zona usata per le esercitazioni militari in Friuli Venezia Giulia assieme alle spiagge di Bibione e ad altri poligoni era quella che si trova proprio dietro il sacrario militare di Redipuglia a ridosso del lago di Doberdo’, situata nel cuore del Carso, in pratica una zona che aveva già visto grandi eserciti contrapporsi già dai tempi della “Grande Guerra”. Capitai in un’esercitazione proprio dietro il famoso sacrario luogo che mi era particolarmente noto poiché durante una manifestazione per la festa della repubblica del due giugno capitò che mi persi in mezzo alla folla proprio mentre cercavo di inseguire il passaggio delle “frecce tricolori” lasciando nel panico i miei genitori e le persone che ci accompagnavano. Era partita la caccia all’uomo anzi al bimbo , facevo la seconda elementare, e presi una solenne sgridata per aver inseguito le scie verdi bianche e rosse della nostra pattuglia acrobatica nazionale, una delle più famose e spettacolari pattuglie acrobatiche del mondo. Comunque torniamo in campo eccomi in una situazione di guerra tra interforze e da “buon autista” mi viene affidata una bellissima ambulanza militare con un equipaggio di due barellieri ed un ferito da trasportare al più vicino ospedale da campo.

Il pulmino fiat 850 non era certo una di quelle ambulanze ultramoderne che si vedono in giro oggi, multi – accessoriate, e full optional. Infatti in quei pochi chilometri di strada che dovemmo faretre giungere a destinazione, quasi esclusivamente su sterrato e buche, faticammo non poco a tenere la strada per fare in tempo secondo il piano che ci era stato assegnato dai nostri ordini, piano che doveva rispettare anche orari e luoghi, poiché in una battaglia anche finta, ogni movimento deve essere omologato ed ogni dettaglio non deve essere assolutamente trascurato.

Qui arriva la parte comica : suono’ l’allarme e alla radio ci comunicarono che un soldato era stato ferito (per comodità, lo avevamo già a bordo) e andava immediatamente trasportato in ospedale, facemmo quindi una specie di Parigi-Dakar, Carso edition, e li uno dei barellieri vomitò. Feci in tempo appena a fermare il mezzo che il tipo scese e rilasciò sulle colline anche il latte del biberon che da piccolo gli avevano somministrato per lo svezzamento: “presto, non possiamo arrivare tardi all’appuntamento con il medico dell’ospedale da campo. ” Arrivammo dopo ancora qualche curva in una zona dove la strada sembrava finisse e qui dovemmo prelevare il finto ferito e tramite la barella portarlo al campo questa volta con una camminata veloce di un centinaio di metri. La radio gracchiò – Ambulanza dove cazzo siete?- Risposi io: - siamo arrivati e stiamo trasferendo il ferito al campo… attento un sasso!- Il barelliere non lo vide , inciampò e in un istante ci trovammo a terra in tre, mentre il finto ferito rotolando si ferì veramente anche se in modo non grave ! Tra le risate arrivammo alla meta, nonostante tutto ancora nei tempi stabiliti dal ruolino di marcia. Ma sto ancora ridendo solo al pensiero di quel momento, di una guerra finita che avremmo sicuramente perso se fosse stata vera!

il giorno del Congedo: Come immaginavo e prevedevo, appena arrivato al corpo (53° ) di ritorno dal Gradisca, non trovai un ambiente molto familiare, molti sapevano della mia “fuga” senza sapere i perché e per come del fatto per cui io ero considerato alla stregua di un imboscato che non aveva voluto stare nel suo reparto per concedersi chissà quali amenità durante la dura leva: naturalmente in questo pensiero non vi era nulla di più sbagliato, in quanto l’operatività della caserma dove mi ero fermato era molte volte superiore a quella del reparto che era attivo solo per la manutenzione delle varie postazioni come detto prima. Ma tant’è, ero guardato da alcuni con curiosità, altri mi guardavano in cagnesco ed i più audaci mi fissavano sussurrando dei ” dormi preoccupato” insomma, mi aspettavo quel genere di accoglienza e meno male che avevo lo stesso qualche amico che era contento di vedermi avvisandomi pure del fatto che l’ultima delle tre notti che avrei dovuto passare li sarebbe stata a rischio. Non mi spaventai e stetti al gioco, raccontando in giro in ogni caso la mole di lavoro che ero andato a svolgere in altra località ma sempre servendo la “Patria” . Ebbi così il conforto e l’appoggio di almeno n buon gruppo di oramai “nonni” come lo ero io e fu così che l’ultima notte arrivarono silenziosamente e misero una piccola quantità di lucido di scarpe sopra un pezzo di carta igienica, ponendoli sul mio cuscino: Li sentii arrivare ma stetti al gioco infatti appena se ne furono andati misi io stesso la guancia sul lucido ed iniziai ad improperare facendo contenti gli autori dello stupido gesto che oramai conoscendo la mentalità degli autori era un gesto dovuto. Me la cavai così con poco, anche se a quelli diedi la soddisfazione come se fossi rimasto molto colpito da gesto. Il giorno successivo mi guardavano con aria soddisfatta e io recitai ancora la parte di quello ferito oramai avevo esperienza nella recitazione, poi il capitano ci chiamò per l’ultima volta e in adunata ci salutò fu così che ognuno usci da quel cancello per rientrarci solo con i suoi ricordi, belli, brutti, utili, inutili. come dice la canzoncina dei congedanti: ” a casa si và e non si torna più!”

Ringrazio per la foto del mio travagliato congedo l’ amico Pietro Frattin di Castelfranco Veneto.

dopo aver sbloccato tanti ricordi, è d’uopo fare qualche precisazione:

  1. Non sono ne contrario ne favorevole al servizio di leva, infatti anche per me ci sono stati momenti da dimenticare così come dei bei ricordi.
  2. La mia non è assoluta verità ma le cose che ho scritto sono frutto delle mie sensazioni e dei miei stati d’animo che un’esperienza di quel tipo mi ha indotto ad avere.
  3. Le persone ed i fatti narrati in questo blog sono vere e se qualche particolare non torna, è solo frutto della memoria che a volte gioca particolari scherzi.
  4. Spero di cuore che nessuno tra i militari e non nominati si sia sentito offeso, sicuramente non erano quelle le mie intenzioni.
  5. Non è un’operazione nostalgia 
  6. Non ci sono fini politici . 
  7. Ci sono sicuramente esperienze molto più intense di questa e storie di naja che hanno avuto risvolti molto più movimentati o addirittura drammatici; qualcuno potrà dire noi ci lanciavamo sulle montagne con il paracadute, nuotavamo sotto le eliche delle petroliere, scavavamo trincee spalavamo neve facevamo i campi dormendo nei carri armati, scioglievamo la neve per bere o per farci la barba. “Bravi, scrivetelo un articoletto, per raccontare… e non solo per farci sapere quanto siete stati bravi o arditi.
  8. Il nonnismo, purtroppo, è il passo successivo al cameratismo che sfocia nella goliardia, di per se funzionale al nonnismo ed al bullismo, giustificandone ogni deriva o depravazione.
  9. Negli atteggiamenti di bullismo e nonnismo ci sono regole non scritte e codici d’onore che sono perpetuate come fossero tradizioni positive anziché considerarle quasi ” mafiose” e che poco hanno a che fare col vero onore e la gloria degli eroi del passato.
  10. Non ho voluto esprimere dei veri giudizi ma delle pure impressioni, un po’ su tuttomi premeva mentre scrivevo confrontare le mie sensazioni di allora con gli eventi di oggi. Infatti n on voglio addentrarmi in un agone politico dove non ho esperienza e dove la storia scritta si scontra spesso con con la realtà dei fatti presenti e le parti in gioco o meglio in causa non riescono a valutarne gli effetti.
  11. Qualcosa l’avrò dimenticata, mi auto-assolvo vista l’età.

Ecco qua, richiudo il cassetto dei ricordi e mi ritrovo infatti ancora a pensare… il pensiero torna prepotentemente alla situazione odierna ed al conflitto Ucraino – Russo. o a quello Israelo-Palestinese, rifletto… se fosse toccato a noi? E’ giusto che non vada oltre. 

Credits e ALTRI LINK UTILI:

https://www.canino.info/inserti/antropologia/naia/01.htm

immagini prese da:

https://fanteriadarresto.altervista.org/opere_armamenti.html

Opere

Ucraina, è anche una guerra “cyber”: ecco tutti i fronti aperti

https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2012/05/23/news/toti-bergamas-sul-futuro-regna-ancora-l-incertezza-1.5146948

https://www.corriere.it/motori/news/cards/mondiali-calcio-1982-quando-clacson-erano-impazziti/notte-caroselli-senza-fine.shtml

http://www.facebook.com/7CuneoJalmicco/posts/qualcosa-si-fa/4237914442918638/

https://www.rivistailmulino.it/a/23-agosto-2004-si-abolisce-il-servizio-di-leva-obbligatorio

https://www.facebook.com/groups/63210668937/media

https://www.70-80.it/quella-naja-al-tempo-tanto-odiata-ma-che-oggi-ci-fa-sorridere-ecco-il-suo-vocabolario/

LEVA MILITARE (Naja) ABOLITA – (Dal 1997/2005)

https://it.quora.com/Durante-il-militare-ai-soldati-di-leva-veniva-fatta-una-iniezione-particolare-a-me-mai-fatta-perché

http://rete.comuni-italiani.it/foto/2012/93442/view

https://www.slovely.eu/2021/01/02/nova-gorica-capitale-europea-cultura-2025/

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L’opinione assoluta

MA CERTO CHE SIAMO LIBERI DI ESPRIMERE CIO’ CHE VOGLIAMO, COSI’ COME VOGLIAMO CHE LA DISCUSSIONE ED IL DIALOGO SIANO UTILI ANCHE PER LO SVILUPPO DI OGNI DISCORSO, MA IL PUNTO CHE TRATTO QUI E’ UN ALTRO.

Voglio iniziare e forse anche chiudere, con una piccola dissertazione di natura sociologica riguardante il nostro modo di pensare e probabilmente di comunicare, senza naturalmente esimere me stesso dalle eventuali critiche (qui ci sarà il solito (exusatio non petita)… ,Etc… etc… Intendevo il modo di approcciare alle notizie il modo di elaborarle e il modo o la necessità propria di opinare (quasi sempre non richiesta.) Siamo legati a fatti a alle questioni che il nostro essere uomo sociale e anche social, non può o non vuole ignorare, anche se sarebbe carino ogni tanto ignorare delle cose di cui non abbiamo assoluta conoscenza, nel senso che conoscere superficialmente una cosa dovrebbe già bastare ad ognuno di noi come semplice informazione, entrare nel merito di una questione a noi sconosciuta invece ci rende protagonisti si, ma in negativo senza che il più delle volte ce ne possiamo rendere conto, il che è addirittura più grave.

L’opinione è libera, certo è che se vogliamo che conti qualcosa dovrebbe essere come minimo informata. Io infatti, ho la mia opinione ma più che manifestarla preferisco restare eventualmente su un tema raccontando la mia esperienza relativa che cercherò di mantenere per quanto più possibile scevra da opinioni personali o ideologiche. “Faccio bene? Faccio male?” dovrei auto-giudicarmi per dirlo con esattezza. Ognuno di noi dovrebbe esprimere e raccontare o raccontarsi senza avere la pretesa di avere la verità in mano, purchè sappia di cosa stia argomentando.

Le notizie, arrivando quasi in tempo reale ci fanno percepire come se ci fossimo in mezzo, una situazioni che magari in altri momenti storici sarebbero sembrate assurde ma che ora con l’espansione dei vari mezzi di comunicazione tra cui i social ci portano all’interno di un problema facendoci (a volte) pensare e riflettere su tante cose: ci troviamo a parlare di guerre, di politicha, di economia, di macroeconomia mondiale, Sport, di finanza, medicina, salute chirurgia, astronomia. Ascoltiamo le notizie di eventi vari, su quello che si lasciano dietro, sulle implicazioni umane, politiche, religiose, economiche, sociali. Grazie ai media ed ai social ci sentiamo coinvolti in un villaggio globale nel quale tutto succede e tutto passa a velocità vertiginosa, parliamo, ci confrontiamo, litighiamo, esprimiamo opinioni, discutiamo animatamente fino al punto di immedesimarci in ogni situazione.

Cosa farei io, cosa avrei fatto io? Senza mai chiederci veramente, – chi sono io? – Quali conoscenze della materia ho, quali competenze su un fatto posso mettere in campo per poter definire, catalogare, discutere di fatti che guarda caso riguardano molto spesso altri e non noi. Anche in questo caso succede un po’ come nel calcio, siamo tutti commissari tecnici della nazionale ed ogni giorno che passa, ad ogni nuovo fatto di cronaca di cui abbiamo notizia diventiamo automaticamente degli “espertoni”. La verità è che bisognerebbe essere dentro una situazione e non dentro un’affermazione o una notizia per poter esprimere una vera opinione meritevole di essere presa in considerazione, ma tant’è. Cosi facendo assumiamo (a torto) il ruolo di protagonisti virtuali, empatizzando, naturalmente sempre virtualmente con questo o con quel fatto, non abbiamo ritegno nemmeno su un argomento come la guerra, o la medicina.

Il punto principale è che diamo un opinione con presunzione di verità, quando, per essere proprio precisi.. ma dico…. precisissimi, bisognerebbe essere pesci per rispondere esattamente alla domanda: com’è il mare?… e mi scuso per la profonda ed abissale iperbole. Sono opinioni, sono sensazioni, sono puramente empatia che noi diamo a chi ci fa più comodo in quell’istante in base al nostro stato d’animo ma, come dicevo, la verità è sempre altra cosa, e non quello che ci appare, forse aveva ragione Platone, spesso guardare e spiegare le ombre della caverna è lo sport che più ci appaga’ ma l’opinione è opinione, ricordiamocelo, la verità si nasconde tra una miriade di pagine di relativismi e personalismi a cui noi diamo estrema dignità e spacciamo per verità. I complottisti sono dei veri specialisti nel mistificare delle verità e le loro verità dovrebbero andare contro a quella che loro ritengono una verità mistificata, ovvero un imbroglio, ahia… forse preferivo un atto di fede, almeno era supportato da un idea, un ideologia che fondava le sue basi in qualcosa di concreto fosse religioso o scientifico o di altra natura…

Esistono le verità oggettive che noi possiamo codificare solo se ne siamo diretti protagonisti e che riguardano il nostro campo di esperienza, ma esiste una verità relativa di cose che non ci riguardano direttamente e di cui possiamo solo esprimere un opinione o anche un giudizio, si ok anche quello concediamocelo, tuttavia come detto sopra, l’errore più grande che possiamo fare, sarebbe quello di dare a quel giudizio la parvenza di verità. Qualcuno potrebbe argomentare che un’opinione non è un reato, “certo..” rispondo io ” non lo è, ma lo diventa quando cerchiamo di convincere gli altri che la nostra è un’opinione corretta, sopratutto su fatti che non conosciamo. Il fatto che qualcuno ci abbia consentito di esprimere liberamente dei giudizi e delle opinioni, come tv social etc. altro non è che un ennesimo tipo di marketing teso a coinvolgere il maggior numero di persone a fini commerciali o ideologici. Così ci troviamo di fronte titoloni di giornale che spesso nulla hanno che fare con le realtà di cui cercano di “informare” spesso le informazioni giornalistiche servono a spostare linee di pensiero ed opinioni, ovvero “VOTI” utili a questa o a quella parte politica, nei social oppure in molte testate on-line viene scritto un incipit o meglio un TAG o ancora di più un titolo che ci porta ad aprire l’articolo in questione che ci porta a cliccare per capire, per sapere; Ma quando apriamo ci accorgiamo che nulla di quello che il titolo prometteva o a cui alludeva è reale, è il click bating, una tecnica per catturare polli, ovvero persone superficiali ed emotivamente esposte, e chi non lo è in questi tempi? Qualcuno lo ha capito e ne fa del business approfittando di noi superficialotti che non pensiamo sempre che una notizia buttata li in determinate forme, nasconda un tranello. Il bombardamento mediatico è quindi la causa oppure lo è la nostra incapacità di ragionare? Non faccio il sociologo e non mi occupo di massimi sistemi, giudicando sarei già in contrasto con quanto scritto fino ad ora. Ma state sicuri che non ho la pretesa di avere ragione, anzi forse proprio perché ho voluto scrivere mi metterebbe dalla parte del torto.

Apro l’ennesima parentesi: sono moltissime le persone che si vantano di dire sempre quello che pensano, purtroppo sono troppo poche quelle che sanno vantarsi dei loro silenzi. Prima di dire quello che pensi sarebbe opportuno capire se quello che stai per dire, sia o no una verità oggettiva, altrimenti, sei uno che pensa male o pensa sbagliato.

Per concludere, l’opinione in quanto tale non è mai giusta ne tantomeno sbagliata, ma il silenzio rispetto ad una cosa di cui conosciamo soltanto i contorni o solo quello che siamo riusciti o ci hanno voluto far sapere, credo sia spessissimo meglio. Naturalmente quello che ho scritto, nulla ha a che vedere la differenza di opinioni su questo o quell’argomento, guai se non ci fosse un pluralismo di idee, tuttavia, spero si sia capito, sono solo contrario alle modalità con cui vogliamo perorare le nostre cause o portare avanti i nostri credo, spesso modalità che poco hanno a che fare con gli stessi credo che vogliamo portare avanti. Siamo in mezzo al puro mare della dialettica e della retorica, lo comprendo, tuttavia un passo indietro ad ascoltare anche in modo empatico le opinioni altrui non sarebbe per nulla una cosa malvagia.

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Valtur Sansicario 84/85 Memories2

Giulietto Bello e i misteri della Val di Susa!

Pischellino che suona durante la chitarra

Chapter 1

PREFAZIONE

Il titolo del racconto che sto iniziando fa pensare ad una saga Harrypotteriana ma anche se ci sono degli aspetti misteriosi in questo scritto si tratta sempre di un’esperienza di villaggio, la mia seconda stagione Valtur, quindi, Ho deciso, racconterò stagione per stagione alcuni episodi, cose realmente accadute, non per forza comiche ma spesso a causa delle situazioni contingenti lo sono diventate, la forma non è aneddotica bensì discorsiva. Se avete voglia quindi mettetevi comodi e immaginate, lo so, potrà essere monotono ed è anche ovvio che non mi chiamo nemmeno Omero, Virgilio, o qualsiasi scrittore o imbrattatogli vi venga in mente, tuttavia, potrò fare un esercizio di scrittura e di stile sperando che qualcuno abbia voglia di leggere e non si annoi; avverto: grossi colpi di scena rispetto alle mie stagioni potrebbero non esserci, ma andiamo avanti! In ogni caso è solo la seconda stagione.

CHAPTER 1

L’ Arrivo a Sansicario

Ero appena rientrato dal villaggio Valtur di Capo Rizzuto, dove avevo fatto il chitarrista per circa 15 giorni, aggregato, poiché al villaggio a fine stagione si teneva una grossa manifestazione tennistica. Non avevo ancora finito di fare il giro degli amici o meglio di andare a trovare i i miei amici girando con la busta delle foto e perdere le mezze giornate a raccontare i fatti e le meraviglie della stagione appena fatta in quel mondo nuovo e abbacinante, ne sanno qualcosa il mio amico Enrico che aveva avuto l’ardire di venirmi a trovare a Nicotera l’estate precedente ma proprio nel giorno in cui Enzo aveva appena fatto un razziatone solenne a tutta l’equipe sul tema degli amici e parenti che passavano a trovare i ragazzi dell’equipe, cosa tollerata se veniva chiesto il permesso ma che invece non lo era quando qualcuno invitava amici e li faceva soggiornare in segreto in qualche stanza equipe a scrocco.. io per l’occasione non volli rischiare e tenni il povero Enrico con la sua amica Patrizia ai margini del villaggio pregandoli di non farsi vedere e portando loro da bere e qualcosa da mangiare così come la si porta a dei prigionieri, ancora oggi me lo sta “giustamente” rinfacciando. Comunque, a lui e agli altri amici raccontavo ogni storia nei minimi particolari e tutti pazientemente ascoltavano quella nuova ed entusiasmante esperienza e puntualmente inventavano improbabili impegni o bizzarre exit strategy, che era già arrivato il mese di Novembre e dalla sede (Valtru’) come diceva il mittente del telex facendo sembrare l’agenzia turistica di via Milano una filiale di provenienza congolese. – Si presenti a Sansicario (TO) per la stagione come animatore chitarrista..” Era la prova tangibile che mi avevano ripreso e che non ero più una riserva. Qualche giorno dopo mi arrivò una telefonata, era Fiorello, allora “Siringo” (vedi capitolo 1) ti aspetto, mi raccomando porta la chitarra che ci divertiamo:- aggiunse: – sai sciare? – io – Beh, diciamo che ho messo un po’ di volte di volte gli sci andando con il CAI di Portogruaro. Postilla obbligatoria: Sciare con il CAI club alpino italiano voleva dire alzarsi la mattina alle 5.00 di qualche domenica, indossare il completino da sciatore, poi, con gli sci in spalla e lo zainetto per il cibo e il borsone degli scarponi, andare alla fermata dei pullman e aspettare l’autobus di linea che mi avrebbe portato da San Stino di Livenza (dove abitavo), a Portogruaro, distante circa 15 km, da li, andare al punto di ritrovo che si trovava naturalmente non alla stazione dei pullman ma nella piazza centrale a circa un chilometro di distanza, poi caricare nel bus l’attrezzatura, imbarcarmi e scendere a destinazione, in genere in Veneto, parliamo di posti come Falcade, Arabba, e cortina D’ampezzo. fare la coda per comprare lo Sky pass, sciare e rientrare alla base, Maestri? No, troppo costosi, compagnia? nemmeno nessun amico a bordo, solo gruppi di anziani che vivevano la loro dose di montagna di domenica in domenica, altro che un quarto di miglio alla volta di “fast And Furious” eravamo “slow and bored”.

Risposi di si, in effetti sapevo stare sopra quegli infernali attrezzi, ma era solo una questione di equilibrio, semplice e puro equilibrio. -Allora ti Aspetto- – disse lui – Anche perché io non so sciare per niente – Gli chiesi qualche imitazione che non rifiutò di regalarmi anzi si propose per primo lui. Non a caso è diventato quel che è. Mi preparai molto presto al mattino e feci la valigia, questa volta misi molte cose utili sopratutto cose che al villaggio sarebbero andate bene, questa volta erto preparato, lo stage a Pila in Valle D’Aosta era stato utile, oltretutto l’inverno in montagna risparmiava un po’ a tutti di scoprirsi troppo, cosa che al mare non ci si poteva permettere, tute da ginnastica, jeans, giacche a vento, vestito elegante, no canottiere, poche T. shirt, camicie, e quanto di più casual e stravagante avessi potuto rinvenire in quel pozzo senza fondo che era allora il mio armadio. Dai muoviti mi incitò mio padre, quel giorno aveva deciso di accompagnarmi lui e chiese pure a mio cognato di seguirci, almeno avrebbe fatto le quasi 5 ore del viaggio di ritorno in compagnia. Eccoci a Cesana Torinese, ancora non si vedeva la deviazione per Sansicario ma la distanza del cartello indicava che eravamo molto vicini al villaggio che in effetti facemmo un po’ fatica a trovare. Poi di colpo una piccola scritta indicò una salita che sembrava sbucasse in un piccolo tunnel, era infatti il garage, ma a destra del piccolo piazzale la scritta Valtur. Salimmo i gradini che portavano verso il “planning” altro nome per indicare il bancone del ricevimento, meglio definito come “front office”, non ricordo chi ci accolse, ma avvisò subito il capo villaggio che in un attimo uscì dall’ufficio e ci venne incontro sorridendo. Enzo fu gentilissimo e invito i miei accompagnatori al ristorante visto che era già ora di pranzo, mio padre doveva avergli fatto un impressione marziale poiché Enzo tuttora se lo ricorda in divisa da maresciallo dei carabinieri qual era in effetti ma che non indossava quando era di riposo ma di una cosa sono certo essendo maresciallo nell’anima, mio padre dava sempre l’idea di essere in servizio. E’ anche vero che era dotato di un discreto sense of humor e talvolta gli piaceva fare un po’ il simpatico, così venne il momento dei dei saluti ed Enzo ci accompagnò di nuovo di sotto all’uscita, oramai era pomeriggio e i miei dovevano rientrare, San Stino di Livenza da Sansicario dista circa 540 chilometri. Comunque fu li che mio padre disse quello che non doveva dire!

– Direttore… – Disse, la ringrazio dell’ospitalità, le affido mio figlio, e so che posso stare tranquillo…- Enzo, da persona educata quale sempre stata, rispondeva con una estrema cortesia figlia di una ottima educazione familiare e di un passato da commerciale che si sposavano con l’attitudine di un presente da vero direttore d’albergo, nel caso specifico: Capo-villaggio – Ma si figuri maresciallo, qui è come se fosse a casa, siamo una grande famiglia.- “Si, lo ho visto e sono veramente contento” fece una piccola pausa e continuò. “Certo, direttore che se per caso il ragazzo fa qualcosa che non va… (Iniziai ad impallidire) e, se ce ne dovesse essere bisogno…” la mia espressione mutò completamente, era passata dal curioso e pensavo tra me e me, : ” no, non lo dirà…, non può dirlo… , non deve dirlo!..” Lo disse! – Se per caso dovesse essercene bisogno, dicevo, non si faccia problemi a tirargli qualche schiaffone! – Non feci a tempo a sbattere le palpebre che la mia espressione dapprima incredula, si era già trasformata in in disperazione e dolore… come uno squalo sulla preda, come la lingua del camaleonte sulla mosca , come un lampo si abbatte da qualche parte, così la mano aperta di Enzo si era abbattuta fulminea sulla mia guancia, ” Bravo, così, ma se serve, anche più forte! Arrivò la seconda mano che mi fece strabuzzare gli occhi e mentre osservavo l’espressione divertita di Enzo riuscivo solo a dire.” Papaaà, ma che minchia hai detto, già Enzo di suo gli schiaffi li da senza autorizzazione alcuna, figurati adesso. non sai che cosa hai autorizzato. Enzo per far capire che in ogni caso le sue “pacchere” erano affettuose, mi abbraccio’ e gli disse: ” non ce ne sarà bisogno, vedrà, è un bravo ragazzo! Ero nonostante tutto vagamente divertito non per masochismo ma perché mi era piaciuta l’idea che mio padre ed il capo -villaggio avessero avuto un dialogo. ” io gli schiaffi li do a quelli a cui mi affeziono, aggiunse Enzo e oramai a giulio vogliamo bene … indovinate cosa è successo dopo la frase? – Dopo la terza pizza esclamai, Enzo preferisco che mi odi! – Ma se n’era già andato. Salutai i miei ed iniziai la mia stagione. La seconda, la prima in montagna.

Chapter 2

Fu una stagione molto bella, e in ogni caso un bel pezzo dell’equipe di Nicotera estate 84 era li con il suo capo-villaggio, a parte il centro sci che a livello Sportivo doveva sostituire quasi tutti i settori che in estate la fanno da padrone l’equipe era quasi rimasta inalterata, sopratutto quella di animazione dove Fiorello avrebbe avuto l’ufficiale consacrazione come uno tra i più grandi animatori di villaggio. Il mio compito, era principalmente quello di supportare Rosario in ogni momento fosse servito l’ausilio della mia chitarra. Poi però c’erano i momenti di animazione che avrebbero sostituito per esempio il passaggio in spiaggia, o i tornei del pomeriggio. naturalmente il programma serale era pressoché identico a quello estivo, poiché si stava prevalentemente al chiuso a parte qualche momento dedicato a qualche spettacolo d’effetto tipo quello di Natale o della SS. Pasqua. La mattina era usanza uscire con gli sci e fare degli interventi di animazione sulle piste, in pratica cercavamo di essere o fare i simpatici per farci conoscere come persone per poterci fare meglio apprezzare la sera durante lo show, lo scopo era quello di far divertire, e se ci riuscivamo anche di diventare personaggi. Appena svegli quindi dopo una veloce colazione c’era la tappa di rito presso l’economato per farsi dare delle bottiglie di grappa e dei bicchierini di plastica che avremmo messo nello zainetto e che avremmo indossato sopra qualche costume che la costumista ci aveva messo già da parte così che non prendessimo per errore i costumi dello show serale, cosa che avrebbe inficiato il suo lavoro e reso impossibile l’uso dei costumi negli spettacoli. Non riesco o forse non voglio immaginare quanti e quali costumi abbiamo rovinato cadendo in mezzo alle piste innevate, certo era che per certi aspetti quell’attività risultava anche divertente.

Una delle prerogative di successo del villaggio turistico è sempre stato quello di vivere assieme possibilmente all’aria aperta e, in montagna, questo avveniva sugli sci. Il turista sciatore veniva inserito in varie classi a seconda del suo livello di bravura in modo da rendere omogenei i gruppi e nessuno di quelli che voleva sciare tanto si dovesse fermare ad aspettare gli altri più lenti, viceversa per i meno bravi o per i principianti, voleva dire avere un gruppo che affrontava le difficoltà date dai pendii in modo più tranquillo seguiti da un maestro che li avrebbe maggiormente guidati e consigliati.
non a caso in Valtur esisteva un ruolo che veniva paragonato al maestro anche se poco ci mancava ed era l’accompagnatore il quale si prendeva cura dei gruppi di sciatori che non avevano bisogno di molta didattica e li scorrazzava su e giù per le piste dei vari comprensori sciistici mantenendo il livello di allegria e di socialità in modo coerente con lo spirito del villaggio. Ogni mattina, in montagna, dopo la selezione per dividere i livelli di esperienza e inserire in classi gli sciatori, finito il carico di grappa, oppure di qualche tipico liquore della zona, partivo da solo o con altri animatori per cercare di arrivare a contattare quanti più gruppi possibile e ristorarli con il (prezioso) carico alcolico. In pratica al povero turista sulla neve capitava che un gruppo di persone non meglio identificate arrivassero urlanti ed abbigliate in modo improbabile facendo versi e che dopo aver chiesto al maestro offrissero un bicchierino di grappa. Lo scopo era naturalmente quello di aumentare il livello di goliardia e di spirito di gruppo che normalmente si creava nelle classi di sci. In effetti quei momenti il livello goliardico del gruppo aumentava in modo direttamente proporzionale al tasso alcolemico; no, non era che si ubriacasse nessuno ma solo il fatto di aver assaporato qualche goccio di quel distillato trasparente dava ad ognuno l’impressione di essersi maggiormente divertito durante quella fredda mattina sugli sci.

E’ anche vero che dopo un po’ di tappe e di assaggi fatti per compiacere qualche ospite buontempone pure a noi capitasse di sentire strani effetti: mollezza degli arti inferiori, vaghi giramenti di testa, che a quell’altitudine non erano proprio da sottovalutare oltretutto tenendo presente che avremmo dovuto rientrare alla base in tempo per il rientro degli sciatori, in pratica un accoglienza a tema di fronte allo Ski room dove venivano serviti appetizer, pizzette o rustici assieme a delle bevande che potevano essere vin brulè o the caldo. Una di quelle giornate io ed il gruppo di geni dell’animazione che eravamo andati con la grappa, essendoci alzati un pochino in ritardo, decidemmo di andare a prendere le classi alte tagliando il tradizionale percorso anziché prendere i soliti impianti e stazionare nelle zone dove si trovavano i gruppi di livello inferiore, quindi meno mobili delle altre classi. Era il periodo di carnevale per cui ci vestimmo ogni giorno in maschera e come dei falchi piombavamo sulle classi di sci con i nostri grotteschi abbigliamenti. Cambiando il solito percorso può succedere che ci si perda, in città così come in un bosco, figuriamoci in un bosco coperto da neve. La neve era scesa copiosa quella notte e aveva appiattito tutto il panorama, io con addosso il mio costume di arlecchino ad ampie losanghe colorate che mi ero fatto dipingere dalla costumista trasformando un completino da infermiere con casacca e pantaloni bianchi nella variopinta maschera veneziana della commedia dell’arte dello Zanni. Mentre cercavo di precedere tagliando la pista, non mi sono accorto che sotto i pali della seggiovia c’era una sorta di canalone e ci finii dentro. La neve fresca era piuttosto alta e nel goffissimo tentativo di rialzarmi finii per cadere almeno altre tre o quattro volte ma la cosa più curiosa erano i segni che avevo lasciato sulla neve, infatti…. Giulio oggi esco pure io disse Enzo il capo-villaggio, vengo a vedervi come portate la grappa e qual’è l’ambiente che si crea, e nel frattempo faccio una bella sciata, certo, dissi io, in fondo sciare assieme al capo dava anche una certa sicurezza nel senso che potevamo accampare delle scuse se non fossimo rientrati in tempo per il rientro degli sciatori.

– Saliamo su a Fraiteve! – disse Enzo, e noi: “certo si, bellissimo!” Sciammo e imperversando sulle piste facemmo bere almeno 6 o 7 classi. Enzo, sugli sci era veramente bravo, per cui star dietro a lui richiedeva un certo impegno ma poi disse: – dai ragazzi, andiamo a vedere giù a sinistra come sono le piste…è un bel po’ che non scendo di la, poi prendiamo la seggiovia e risaliamo per scendere sulla dodici. (la pista dodici era quella che portava ai campetti scuola di Sansicario e che con una stradina congiungeva il villaggio con la parte alta e la parte più residenziale della piccola località piemontese. Noi, memori dell’avventura di qualche settimana prima nella quale ci eravamo persi in mezzo alla neve fresca cercavamo di declinare gentilmente l’invito, ma si sa, la parola del capo ai voti vale doppio o triplo se serve. Andammo quindi a prendere la seggiovia che si trova nella zona in cui ora come ora ci sono le vestigia quella che fu la pista da bob costruita per le olimpiadi di Torino. La neve quel giorno era ancora abbastanza compatta anche se oramai era quasi fine marzo, di conseguenza non ebbi nessun problema a fare quella lunga pista , ma poi prendemmo la seggiovia…

Dopo qualche centinaio di metri la seggiovia passava proprio sopra un piccolo canalone, lo conoscevo bene quel canalone, ci ero caduto dentro a carnevale, infatti: ” Guardate , la neve colorata”, disse Enzo , ” ma che strano è tutta a rombi colorati di una tinta diversa dall’altra…” qualche coglionazzo deve aver messo un costume che sulla neve ha scolorito… ma in quanti erano?” La forma umana di un corpo con dentro delle losanghe colorate si ripeteva per più volte. ” o erano in tanti oppure un solo poveraccio deve essere caduto tante volte.. ” questa era la considerazione del capovillaggio passando sopra quella strana composizione artistica sulla neve di Sansicario, ” a proposito, Giulio” disse ancora ” ma non avevamo un vestito da arlecchino che poi era sparito? ” Panico… – No, in pratica, ehm… ecco, sai, ci eravamo persi e… – la prese bene, per fortuna! Mi era già capitato di affrontare l’ira di Enzo in riunione, e non solo durante l’estate precedente dove ancora ero alle prime armi…

Chapter 3

Durante il periodo più importante dell’anno per la stagione invernale ovvero le vacanze di natale e capodanno tutti ci davamo un po da fare chi più chi meno, e la mole di lavoro vista anche la prossimità delle feste troppo vicine in genere all’apertura del villaggio rendeva obbligatorio iniziare la stagione già in modo affiatato e concentrato su ogni aspetto, sia organizzativo sia psicologico. dovevamo dimostrare da subito di essere un’equipe, dallo sci alla boutique dalle Hostess all’animazione. Sansicario all’epoca viveva uno dei suoi momenti migliori, le multiproprietà e gli appartamenti del centro erano sempre pieni per cui ci si poteva divertire anche fuori dal villaggio, e spesso capitava di frequentare discoteche come il “Black Sun” o Andare a fare aperitivi nei numerosi bar del centro, Da Armando, fare spese pazze con gli articoli all’ultima moda del negozio Museum, insomma poteva definirsi all’epoca una “Sansicario da bere” non c’era la stessa vita della più famosa Sestriere ma ci si provava e sopratutto ci si riusciva…

Lo stile di vita assunto da buona parte dell’equipe vivere il villaggio ma anche il fuori villaggio aveva però indispettito un po ‘ il capo-villaggio che pur essendo di larghe vedute era molto attento alle poche critiche dei clienti, quella settimana ne arrivarono. “Sai, Enzo, siete una bella equipe ma spesso molti si fanno i fatti loro, e se non sei giovane e piacente non ti considerano tanto nemmeno le ragazze eh” – Bella Equipe ma stanno un po’ troppo tra di loro- ” ho pagato una vacanza al villaggio per vivere il villaggio e non l’albergo di lusso dove i rapporti umani sono limitati, siccome non siete un albergo di lusso, non mi siete piaciuti. – Queste alcune critiche che aveva ricevuto il capo in quel prima settimana quella di natale, naturalmente c’erano anche i complimenti, ma contavano poco, molto poco, il villaggio ha bisogno dell’equipe e se la gente non percepisce in modo corretto questo gruppo di persone sceglierà un’altro tipo di vacanza. nella gente sopratutto all’epoca c’era il bisogno del contatto, c’era bisogno di incontrare persone sorridenti, c’era bisogno di persone che dessero retta e si facessero carico di risolvere eventualmente un problema, dalla lampadina che non funzionava al baccano nei corridoi. Insomma, eravamo li per quello, eravamo li per la gente e quelle poche lamentele ad Enzo non erano andate giù. Ora se volete capire bene il significato della locuzione “preso per il culo” seguite la vicenda… Durante la riunione generale, Enzo aveva fatto genericamente i complimenti a tutta l’equipe nella sua solita coloritissima e simpaticissima maniera, ma alla fine fece una chiosa che già faceva presagire un momento poco simpatico in arrivo, Infatti ” Alla fine della riunione ci vediamo con l’equipe di animazione giù in discoteca”. Dal tono non sembrava un invito ad un ballo. Arrivammo in modo piuttosto mesto a quella riunione ed Enzo aspettò che fossimo tutti seduti nei gradoni di moquette blu che era a sinistra della cabina del dj e che stavano giusto di fronte alla pista a specchi quadrata dove lui attendeva in modo serio, molto serio toccandosi i baffi… Brutto segno, bruttissimo segno. Parlò: “Ragazzi la settimana è andata bene, questo l’ho detto a tutti poco fa, gli spettacoli fantastici, belli i balletti, le scenografie…

ma mi sono arrivate delle lamentele su cose che avevo già notato io ma pensavo che foste un attimino più furbi… ” fin li il tono era stato calmo, troppo calmo, pericolosamente calmo… poi esplose! “………..ç?%©☞©☞💀☠️☞💀☠️?^”ç°°à°:::::: ” (chiamiamola censura.) Continuò: ” Ma vi pare? So che state bene insieme che siete tutti fichi e tutti belli ma così non va’, la gente viene da me a dirmi che state solo tra di voi, che vi fate i fatti vostri, che non parlate con loro ☞💀☠️☞💀☠️?^”ç , – questa settimana ho visto solo uno, capito? Solo uno di voi che stava dappertutto e parlava con tutti, – Mi indicò col dito, – lui si Giulio….. Giulietto Bello….! ” Mentre gli altri si erano repentinamente voltati verso di me, io non trovavo la maniera di scavare la moquette blu per sprofondare, ero stato messo al centro dell’attenzione questa volta in modo positivo si, ma ero diventato immediatamente quello da odiare o da prendere in giro (per il Culo). Ogni volta che incrociavo un collega mi guardava e mi diceva : “ciao Giulietto Bello! ” non ero entusiasta di quel successo e lo dissi pure ad Enzo che mi liquidò con un “non devi preoccuparti e continua così” La storia durò solo una quindicina dei giorni poi andò a scemare anche perchè ricominciai a prendermi i “cazziatoni” che meritavo omologandomi agli altri colleghi dell’equipe. Ma molti ancora ricordano Giulietto Bello… sopratutto il mio compagno di stanza al secolo Lo scenografo Federico Sparti che non perdeva occasione di “percularmi” (si dice così al giorno d’oggi) tra le risate generali.

Chapter 4

Cambio completamente registro anche se ci vorrebbe un capitolo a parte per parlare di questo argomento: Sansicario; forse alcuni tra i lettori non si sono mai occupati di esoterismo o di fatti che riguardano dimensioni parallele; parlo di parapsicologia, di presenze, di fantasmi, a ognuno di noi va il sacrosanto diritto di credere o no a queste cose ma tant’è che la città di Torino viene definita dal mondo esoterico uno dei vertici di una figura geometrica chiamata il “Triangolo del Diavolo”, gli altri due vertici sono Londra in Inghilterra e Praga nella Repubblica Ceca, triangolo della magia nera e bianca: a Torino si dice convivano il male ed il bene, Sospesa tra bene e male, è l’unica città a far parte sia del triangolo di magia bianca (insieme a Praga e Lione), sia del triangolo di magia nera (con Londra e San Francisco). Interrompo subito la questione, non voglio addentrarmi in campi che un po’ mi spaventano, però ho voluto mettere una cornice contestuale ai fatti che sto per raccontare. Sansicario era un villaggio divertente e giovane, forse non bellissimo come struttura ma funzionale ed inserito in un contesto nel quale ci si poteva divertire tra giovani, per cui succedeva che ogni tanto ci si trovasse in camera a chiacchierare tra ragazzi dell’equipe, e la cosa avveniva sopratutto nelle due camere adiacenti nelle quali dormivano in almeno otto persone, con un bagno solo a volte quattro ragazzi e quattro ragazze, si proprio quella coppia di stanze, quella confinante con l’ufficio del centro Sci di Marzio Tattini, grande e storico capo centro e personaggio Valtur. Eravamo quasi tutti a chiacchierare dopo le prove nell’ultima stanzetta, chi sopra, chi nel letto sotto dei due o tre letti a castello. Cristiano Perissi che con me aveva già lavorato come capo tennis a Nicotera la stagione precedente e Duccio Ermetes che all’epoca faceva il Dj e aiuto tecnico del suono ma normalmente era di fatto un vero tecnico del suono, anche nel carattere, tuttavia uomo di grande carattere e simpatia erano nella altra stanza adiacente, ma dopo aver sentito un rumore piuttosto sordo li vediamo spuntare dall’altra stanza con un espressione sbigottita e spaventata che fece incuriosire tutti i presenti ” Non potete capire ragazzi, ma avete sentito il rumore?” In effetti avevamo sentire un rumore sordo metallico, ma in compagnia nessuno ci aveva fatto caso, infatti in quelle stanze c’erano gli armadietti metallici identici a quelli che si trovavano nelle caserme o negli spogliatoi di qualche società sportiva. Continuò con aria trafelata e accento tipicamente romano “Non potete capì regà, stavo sistemando na cosa sopra il letto e ad un certo punto ho visto l’armadio che s’è mosso, me sto a cacà sotto, li mortacci sua!” Naturalmente tutti lo prendemmo in giro addebitandogli inusitati tassi alcolici o l’assunzione di sostenze psicotrope che gli avevano sicuramente alterato la percezione della realtà, anche se… “ragazzi lo sapete che non bevo, e non fumo, non ve inventate stronzate, venite a vede’” ! Andammo nell’altra stanza, in effetti l’armadietto si era spostato di una cinquantina di centimetri, ma… avrebbe potuto essere stato chiunque, addirittura lo stesso Cristiano e glielo dicemmo spiegandogli che non era il caso di venire a prenderci in giro… non ci saremmo mai cascati. Cristiano come dicevo prima, proveniva dal settore tennis dove aveva conseguito discreti risultati a livello nazionale, nelle stagioni successive sarebbe diventato capo sport e a seguire Capo-Villaggio, era diventato famoso in ambito equipe Valtur sia per la sua grande cultura sia per la sua propensione agli scherzi che amava fare in compagnia di amici fidati, ad altri amici fidati, e fidatevi, erano scherzi che a volte potevano essere pesanti… ma questo non sembrava uno scherzo pesante, in effetti poteva essere una semplice presa in giro approfittando del gruppo di animatori magari creduloni che stavano li vicino, e a ripensarci erano successe già delle cose di quel tipo; poco tempo prima il Capo – Animatore Fiorello era andato a Torino città per delle questioni da sbrigare e quando era tornato aveva raccontato di essersi spaventato a morte allorché superando una vettura, era stato a sua volta superato poco dopo ma era stato colpito da un viso da strega che dal vetro posteriore gli faceva un sorriso piuttosto inquietante, a sentirlo raccontare il fatto alla sua maniera pareva di aver vissuto la situazione tale e quale, quindi anche quella di Cristiano poteva essere tutto: fantasia, allucinazione, suggestione. Dopo aver sistemato l’armadio nella stanza di Cristiano, tornando ridendo e scherzando sull’ accaduto prendendo sempre in giro lo spaventassimo Cristiano. Sbratam!.. Mentre tutti eravamo ancora a chiacchierare sentimmo questo rumore metallico, e ci guardammo tutti negli occhi cercando di capire cosa fosse stato. magari era qualcuno che aveva fatto cadere qualcosa, andammo tutti nell’altra stanza che era stata chiusa a chiave a vedere cosa fosse capitato, l’armadio era stato spostato di nuovo… o si era spostato di nuovo? Scappammo tutti dalla stanza, quella notte nessuno di noi dormì. Altri fatti simili successero in quella stagione, una volta Fiorello rientrò da Torino dove era stato a fare degli acquisti per l’animazione, ma sembrava sconvolto, cosa era successo? -Saro!-, così lo chiamava il capo-villaggio, Enzo: – Che t’è successo, hai una faccia!- Rosario stentava a parlare e rispose quasi balbettando, cosa che per lui e per chi lo conosce potrebbe risultare di fantasia pura. “Stavo dietro ad una macchina, ad un certo punto decido di superarla, mentre mi avvicino si gira verso di me il passeggero che stava dietro.” (si fermò) – E….?- disse Enzo ” Non puoi capire!” disse Rosario…” Cosa?” – Era una strega – ” minchia Saro, pare che non hai mai visto una donna brutta e fai tutte ste scene? Non mi sembra che quella con cui ti vedevo chiacchierare l’altro giorno fosse Marilyn Monroe, anzi! ” lo scherzò Enzo! ” No! Enzo, ti dico che non era una brutta ragazza, era una strega vera e propria, con la faccia da strega, il naso da strega insomma una come quelle che si vedono nei film! ” Enzo, uomo pratico, lo congedò pregandolo di muoversi perchè da li a breve ci sarebbe stato lo spettacolo, e la storia finì li; ogni tanto viene tirata fuori in qualche racconto di Amarcord tra di noi, un po’ come questo.

Chapter 5

La stagione finì come si dice a Roma con i botti, addirittura nevicò per Pasqua, e la gente fu contentissima. Un ricordo di quella pasqua è quello dello spettacolo del venerdì santo, una sorta di rappresentazione teatrale che gli ospiti potevano seguire dal ristorante, che dava su un pianoro situato immediatamente dopo un boschetto che faceva da confine con il versante della montagna.

Affacciandosi alle ampie vetrate gli ospiti potevano godere normalmente del panorama ma quando c’era qualche rappresentazione notturna i giochi di luce e i movimenti di scena davano veramente un effetto fantasmagorico. Ricordo che parliamo del 1985, esistevano ancora le cassettone per la musica e per i video da pochissimo si era arrivati al sistema VHS. Dispiace infatti che ci siano solo pochi documenti dell’epoca, fossero esistiti i social al tempo, avremmo avuto tutti delle carriere molto brillanti o ancor più brillanti di quelle avute. Quella Pasqua faceva freddo e rappresentavamo la scena della passione di Cristo, così da alzare il tono emozionale della serata. La scena iniziava con l’ultima cena dove, come ben sappiamo Gesù, Interpretato dal biondissimo Fulvio Vanacore celebrava l’eucarestia. I dodici apostoli invece erano presi tra i meno propensi a muoversi e ballare piuttosto che recitare, in pratica i più ” goffi” dell’equipe, mentre quelli più imponenti o perlomeno più alti dovevano essere le guardie, anche tra di loro c’erano dei personaggi che a conoscerli non potevi fare a meno di sorridere. A Fiorello andò il ruolo di Giuda poiché avrebbe dovuto fare molti movimenti oltre che curare un po’ la regia, dal di dentro della scena, La cosa aveva avuto già un precedente nel presepe vivente che era stato allestito naturalmente non in forma statica ma in movimento per Natale dove si partiva dalla scena dell’annunciazione fino ad arrivare all’ Alleluja finale alla nascita del “Bambino”con movimenti di scena, luci e costumi che rendevano l’atmosfera molto suggestiva. Visto il successo dello spettacolo sulla neve, si era deciso di metterne in scena uno simile con il tema della Pasqua; naturalmente bisogna considerare oltre alla cornice emotiva che accompagnava la situazione, anche quello che era il clima (goliardico) tra i vari interpreti. In questo caso con forte rischio di essere scomunicati succedevano cose di ogni tipo che sapevamo e vedevamo solo noi, angherie e scherzi veri e propri in pratica piccole ma dolorosissime sevizie che il personaggio Pilato faceva infliggere dal centurione (Roberto de Cesare, Lupo) allo stesso Gesù il biondissimo allora velista d’estate e clinica dello sci d’inverno Fulvio Vanacore. Non scendo nei particolari circa i linguaggi usati in quei momenti, ma se fosse arrivata qualche scomunica, non si sarebbe sorpreso nessuno; anche questo comunque era un modo per fare quello che oggi si chiamerebbe “team building” cosa che per noi era “Pane quotidiano…” Ops.

Chapter 6

Voglio chiudere raccontando un’altra cosa che mi è venuta in mente, un altro evento, uno dei tanti piccoli fatti che rendono poi una stagione storica. In aggiunta alle mie normali mansioni da chitarrista, mi affidarono la gestione dei ragazzi di quello che in futuro si sarebbe chiamato Junior club o come si dice adesso, Young club, ovvero il gruppo di adolescenti che vengono in vacanza con i genitori e non si divertono mai che hanno sempre problemi che giocano a fare i grandi, insomma gli adolescenti dai 12 ai 18 anni i clienti più complicati da gestire in modo canonico, poiché non bastano gli spettacoli, si annoiano, non basta farli mangiare, già arrivano spesso paffutelli e in overdose di dolci e affini, non basta fare nulla di quello che già fai, tanto a loro non piacerebbe o verrebbe considerato come roba da vecchi. Io francamente iniziai a fare il vecchio stabilendo punti di incontro e regole che i più grandicelli facevano fatica seguire ma essendo date da uno che non sembrava il solito anziano provavano ad accettarle. Ebbi tra le altre cose l’idea di iscrivere il gruppetto dei ragazzi alla tris canzone uno degli avvenimenti orali della settimana , una sorta di festival dove si esibivano dei cantanti presi tra il pubblico o dall’equipe si sfidavano nell’arte canora. Dico la verità storicamente non è che i gruppi di adolescenti che cantano in gruppo abbiano mai stupito ne per simpatia ne per bravura ma, quella certa fu veramente speciale e nessuno si aspettava che il gruppetto producesse una cosa tanto divertente, infatti avevo deciso di far cantare la canzone di Vasco Rossi, Bollicine fin qui nulla di strano, canzone giovane, coinvolgente al punto giusto, ma avevo completamente riscritto il testo… fu un successo ed anni dopo ancora in molti si ricordano persino le parole…

Vieni a Sansicario che si sta bene

vieni a Sansicario che ti fa divertire

con tutte quelle tutte quelle ragazzine

io Sansicario me lo segno sul diario

Sansicario si, niente scuola e neve

con tutte quelle tutte quelle ragazzine

Vieni a Sansicario dai fatti coraggio

Anche se c’è uno gnomo che fa il capo villaggio

e poi c’è Fiorello che di tutti è il più bello

con lui suona la chitarra pure siringhello (era ancora il mio soprannome, ancora per poco)

con tutte quelle tutte quelle signorine…

Non sarebbe mai diventata famosa per merito mio ma ringraziando Vasco, ci potei vivere un po’ di rendita almeno come prestigio da animatore ancora un po alle prime armi.

Due immagini rappresentative, il tunnel che collegava le camere del villaggio con il blocco del ristorante e del piccolo teatrino usato come discoteca era freddo anche con un impianto di riscaldamento dedicato, è stato con il tempo arredato ed impreziosito da piante di plastica e quadri della galleria appesi alle pareti di cemento armato. Il passaggio era obbligato sia per i clienti che per l’equipe, per cercare di rendere meno freddo il passaggio oltre agli elementi di arredo, spesso ci dilettavamo nell’organizzare situazioni sceniche più o meno scenografiche, sopratutto in corrispondenza di feste a tema o se era il caso , di pubblicizzare lo spettacolo serale.

Chapter 7

Nella foto a sinistra invece dove non sembro esattamente un modello c’è un ricordo molto particolare, forse l”ultimo in questo scritto su quella stagione. A Sansicario dopo le varie attività era d’uso presso noi dell’equipe andare in Sauna sia per rilassarci, sia per quanto riguarda le abluzioni serali tra le quali rientrava anche l’atto della rasatura. Uno dei motivi era anche quello che dividendo un bagno in 4 persone, era una cosa quasi naturale fare la doccia in sauna così da non intasare e congestionare il piccolo bagno in camera. L’abbigliamento era semplicissimo uscivi dalla stanza in ciabatte, slip, accappatoio, bicchiere d’acqua con rasoio usa e getta, asciugamani per la sauna dove trovavi anche i clienti. Naturalmente anche qui gli scherzi si sprecavano uno tipico era di abbandonare la sauna prima di qualcuno dell’equipe, e mentre uscivi, versare molta dell’acqua contenuta nella piccola tinozza nel forno che scaldava le pietre le quali emanavano all’istante una grande nuvola di vapore bollente aumentando coì per qualche istante la temperatura all’interno della piccola stanza in legno, unica salvezza era quella di porsi sotto il livello del forno quasi a stendersi per evitare la vampata di vapore caldissimo che ti avrebbe investito. Eravamo giovani e talvolta sconsiderati… “ma qualcuno dirà cosa centra questo con il cappello blu?” Ok arrivo al sodo: a forza di farci la barba in sauna senza schiume ma solo con il sudore del viso come emolliente è capitato a me così come a qualcun altro che la pelle potesse assorbire qualche batterio, e così fù. Un mattino avvertii un prurito sul volto, prurito che di fronte allo specchio era diventato verso sera una distesa di pustole purulente che avevano ricoperto il mio già non bellissimo viso. Andai da Enzo e chiesi di andare da un dermatologo, e mi concesse così l’auto del villaggio per recarmi a Torino al pronto soccorso. Dopo 5 ore di fila in quella struttura sanitaria credo fosse il San Lazzaro, il medico mi prescrisse una visita dermatologica… mi recai quindi con il cappello blu e gli occhiali blu a specchio alla vicina clinica dermatologica, ma ahimè trovai chiuso, appena chiuso… non vi dico il mio umore, iniziai a suonare il campanello e battere sulle porte come un pazzoide finche minacciarono dall’interno di chiamare la polizia; ah già non ci avevo pensato, fu così che fui io a chiamare il 113 o almeno ricordo aver detto che lo stavo per fare, passò però un medico che vista la scena che gli si presentava dinnanzi, incuriosito chiese il perchè di quel parapiglia e di quel trambusto. Ebbi così l’occasione di poter spiegare la situazione, ovvero che arrivavo da due ore di auto di distanza, che facevo l’animatore al villaggio di Sansicario che avevo fatto 5 ore di coda al pronto soccorso e che lavoravo in mezzo alla gente e che per nessun motivo me ne sarei andato senza una diagnosi o senza un farmaco da prendere per curare quelle pustole che deturpavano il mio volto in modo preoccupante. Il medico fece un gesto di intesa con il portinaio e con l’infermiere con cui stavo discutendo e mi fece quindi accomodare in una stanza da solo. dopo qualche istante arrivarono cinque ripeto 5 medici. Esordii cercando di spiegare che in fondo non ero così pericoloso da giustificare un plotone di sanitari ma che ero semplicemente stanco e preoccupato per quella situazione, poi visto che mi fissavano quasi divertiti spiegai che in genere non uso cappelli blu e nemmeno abbinati agli occhiali ma che erano solo un modo per distogliere l’attenzione dal mio viso di cui mi vergognavo. Si fecero una risata, e mi diagnosticarono una Follicolite raccomandandomi di non usare il rasoio da barba in sauna poiché si sarebbe potuto reinfettare. Gentalin Beta e via. Tornai al villaggio due ore dopo . La cura funzionò in fretta, in due o tre giorni le pustole scomparvero. ringrazio ancora la ragazza di Genova che mi aveva regalato quel bruttissimo cappello. Anche se oggi non avrei il coraggio di conciarmi in quel modo! Anche questo è stato Sansicario 84/85

Ps: menzionare tutti è arduo, ma un saluto va a tutti i valturini di quella stagione, la mia seconda… non perdetevi la prossima , se avete tempo e voglia

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viaggio intorno ai numeri

Ho trovato questo articolo molto interessante sia da un punto di vista storico matematico che dal punto di vista pedagogico matematico. il Lavoro del professor Mario Valle ci mostra in termini pratici quello che fu il lavoro di Maria Montessori  sia dal punto vista matematico si dal punto di vista  pedagogico , senza trascurare le applicazioni scientifiche.Insomma , un lavoro completo ed interessante.

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http://personal.cscs.ch/~mvalle/matematica/viaggio-attorno-ai-numeri.html

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Il brain training – utile o no?

Dal mio punto di vista  a parte le implicazioni psicologiche , credo sia uno strumento molto utile in fase di insegnamento della matematica , poichè associa l’uso di una cosole per videogames a  una serie di di operazioni di memoria o di calcolo che possono essere uno strumento molto intrigante ed interessante da usare per un allievo , sopratutto in fase degli apprendimenti dell’ambito logico matematico.

  

Un sistema per allenare la mente, per tenere vivi quei processi logici che talvolta    dimentichiamo di usare , ma che tengono in forma il nostro cervello, un giapponese ha reso possibile questo “allenamento del cervello” ha inventato, o meglio ha creato un algoritmo capace di sfruttare la potenza del processore usato da Nintendo per sfidare  le nostre menti e tenere in forma il cervello degli esseri umani!   

Ryuta Kawashima

Mr Brain          

                                

Sono pochi quelli che non hanno mai sentito parlare della serie, per Nintendo DS, di “Brain Training” del dott. Kawashima. Un successo strepitoso con 17 milioni di titoli venduti nel mondo da quando è uscito sul mercato nel Maggio del 2005.
Per chi non lo conoscesse, “Brain Training” è costituito da una serie di semplici quiz, puzzle e giochi. Il punteggio totale ottenuto indica poi il livello di anzianità del cervello. E’ chiara quindi la sua utilità per tenere in allenamento il cervello ed è per questo che “Brain Training” è rivolto più che altro all’utente anziano o che sta entrando in quel particolare periodo della vita in cui le malattie che possono colpire la memoria, come l’Alzhaimer, sono sempre in agguato   .                                                            

                                                                   

    

Il dott. Ryuta Kawashima (nella foto), il fortunato inventore del gioco, lavora da molti anni nel campo dello studio del cervello. Insegna alla prestigiosa università di Sendai (Tohokudai, una delle più antiche università imperiali del Giappone) e attualmente sta lavorando con la Toyota per lo sviluppo di un sistema che aiuti gli anziani ad aver sempre la mente vigile durante la guida.
Nonostante il successo di “Brain Training”, che ha fruttato 2,4 miliardi di yen di royalties (circa 14,5 milioni di euro), Kawashima non ha abbandonato il suo lavoro per godersi una pensione d’oro, ma anzi continua a lavorare senza sosta. Di tutti quei soldi, non un singolo yen è finito nelle tasche di Kawashima che continua a vivere solo con il suo stipendio di 11 milioni di yen annui (circa 65.000 euro). Metà dei diritti vanno all’università dove lavora e l’altra metà in una fondazione per il finanziamento di nuove ricerche e per la costruzione di nuovi laboratori.

Per sua stessa ammissione il dott.Kawashima è un drogato del lavoro: non ne può fare a meno e quasi ogni singolo momento della sua giornata lo dedica alle sue ricerche. Per fortuna trova anche il tempo per la sua famiglia, composta da una moglie, che presumibilmente si sentirà piuttosto trascurata, e dai suoi 4 figli di età compresa tra i 14 e i 22 anni. Non ha una grande opinione sui videogiochi e proibisce ai figli di usarli tranne che per 1 ora nel fine settimana. Secondo lui i video-giochi tolgono ore preziose allo studio e alla vita sociale in famiglia.

Tuttavia alcuni studi sostengono che non sia completamente vero che l’invenzione del Dr. Kawajima sia adatta a tutti i tipi di cervello!

 

Brain training? Non è utile per tutti

Gli esercizi per il cervello ancora sotto esame: secondo un nuovo studio farebbero bene, ma solo in alcuni casi!

alcuni studi confermerebbero che i progressi raggiunti nelle velocità di esecuzione   nel classico brain training  sarebbero funzionali al brain training stesso  quindi un allenamento che non migliora le capacità del cervello ma che migliora solo la prestazione durante un gioco di brain training…. E’ forse il caso di approfondire . visto che se ne sta occupando persino l’università del Michigan. Ecco il link che parla della doppia ipotesi, e che contiene Ipertestualmente  gran parte delle pubblicazioni scientifiche dedicate a questo strumento e ai suoi influssi sul nostro cervello!

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=brain%20training&source=web&cd=19&ved=0CHwQFjAIOAo&url=http%3A%2F%2Fgadget.wired.it%2Fnews%2Fvideogiochi%2F2011%2F06%2F15%2Fbrain-training-non-utile-per-tutti.html&ei=ragKT5msKOGB4ATpntiNCA&usg=AFQjCNHN0mj3gZabdFvUzYtHuM3K5Tm5tA

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Apprendere giocando ! La Matematica creativa e ricreativa.

 Giochi di carte , di dadi, addirittura quelli d’azzardo come la roulette fino ad arrivare ai più popolari  e sicuramente educativi “scacchi”

 

 

Insomma non è certo un mistero che per apprendere determinati concetti , il gioco sia lo strumento didattico più adeguato, non viene meno a questa regola  la matematica , anzi è la prima disciplina ad essere intreressata nella creazione nell’esperienza e nella soluzione del gioco, !

 

 

Basti solo pensare che in ogni sport  e quasi in ogni gioco esistono punteggi e che nelle regole esistono dei meccanismi di semplice calcolo , basti pensare al conteggio dei punti nel calcio o nel tennis, piuttosto che ai tempi o ai punteggi in decimi espressi per alcune gare di atletica , quindi giocare è già di per se fare un piccolo esercizio matematico .

 

 

Penso allora che seguendo le parole di molti pedagogisti moderni e matematici famosi  ” se faccio imparo” anche giocando si dovrebbe imparare a fare Matematica, e se il gioco fosse invece creato appositamente per fare matematica?  ho trovato questri siti che linko qui sotto molto interessanti , il primo perchè è una personal page di una maestra e ci parla della sua esperienza nell’ambito dell’insegnamento della matematica e del metodo ludico per insegnarla, con proposte di giochi da lei attuati per insegnare abilità di calcolo.

 

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il sito del blog della Maestra Manu!

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=matematoica%20creativa&source=web&cd=2&ved=0CDQQFjAB&url=http%3A%2F%2Fmaestramanu.blogspot.com%2F&ei=5mUIT4mLGPP04QTPnsyNCA&usg=AFQjCNGJXCieo5fCOIAoLX-iDkUmujcHjA

 

 

 L’altro sito che ho voluto inserire  invece parla più direttamente di giochi in cui sono   necessarie    abilità matematiche , giochi di carte  e altri giochi per bambini di stampo prettamente matematico! il sito   Gioco .it dedicato a giochi matematici, una risorsa in più!

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=i%20giochi%20nella%20matematica&source=web&cd=1&ved=0CCwQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.gioco.it%2Fgiochi%2Fmatematica%2Fmatematica.html&ei=U2IIT5iME5T74QTViNjtCA&usg=AFQjCNGta2itazcJIZUtlXwGFFHhmKMXWA

 

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